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Doc Of the Dead di Alexandre O. Philippe

Creato il 12 settembre 2014 da Taxi Drivers @TaxiDriversRoma

La camera delle bestemmie, colonna sonora: Siberia – Diaframma.

Eccomi qua, dopo un paio di mesi di assenza, finalmente a scrivere nella mia adorata camera delle bestemmie, di nuovo agibile grazie al refrigerio settembrino.

In effetti in questi mesi non ho avuto molte occasioni per rifugiarmi nel mio sancta sanctorum, considerando che, caldo a parte, sono stato sbatacchiato per tutta l’estate da un festival all’altro.

Il che sarebbe stato pure piacevole e riposante se non avessi dovuto conciliare l’attività di giornalista con la responsabilità di gestire un negozio.

Insomma, mi era proprio mancata la mia scrivania circondata dalle stampe della rivoluzione culturale, la mia collezione di armi finto antiche, il mio computer a criceti con cui scrivere comodamente un articolo, magari sorseggiando una tazza di tè.

Persino il Grande Capo in persona mi aveva affibbiato, come compito di tutto riposo, la recensione di un breve corto.

Chissà, forse si era commosso per la dedizione con cui ho eseguito i miei compiti per le vacanze mentre lui si crogiolava nella pallida luce del sole nordico alla faccia mia.

O, più probabilmente, temeva che se avessi avuto un attacco di stress da superlavoro avrei potuto commettere qualche gesto insano, come ad esempio chiedergli di essere pagato.

Fatto sta che mi accingevo a sbrigare la pratica quando nella mia casella di posta elettronica arriva una mail della nostra responsabile ufficio stampa in cui mi si chiedeva un favore personale.

Doc Of the Dead di Alexandre O. Philippe

Al momento era impegnata a seguire il Milano Film Festival e c’era un evento che richiedeva una copertura urgente e, cosa più importante, il tocco di un vero amatore.

Infatti il giorno 12 del corrente mese (domani NDR) sarà presentato in anteprima il lavoro di Alexandre O. PhilippeDoc Of the Dead”.

Un documentario che mi viene presentato come il più completo e definitivo omaggio di tutti i tempi alla “zombie culture”

In più la cara collega, non ignara della mia protervia intellettuale, non ha mancato di blandirmi con una serie di complimenti sulla mia assoluta competenza in materia.

In realtà penso, con una certa dose di divertimento, che l’argomento non-morti sia un tantino forte per le penne patinate della Milano da bere e che sia difficile trovare qualcuno, in quei vellutati salotti, disposto a sporcarsi il completo buono affondando le mani in un bell’impasto di cervella e materia organica in putrefazione.

Peggio per loro! Non sanno cosa si perdono!

Per conto mio, considero ogni cranio spappolato un piccolo scrigno ricolmo di ogni ben di Dio. Quindi non mi faccio pregare troppo e accetto.

In fondo che sarà mai? Una recensione è pur sempre una recensione, ovvero una formalità da sbrigare in tutto comodo, che si tratti di un corto o di un lungometraggio.

Alla fin fine, dopo tre mesi passati a correr dietro a registi e festival, tra strade consolari e notti insonni qualche minuto in più da recensire è poca cosa.

Quindi mi faccio mandare il link stampa, preparo una bella tazza, apro il pacchetto di sigarette e mi metto comodo con l’ordine mentale in testa di dover fare un lavoretto veloce, di tutto relax e oltremodo piacevole.

Immaginatevi da soli la mia sorpresa quando scopro che si tratta di un video in Inglese e senza sottotitoli.

Anzi peggio che in Inglese! In Americano!

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Certamente c’è stato un errore, scrivo immediatamente alla collega informandola che per una svista mi aveva mandato un filmato senza sottotitoli.

Nessun errore: “Opss ma che non te lo avevo detto? ….a noi ce li mandano solo così…. ma certo che se per te è troppo difficile….”

Certo, lo ammetto, il primo istinto è stato quello di strangolare la nostra addetta stampa.

Ma alla fine bisogna riconoscere che lei ha sempre sopperito alle richieste mie e di tutta la redazione con precisione ed efficienza teutonica.

E poi mi aveva toccato sul vivo… cosa voleva mai dire con quel “se per te è troppo difficile”?

Quindi mi armo di santa pazienza e passo circa tre ore a sbobinare un’ora e venti scarsa di documentario, cercando di leggere il labiale di Bruce Campbell che per tutto il film parla come se stesse masticando un maritozzo ripieno di cuscinetti a sfera, parlando uno strano idioma di cui ogni tanto intuisco qualche intellegibile “auganasssi, auanaganòòò”

L’unico che riesco a capire senza problemi è Simon Pegg, il quale, bontà sua, sfoggia un Inglese da far invidia a un lord.

Ma bando alle ciance ed occupiamoci di lavoro.
Chiariamo subito: il documentario è bello, girato in modo accattivante, sicuramente ricco di notizie ghiotte per il novizio che si voglia approcciare ad una sana passione per i sacchi di pus ambulanti.

Trovo però che sia un po’ eccessivo definirlo come il più completo e definitivo omaggio alla “zombie culture”.

In effetti il documentario si concentra su tutta la produzione letteraria e cinematografica sulla figura dello zombie a partire dalle origini, ma limitatamente al contesto americano, o al massimo anglofono, considerando gli interventi sull’ inglesissimo Simon Pegg e Brain Dead del neozelandese Peter Jackson.

Manca completamente una panoramica sulla Produzione Europea e Asiatica.

Non si menzionano affatto nel campo della letteratura i recenti lavori di Manel Loureiro che ha dato vita ad una riuscitissima saga di libri, né ricevono la benché minima citazione i grandi maestri come Fulci, Bruno Mattei o lo spagnolo Armando De houssorio.

