Elda Lanza: «Quando lo schermo era educato» (Avvenire)

Creato il 31 dicembre 2013 da Nicoladki @NicolaRaiano
«Sono in pochi a saperlo ma la prima battuta della televisione italiana è stata: "Chissà quante volte sarà capitato anche a voi". Fui io a pronunciarla, entrando nello studio televisivo su una scala e lasciando cadere un chiodo a terra». A parlare è Elda Lanza, milanese classe 1924, oggi autrice di romanzi gialli (prossimamente uscirà Il venditore di cappelli, terza avventura dell'avvocato Max Gilardi), ma già prima presentatrice della neonata televisione italiana sin dai tempi delle trasmissioni sperimentali: «Era il 1952 e quel programma si chiamava Prego, signora. Febo Conti, vestito da cameriere, apriva la porta pronunciando le parole del titolo. Si parlava di cucina, di cappelli e, con me, di arredamento».
Elda, lei scriveva novelle e romanzi a puntate: com'è arrivata alla tv?«Avevo una piccola rubrica di arredamento sul settimanale Grazia. Mi chiamò Attilio Spiller, il direttore della tv sperimentale. Aveva letto i miei articoli e mi chiese se volevo scrivere dei testi. Mentre parlavamo, dal fondo dello studio arrivò una voce: "Io la voglio in video". Era il regista Franco Enriquez».
Così cominciò la sua avventura televisiva.«Dopo quattordici provini. Mi dissero: "Dica quello che vuole". Io studiavo filosofia, inizuai a parlare di Plotino. A un certo punto arrivò un signore e mi disse: "Se lei si intende anche di calcio, io cambio mestiere". Era il grande Nicolò Carosio. Capii che ero stata assunta».
Allora non c'erano le quote rosa.«Nessuno mi ha mai chiesto di che sesso fossi ma cosa sapessi fare. Oggi se non sei novanta-sessanta-novanta hai poche chance».
Che televisione era quella sperimentale?«Bisognava capire come muoversi. Dovevamo puntare soprattutto sull'immagine per differenziarci dalla radio che era fatta di parole. Tutto il contrario di ciò che succede oggi».
In che senso?«Allora la tv doveva informare e i presentatori erano seri: Mike Bongiorno o Pippo Baudo non ridevano mai. Oggi, invece, deve convincere, perciò tutti urlano. E i presentatori devono divertire e far ridere».
Ha citato due mostri sacri.«In quel periodo ho conosciuto persone straordinarie: Febo Conti, Lelio Luttazzi, Giorgio Gaber, Raimondo Vianello e Sandra Mondaini, Fulvia Colombo. Umberto Eco era il mio superiore ma era un ragazzotto più giovane di me e io non lo prendevo sul serio. Poi siamo rimasti amici».
Dopo due anni di tv sperimentale, il 3 gennaio 1954, arrivò quella "vera".«Scelsi la fascia pomeridiana, facevo Vetrine, dedicato alle donne. Le racconto un aneddoto per far capire quanto, allora, fosse tutto diverso: nel 1957 rimasi incinta e decisi di raccontare la gravidanza nel programma attraverso le telefonate al ginecologo per sfatare certi luoghi comuni: non era vero che le mamme in attesa non potevano indossare le collane o sedere con le gambe accavallate per non nuocere al bambino. A suor Pascalina, la governante e segretaria di papa Pio XII, però questa cosa non piacque e dovetti sospenderla. Se pensiamo che oggi le donne si fanno fotografare nude col pancione...».
Avevate delle restrizioni, delle regole ben precise?«Stavamo attenti all'abbigliamento, anche se io ho sempre indossato comunque gonna e camicetta. Niente scollature o orecchini vistosi. Poi il lessico: ad esempio, non scapoli ma giovanotti. Erano tutte cose che ci facevano sorridere perché la realtà è che eravamo tutti molto educati, a prescindere dai consigli. Era chiaro che la tv fosse nata con l'intento di essere pedagogica ma quando insegnavo alle donne a lavorare a maglia non dicevo "adesso vi insegniamo" ma"ora vi facciamo vedere"».
Perché ha smesso di fare televisione?«Perché ho iniziato ad annoiarmi: nel 1972, vent'anni precisi. Era arrivato il momento di cambiare».
E' cambiata anche la tv.«E' stata mangiata dalla pubblicità. Ormai è lei che paga la televisione che, a sua volta, deve fare ciò che le chiedono i pubblicitari. Per carità, esistono ancora dei talenti, ma spesso sembrano messi lì solo per fare numero. Per fortuna il telecomando ci permette di vedere solo quello che ci interessa».
Intervista di Tiziana Lupiper "Avvenire"

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