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“Dobbiamo disobbedire” – Goffredo Parise scorretto e solitario

Creato il 30 novembre 2013 da Rosebudgiornalismo @RosebudGiornali

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thumbsdi Giuseppe Leuzzi. È una scelta di “Verba volant”, la raccolta delle lettere aperte di Parise, nella rubrica di corrispondenze che tenne per il “Corriere della sera” nel 1974-1975, curata nel 1998 da Silvio Perrella. Allo stesso tempo che Pasolini incideva sullo stesso giornale le famose “Lettere luterane”. Visto da destra e visto da sinistra? Parise era massiccio, amava i nobili e la caccia – la caccia in botte, umida, scomoda, una sfida alla laguna, alle folaghe e alle ossa. Doveva essere l’inverso, anche fisicamente, di fronte al retrattile Pasolini. Ma lamenta le stesse cose, solo non da maestro di scuola. È la venetosità? È il letterato forzatamente misoneista? 

Silvio Perrella, che cura anche questa scelta, trova che oggi “la miseria dilaga”, già denunciata nella rubrica. Doppio errore. La povertà è tanta, nel mondo e in Italia, ma è meno di quarant’anni fa, e in tre quarti del mondo, Africa compresa, è molto meno di quarant’anni fa. Ed è sbagliato ritenere che tra i corrispondenti di Parise ci fossero i poveri. – a parte l’uso, per chi tiene una rubrica, di “trovarsi” gli interlocutori giusti per dire quello che intende. I poveri non leggono il giornale, e solo le maestre nubili e i colonnelli in pensione scrivono – scrivevano quarant’anni fa – ai giornali. Lo stesso Parise lo dice nell’ultimo “pezzo”, accomiatandosi. E dunque? Queste prose sono “spiazzanti” – a volte – ma sempre nel soggiorno illuminato del dottore (giornalista, scrittore) o professore che si voglia. Perrella cita in fine  Anna Maria Ortese: “Non c’è nessuna intesa più fra lo scrittore e la vita della gente”. È la materia di Grillo e degli altri “indignati”, e forse di Pasolini. Ma c’è mai stata? Perché, cos’è la “vita della gente”, la gente non siamo noi? No, Parise è altro.   “Il rimedio è la povertà”, che apre la raccolta, avrebbe potuto essere il titolo. La povertà è in realtà la ricchezza, d’animo, di spirito, di libertà, contro l’uguaglianza, l’appiattimento, l’inerzia del consumo indotto. Questi scritti mantengono una notevole forza di attrazione. Che però non ebbero allora, questo andava detto: perché Parise era, è, minoritario, non faceva opinione, solo sopportato dall’ideologia “corretta” – lui usava già questo aggettivo, non ancora riciclato dalla koiné Usa. La memorialistica vuole Parise pudico, chiuso, disimpegnato, mentre era sfrontato– con Gadda per esempio: solo era, si sentiva, isolato, benché premiato, rispettato, ammesso nei circoli e i giornali corretti e prestigiosi. Perché era anticonformista e semplice, diceva la verità delle cose – “credo nella pedagogia, insieme alla democrazia”. Era, resta, anche uno dei pochi a sapere che c’era la dittatura comunista alla frontiera orientale. Con alcuni“pezzi”memorabili: la ricchezza della povertà naturalmente, la carriera politica, e soprattutto – “L’Italia dei «lotti»” – il “paesaggio interiore” che distrugge il paesaggio, la società, la storia, per “la forza delle cose”.

Goffredo Parise, Dobbiamo disobbedire, Adelphi, p. € 7

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