EYEHATEGOD, Mike IX Williams

Creato il 10 ottobre 2012 da The New Noise @TheNewNoiseIt

Questa è la prima di tre interviste a tre dei mitici Eyehategod: il frontman Mike IX Williams, il bassista Gary Mader e il chitarrista Brian Patton. Tutte sono state concesse a The New Noise tra il 21 e il 24 settembre 2012. Con Mike IX Williams c’è stata una prima, lunga chiacchierata telefonica venerdì sera 21 Settembre 2012, mentre con Gary Mader e Brian Patton le interviste sono state condotte via chat in seguito, rispettivamente la notte tra venerdì 21 e sabato 22 Settembre 2012 e lunedì sera 24 settembre 2012.

Grazie a tutti e tre questi musicisti per la loro disponibilità, cortesia e simpatia. E grazie anche a Jennifer Reisberg dell’etichetta A389, che ha fatto da ponte. L’occasione è stata l’uscita del nuovo singolo “New Orleans Is The New Vietnam”.

Questa è stata la prima intervista telefonica in assoluto della mia vita e non poteva capitarmi un “battesimo” più stratosferico! Mike IX Williams degli Eyehategod… Come potete immaginare, ero sotto-sopra: voce rotta dall’agitazione, tendenza all’amnesia totale su tutte le più elementari regole di inglese… Ma per fortuna dall’altra parte c’era Mike, simpatico, allegro, paziente, con cui ho chiacchierato per quasi un’ora. Gran parte di quel che si è discusso è riportato fedelmente qua sotto. Ho solo omesso alcune cose relative alla quotidianità di casa Williams, cose normalissime di figlioletti che crescono, e che hanno reso la chiacchierata ancora più simpatica.

Hello, parlo con Mike Williams?

Mike IX: Sì, qui Mike!

Ok, qui è Mari. Ciao, Mike Ninth.

È Mike Nine, col numero nove. Tipo Nicky Sixx… (ride, ndr)

Ah ecco… Ok, grazie per aver accettato l’intervista… Scusa, non sono una giornalista professionista. Avrei qui un elenco di domande da farti, ma in realtà non so se riuscirò mai ad attenermi a questa lista… Boh, vediamo come va!

Ok, e io non parlo un gran bell’inglese. Il mio inglese è terribile!

Bene, sono contenta che non parli come Lizardmessiah alla Core of Destruction Radio (internet radio statunitense, con base in Louisiana, dove Mike IX Williams ha iniziato a condurre un suo esplosivo programma recentemente, e dove succede che pure  la sottoscritta ne abbia uno suo, ndr), perché in quel caso non avrei capito quasi nulla…

(ride, ndr) Beh, guarda, parlavo anche io così perché sono cresciuto in quei posti… Lui [Lizardmessiah] è proprio nativo del Profondo Sud, dove vivo anche io (New Orleans, ndr). Però non sono nato lì, sono nato in North Carolina. Lì abbiamo un accento diverso, un accento del Sud abbastanza “spesso”, certo, ma … beh, sì, devo ammettere che a volte neanche io capisco l’accento del Sud quando è molto molto stretto…

Allora non sono l’unica…

Ma sai, io mi son trasferito e poi ho girato per un bel po’, son stato in giro parecchio, credo. In questa maniera può succedere che l’accento con cui uno nasce e cresce venga un po’ perso.

Sì, capisco… Allora, ti devo chiamare “collega”? Ho ascoltato il tuo programma radio, Southern Nihilistic Front Radio show, l’altra sera su Core of Destruction Radio. Grandioso!

Oh, sì? Ti è piaciuto?

Sì, sì!

Bene, quindi ti piace il punk rock e roba del genere?

Sì, mi piace la musica pesante ed estrema in generale.

Ottimo!

Spero che continuerai con altri show!

Yeah, beh, sto cercando di organizzarmi, non è che son proprio un super esperto di computer, eh… Lizard mi aiuterà ad installare bene il software adatto sul mio pc, a settare il microfono… così potrò fare tutto da casa.

Sicuro!

E sarò connesso al loro server, così non dovrò… beh, l’altra sera quel che si è fatto è che loro mi hanno chiamato, però io avevo mandato loro la playlist in anticipo.

Sì, immaginavo, infatti parlavi come se fossi al telefono. 

Sì, era un po’ strano qualche volta, con tutti quei ritardi… Ma andava bene lo stesso, eh.

Alla radio hanno quello speciale software che usano per la trasmissione che dovrebbe essere relativamente semplice. Io non lo uso per il mio programma radio perché non vado in live: sarebbe troppo tardi per me per via del fuso orario.

