Non voglio essere originale quando scrivo. La ricerca dell’originalità a ogni costo ha massacrato l’arte contemporanea, e negli ultimi anni si è messa all’opera sulla narrativa. Le quarte di copertina sono ancora zeppe di emuli di Thomas Pynchon, grondano storie bislacche con protagonisti stravaganti dai nomi cervellotici. La pretesa è sempre la stessa: raccontare un tempo in cui, al contrario, l’abbassamento della linea piana è inesorabile, la convenzione è l’unico passaporto sociale e tutto è riproduzione seriale. Allora perché tentare come regola la fuga nell’inverosimile? Perché l’accusa di anti-originalità è sempre la prima che si abbatte su un testo letterario anche quando questo non ha pretese di atipicità? Se la volontà, l’obiettivo, è dare chiarezza a un’epoca livida, senza estro, perché non provare ad aderire alla realtà restando liberamente anti-originali?
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