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“Esco così mi perdo” di Matteo Razzini e Sonia Maria Luce Possentini, Edizioni Corsare

Da Federicapizzi @LibriMarmellata

escocosìmiperdocopTrovo che, nonostante la produzione di libri per l’infanzia sia prolifica, sovente curata e ricca di proposte interessanti, rimanga tutto sommato raro trovare delle nuove ed originali fiabe.
Racconti, cioè, che presentino elementi fiabeschi ma che non attingano dai classici, che non siano cioè riscritture, parodie, rivisitazioni o ispirate da, bensì nascano e si sviluppino come prodotti di fantasia indipendenti.

Quando ciò accade – come nell’albo “Esco così mi perdo” di Matteo Razzini e Sonia Maria Luce Possentini, edito da Edizioni Corsare – è davvero un piacere perdersi nella lettura, assaporando una storia corposa e completa, fresca ed estrosa.

Se poi, tra le righe dove l’immaginazione dell’autore si è esercitata piuttosto fecondamente, si offre garbatamente un messaggio, non tanto educativo quanto valorizzante, questo non può certo suonare come una stonatura. Soprattutto se si parla di meraviglia e bellezza dell’unicità, di ricerca, ostinata e coraggiosa, del proprio essere sé.
“A Elia e Marco. Unici, spaiati e meravigliosi” recita la dedica dell’autore.
E io, immaginando si tratti di bambini, credo davvero che, seppure tutte le singolarità siano da valorizzare contro le omologazioni, qui si parli preferenzialmente all’infanzia, intesa come momento in cui la definizione di se stessi e il convincimento di quanto si possa essere belli anche e soprattutto se spaiati, acquistano un significato denso e importante.

C’è una soffitta volante che, ogni sera, migra e si posa sul tetto di una casa differente.
La soffitta, da bravo luogo magico, è abitata da due individui che di ordinario non hanno nulla.
Il primo è François Baul, che vive nei vecchi bauli, nei cassetti dove si depositano gli oggetti non più utilizzati, tutte quelle cose che, vittime del consumismo umano, vengono abbandonate nei luoghi dimenticati delle case.
Baul ama cercare questi desueti utensili, conscio che ciascuno di essi sia portatore di una storia, a volte avventurosa ed emozionante.
Il suo compagno, Jean Pierre Trombon, ha un animo più semplice. Parla poco e solo a suon di Be-boop ma, pur sbuffando, ama ascoltare le storie di Baul.

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I racconti non vengono declamati spesso, ma, come beni preziosi, giungono solo una volta all’anno, il giorno in cui Baul si dedica alle pulizie e, così facendo, finisce per scovare oggetti nuovi.

Ed è proprio quello che accade nel giorno – che poi è oggi – delle nostre vicende.
Cosa abbia trovato il cercatore non ci è dato a sapere, non prima almeno della chiusa del libro.
Veniamo però informati, assieme al fido Trombon che commenta a modo suo, che esiste un regno dove i sudditi sono scarpe e i regnanti – tre per l’esattezza: re regina e consigliere di corte – prestano una grande attenzione ai…calzini!
Sì perché la fiaba si apre proprio quando il buon Sire e la sua consorte sono in attesa della nascita dei Calzini Reali, gli eredi ai nobili piedi del re che, ahimè, pur nella sua ricchezza, ha l’alluce che spunta da un bel buco nel tessuto.

Il caso disgraziato vuole però che ne nasca solo uno. Una calzetta spaiata!
Il Principe Pedalino, come viene battezzato, non possiede il necessario gemello e l’evento getta nel panico la corte tutta.

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Subito viene ordinata la costruzione di un sosia, affinché si ripristini l’ordine perduto, ma il calzino reale, già con il suo bel carattere, si oppone: “Io sono unico!”

Decide così di lasciare il suo paese lasciando un – delizioso! – biglietto che recita “Esco, così mi perdo”
In queste parole tutto l’orgoglio, un po’ sprezzante ma parecchio dignitoso, di chi sa di andare incontro ad un mondo che non conosce, forse pericoloso e spaventoso, ma nonostante questo prova il brivido dell’avventura, l’attrazione per l’ignoto e la determinazione di andare alla ricerca di se stesso.

Così è. Ma ovviamente i rischi sono in agguato e, dopo qualche avventura e una fuga da due brutti scarponi malintenzionati, il Principe Pedalino, smarrito in un bosco piuttosto minaccioso, comincia a perdere le speranze.
Ci vorrebbe una fata…E cosa meglio di una bolla di sapone in un racconto dall’ambientazione così particolare per intendere la magia, la leggiadria, il sogno?
Grazie alla bolla fatata il piccolo calzino troverà la sua strada. Sarà quella che lo farà sentire amato proprio per la sua unicità, che lo saprà valorizzare e arricchire e far sentire assolutamente non bisognoso di essere appaiato…

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Un racconto che stupisce, rallegra e, pur se reso in maniera da privilegiare la dimensione fantastica e l’incanto della fiaba, invita alla riflessione.

Incastonato nella veste preziosa delle illustrazioni di Sonia M. L. Possentini, con le quali condivide eleganza e raffinatezza, il testo è forte di una sua indipendenza narrativa che ne permette la lettura anche senza l’ausilio del corredo iconico.

Va da sé, però, che parte del pregio dell’albo è dovuto sicuramente alle splendide tavole, dal tocco vivo e realistico – quasi fotografico – ben noto dell’artista, il quale ammalia e calamita lo sguardo sulla precisione, l’intensità, la pienezza e la vividezza di ogni particolare, come anche sull’accurata resa e sfumatura dei colori.

Da ottimo contraltare alla figure, fa il linguaggio utilizzato da Razzini che è anch’esso curato ed equilibratamente ricercato, vivacizzato da gustosi giochi di parole, tutti da assaporare, ironico, fantasioso e piacevolmente bizzarro.

Un’opera, quindi, davvero interessante. Basti pensare che, con il racconto, l’autore ha vinto nel 2010 il premio H.C. Andersen Baia delle Favole e dallo stesso è stato tratto un paio di anni fa uno spettacolo teatrale.

(età consigliata: da 5 anni)

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