Per non parlare delle implicazioni erotiche della figura dello zombie.

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Nel film vengono intervistate pornostar (Burning Angel) e sessuologhe (dottoressa Susan Block), ma non una parola su “Le notti erotiche dei morti viventi” di Aristide Massaccesi che diede l’incipit al genere.

Non viene nemmeno considerata la variante francese di Jean Rollin e il suo “ Torture di una vergine nella terra dei morti viventi”

Sicuramente un’altra grande lacuna è il buio più completo sulle produzioni asiatiche che in tempi recenti stanno pompando sangue vivo e corpi morti nella loro cinematografia.

Penso a gioielli, nemmeno troppo piccoli come “Zombie 108” e “Bio-zombie” , tanto per citarne alcuni.

Tolto questo non trascurabile dettaglio, il lavoro è certamente ben fatto e va ad esplorare le origini della mitologia moderna sia da un punto di vista cinematografico che antropologico degli zombi partendo  dallo storico “White zombie” (1932)  di Victor Halperin con un irriconoscibile Bela Lugosi e analizzando in seguito il retroterra culturale che trae le radici nella religione Voodoo.

Il tutto con interventi di antropologi, storici, biochimici e persino una “bruja” e un “oungan” contemporanei.

Da li attraverso il filo conduttore della cinematografia, rivoluzionata da quella pietra miliare che fu “The night of  living dead”, il percorso affronta l’evoluzione e la compenetrazione della figura del non-morto nella società reale.

Il suo innegabile fascino lo ha reso e lo rende versatile in ogni campo.

Dal cinema a libri, fumetti, videogiochi, musica (come scordarsi “Thriller”, l’unico video azzeccato di Micheal Jackson?), fino alla pubblicità.

Ma gli zombie incarnano anche le più profonde paure e le pulsioni della società, contemporanea e non solo.

Se nel “Nosferatu” di Muranu, potevamo vedere incarnata la maggior fobia della borghesia Weberiana, con la fine del commercio, rappresentata nella scena della chiusura del porto di Wismar, attraverso lo zombie possiamo arrivare a toccare gli incubi massificati del proletariato.

E questo il documentario lo spiega molto bene, sviscerandole (è proprio il caso di dirlo) una ad una.

La fine del mito consumistico e la perpetuazione dello stesso, ma senza il feticismo delle merci, l’incubo della pandemia e l’assenza della protezione del sistema sociale.

Arriviamo ai giorni nostri con la minaccia terroristica e i conflitti geopolitici, rappresentati nel pessimo “World war Z”, così come una volta la paura della guerra nucleare la potevamo trovare in “Incubo sulla città contaminata” di Umerto Lenzi.

Ma attraverso il documentario scopriamo che la figura dello zombie va a riempire il vuoto organizzativo lasciato dai partiti politici.

Oggi centinaia, migliaia di persone riescono ad auto-organizzarsi in maniera spontanea nelle cosiddette “zombie walk”, ovvero adunate di varie dimensioni in cui le persone si ritrovano truccate da morti viventi e camminano senza uno scopo, socializzando nel mentre.

Ma il messaggio che vogliono lanciare è chiarissimo: “Se volessimo organizzarci politicamente…. guardate quanti siamo”

D’altronde ce lo spiega benissimo romero.

Tralasciando la variante sportiva dello zombie centometrista, quello che spaventa nella massa lenta, goffa e stupida della legione dei morti ambulanti è appunto il numero.

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Ovviamente non sempre la compenetrazione della cultura zombie ha risvolti così drammatici.

In America, qualcuno trova anche di buon auspicio celebrare il matrimonio in tenuta putrida, avendo come ministro di culto il biascicante Bruce Campbell, l’ammazzazombie preferito da Sam Raimi.

Giusto in America, mi verrebbe da dire, se non fosse che da anni mi sto preparando all’apocalisse zombie accumulando un discreto arsenale di katane, coltelli, mazzafruste e claymore medievali, nonché cibo in scatola e barrette proteiche, abitando inoltre in una casa con tanto di pozzo e robuste mura di cinta.

Tutto come raccomandato nel famoso “Manuale per sopravvivere agli zombies” di Max Brooks che anche in “Doc of the dead” è prodigo di analisi e consigli utili per evitare di fare la fine di un panino con la mortadella.

Immancabili gli interventi di George Romero e il suo caro amico Tom Savini.

In realtà se siete già in confidenza con i ritornanti, probabilmente Philippe non vi dirà niente che già non sappiate sull’argomento.

Anche se qualche spunto interessante lo si può trovare comunque, come ad esempio scoprire qual è la miglior polizza assicurativa in grado di coprire voi e i vostri cari in caso di “zombie outbreak”

Ma per i neofiti del genere, è indubbiamente una buona introduzione, in grado di farvi muovere in tutta sicurezza i vostri primi barcollanti passi nella vita dopo la morte.

Ribadisco il fatto che secondo me è troppo etnocentrico.

Nel senso che è limitante affrontare un mito antico e diffuso in tutto il mondo solo da punto di vista della cultura anglosassone.

Mi auguro che il regista ci regali un secondo volume del documentario, in cui tratti l’argomento anche dal punto di vista degli altri continenti.

Aggiungo pure che secondo me nella seconda parte si dilunga troppo in speculazioni ipotetiche e domande da talk show pomeridiano – il che mi fa pensare che c’erano una decina di minuti da riempire in qualche modo.

Però alla fine, operati i dovuti ridimensionamenti, possiamo dire che Philippe ci propone un prodotto divertente e gradevole; certamente presenta delle piccole imperfezioni in ordine sparso, ma niente che non si possa risolvere con una bella pallottola in fronte.

Colonna sonora: “Dead beat dance” – The Damned

Master Blaster


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