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Esercizi di filosofia da fare allo specchio

Creato il 21 novembre 2010 da Olineg

Esercizi di filosofia da fare allo specchioAndate verso uno specchio e portate con voi una superficie lunga quanto o più del vostro viso, un libro va benissimo, coprite metà della vostra faccia con il libro, osservate il riflesso del vostro volto a metà. Ripetete l’operazione con l’altra metà della faccia. Scoprirete che le due metà, che i due emi-volti, sono diversi, sembrano appartenere a due persone diverse, che magari si somigliano, ma che non sono la stessa persona, e soprattutto scoprirete che una sola delle due mezze-facce la sentite vostra, che vi somiglia, una sola è la faccia che avete sempre pensato di avere. Ora guardate di nuovo il vostro riflesso, guardate il vostro lato “povero”, fatelo a lungo, a un certo punto avrete l’impressione che quella faccia a metà è la faccia di un estraneo, uno sconosciuto che vive in voi, e magari avrete scostato di scatto il libro dal volto; avete avuto paura. Si tratta della predominanza di un emisfero sull’altro, quando vi guardate allo specchio la metà del volto che “vince” sull’altra è quella relativa al lato dominante. La prossima volta che guardate qualcuno negli occhi, da vicino, fate caso al fatto che in realtà vi concentrate solo su uno degli occhi, questo perché la nostra vista è convergente, non ci credete? Appoggiate i vostri indici sulle palpebre, poi allontanateli dagli occhi senza variare la distanza tra le due dita, fermatevi alla distanza di venti centimetri: non riuscite a guardare contemporaneamente entrambi i polpastrelli, dovete metterne a fuoco uno e l’altro sarà percepito dalla vista periferica, magari alternate il punto di vista avendo l’impressione di metterli a fuoco entrambi, ma ogni volta che pensate all’altro dito in realtà le pupille convergono su quello. O uno o l’altro. Quando state per baciare qualcuno, quando guardate negli occhi qualcuno prima di baciarlo, in realtà fissate solo uno degli occhi, e con ogni probabilità è l’occhio che sta sul vostro lato dominante, quello del volto “amico”. Ma sto divagando rispetto all’argomento che volevo trattare quando ho cominciato a scrivere questo post; quello che mi interessa è quella fitta di malessere che avete provato quando avete avuto l’impressione che il volto che stavate fissando non vi apparteneva. Nella letteratura, nel senso più ampio del termine, uno dei temi più ricorrenti è quello del doppio, della nostra parte oscura, ed è sempre malvagia, cruenta, è il demone che viene fuori nei raptus, è la nostra anima “cattiva”, “cattiva” perché minaccia la nostra identità dominante; l’identità è il nostro sistema operativo, non se ne può fare a meno, quando la gente si chiede se c’è vita dopo la morte in realtà si chiede se la propria identità, quella e solo quella, continuerà a riconoscersi, per questo la teoria della reincarnazione non è stata mai dominante nella nostra cultura, perché non appagante in questo senso. Noi sappiamo di essere quello che siamo e tutto ciò che destabilizza la nostra immagine provoca disagio, sofferenza, nevrosi. Noi ci conosciamo non solo in termini fisici (come sono i nostri capelli, i denti, i piedi…), o psicologici (i sentimenti che proviamo, quello che ci piace, quello che odiano…), ma anche in termini sociali, ovvero il nostro ruolo in famiglia, nel lavoro, nella comunità in senso ampio, tutto ciò che comporta una modifica dello status sociale è potenzialmente destabilizzante, tanto un licenziamento quanto una promozione, tanto un matrimonio quanto un divorzio, ma con dinamiche e impatti differenti. Mentre scrivo questo penso ai lavoratori stranieri sulla gru a Brescia, penso a un commento che ho sentito di sfuggita, forse in televisione, o letto in rete, la sostanza del commento era che va bene lottare per i propri diritti, o per un salario più equo, ma richiedere la cittadinanza è superare il segno, è chiedere troppo. Lo status di cittadino italiano (o bresciano) è probabilmente, per l’autore di quel commento, un tassello fondamentale della sua immagine di sé, lui si sente lui perché diverso da quelli di colore che lavorano nei cantieri, e qual è la “forma” che sancisce tale diversità? La cittadinanza. Anche io posso lavorare in un cantiere e rischiare la vita, ma io sono diverso da te, perché io sono italiano. La stessa dinamica probabilmente muove gli ultras della famiglia contro il riconoscimento legale delle coppie di fatto. Per non parlare degli “eterosessualisti”. E pensare che l’ “altro” vive in noi: basta guardarsi allo specchio con un libro in faccia per scoprirlo.

 



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