Donne, vite, politica: cosa cambia? – Parte seconda

Da Femminileplurale

Sabato 9 febbraio siamo state a Bologna in occasione dell’incontro nazionale ‘Donne, vite, politiche: cosa cambia?’. Qui di seguito il secondo dei nostri resoconti.

Intervento di Chiara Melloni. 

Un incontro nazionale del movimento femminista è sempre una buona notizia. Come era accaduto a Paestum a settembre 2012, è essenziale che le donne impegnate nella politica femminista si ritrovino e si parlino, confrontandosi sulle proprie esperienze, sui propri orizzonti e, perché no, sulle proprie divergenze. L’incontro di Bologna era stato stimolato dal fatto che sempre più donne sono presenti nelle liste elettorali. Alcune di loro – non tutte, naturalmente – fanno parte del movimento femminista, ed era legittimo che il movimento stesso si riunisse per confrontarsi con queste scelte e per elaborare linee politiche.

La scelta individuale delle singole donne femministe che hanno scelto di candidarsi ovviamente non è né deve essere in discussione. È un’ovvietà che le donne siano pienamente legittimate a portare avanti la propria scelta individuale di fare politica all’interno dei partiti e del Parlamento. Occorre rilevare, peraltro, che la battaglia della democrazia paritaria, quella del 50e50, è stata trionfalmente vinta, almeno a livello simbolico. Ho avuto occasione di ascoltare questa analisi dalla stessa Pina Nuzzo, la ex presidente dell’Udi, che con Milena Carone e altre donne dell’Udi ha portato avanti con forza e convinzione la battaglia del 50E50 – Ovunque si decide. Servirà ancora del tempo, ma dobbiamo prendere atto del fatto che la battaglia è effettivamente vinta. Quindi la democrazia paritaria non è in discussione, essendo palesemente una necessità politica che deve essere soddisfatta ad ogni livello. Preso atto di questa vittoria simbolica urge, come osservava Antonella Picchio nel suo intervento a Bologna, una «pratica del materiale».

Ciò che deve essere elaborato urgentemente dal movimento è una analisi complessiva e le conseguenti linee politiche. Per questo c’è, a mio modo di sentire, un eccessivo ottimismo nel ritenere che sia sufficiente migliorare la qualità dei o delle rappresentanti per mettere in funzione il nostro sistema politico. Come rilevano eminenti studiosi e studiose, è la rappresentanza stessa ad essere logora. È lo Stato stesso ad essere superato. Le decisioni pesanti, quelle che davvero toccano le nostre vite, sono sovranazionali e perciò fatalmente sfuggenti alla nostra rappresentanza elettorale. Avevamo bisogno dell’evidenza schiacciante del governo Monti, di un governo non eletto, per capire questa situazione?

Marina Terragni a Bologna ha lamentato come il movimento delle donne si sia confrontato tardi con la questione elettorale, che se l’avessimo affrontata compatte qualche anno fa ora potremmo difendere meglio i nostri interessi. Ma quali interessi? Le donne non sono un gruppo sociale omogeneo. E il femminismo non è – e non è stato storicamente – una lobby con il compito di difendere i propri interessi attraverso il potere! Elenora Forenza ha detto che il femminismo non si può chiamare fuori dalla crisi della rappresentanza. Ma uno dei nostri punto di forza è proprio poterci chiamare storicamente fuori dalla struttura dei poteri maschili!

Al netto della distanza costitutiva tra rappresentanti e rappresentati. E al netto, come già detto, di un inutile e fastidioso giudizio sulle scelte delle singole candidate. La mia opinione è che sia necessario prendere politicamente atto che credere che il movimento delle donne possa risolversi nell’espressione di alcune candidate è come avere voglia di una bistecca, e cibarsi di una mucca morta.


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