Come si chiama il tuo programma?

Mari’s Cauldron.

Ah, è quello prima del mio! Dai, che coincidenza… ma è forte che lo fai!

Beh, grazie! Ehm, non sono mai stata dj prima d’ora, perciò farlo è stata un’esperienza completamente nuova. È più di un anno ormai. Ma devo dire che è divertente…

Sì sì, è divertente! Mettere in onda roba varia… È per quello che prima ti ho chiesto se ti piace il punk. La gente potrebbe pensare che io mandi in onda nient’altro che roba tipo Saint Vitus per oltre due ore. Non mi piacciono le persone con una mentalità ristretta. Ecco perché mi piace metter su roba che li scuota un po’, che li faccia pensare e che magari li avvicini ad una musica diversa.

Eh, anche a me piace ascoltare e trasmettere musica molto diversa nel mio programma.

Sì, e se continuerò a tenere il programma trasmetterò più roba tipo death metal, metterò su anche musica country… Ci sono così tante cose che avrei potuto mandare in onda l’altra sera, ma sai, con solo tre ore…

Sicuro, hai proprio bisogno di fare più show! (nel frattempo Mike IX è tornato con il suo show due settimane dopo il debutto, mercoledì 3 Ottobre 2012, ndr).
Ok, cominciamo con un po’ di domande. Ce ne sono così tante possibili… Beh qualche volta mi chiedo come fai a dormire la notte pensando a cosa è diventata la tua band e cosa siete diventati per un sacco di gente nel mondo. Hai la percezione della vostra importanza nella musica underground oppure la vita va come se foste ancora agli inizi?

Beh, diciamo che ho notato cosa dice la gente… La mia band ha un sacco di fan in tutto il mondo, è rispettata, ma non mi aspetto che la di essere guardato in un modo diverso o particolare… perché io sono la stessa persona che ero quando abbiamo iniziato. Io credo che quello che ci distingue da molte band è che noi non abbiamo alcun tipo di atteggiamento altezzoso. Cioè, ci vedrai sempre a far casino coi fan al bar, non abbiamo bisogno di nasconderci. Magari può succedere che uno di noi non si veda, perché sta riposando o è nel pulmino o cose del genere… A noi piace stare a chiacchierare coi fan, non ci consideriamo diversi da loro. È davvero figo che la gente ci tenga in così alta considerazione. Penso che sia una cosa che viene da come siamo sullo stage e anche come visione interna, mentalità. La gente rispetta tutto questo.

Quando ero ragazzo, quando una band significava qualcosa per me e cercavo di avvicinarla… beh, certe cose te le ricordi, come “oh, il tipo della band non è riuscito a rispondere due secondi al mio ‘ciao!’”. Non sono mai stato in adorazione, però, sai, certe cose, certi atteggiamenti li ricordi. Ti ricordi se qualcuno è interessato a parlarti, sai… Beh, io penso che per me sia naturale stare fuori con la gente.

A volte ci penso e… è molto figo sapere che andando ovunque nel mondo probabilmente incontrerei qualcuno che sa chi sono! Non è una cosa gigantesca, ma nell’ambito underground è una cosa bella.

A dire il vero, siete una band underground perché si sa che i numeri grossi stanno altrove, purtroppo. Ma io penso che a confronto di alcune band grosse voi abbiate una maggior importanza perché praticamente avete contribuito ad inventare un genere musicale. Voi siete “inventori”. Il massimo della creatività, direi …

Ho capito cosa intendi. Abbiamo perfino trovato delle band che… A volte non è facile vedere… beh, c’è una band che non suona neanche come noi ma che si chiama Lickgoldensky, sai, come “lick golden sky” (da una strofa nel testo del brano “Sisterfucker”, contenuto nell’album Take As Needed For Pain, ndr)… Non suonano assolutamente come noi, ma hanno preso il loro nome da un mio testo… Ma non suonano come noi! Poi hanno preso anche altre cose da lì… (ride, ndr). Ci scherzo su cose del genere (ride, ndr). Ma io credo che [ciò che facciamo] in qualche maniera penetri nella società inquadrata. Con tutto l’odio che ho per la società, è bello che quello che facciamo dal punto di vista artistico riesca a passare in qualche modo… In effetti, è incredibile…

Sì, assolutamente! Poi la tua band significa qualcosa anche per me, perché è stato tramite Eyehategod che mi son messa ad ascoltare un certo tipo di musica. Ovviamente nel passato, negli anni Settanta (perché non è che sono proprio giovanissima…) c’erano i Black Sabbath… Ma per quanto riguarda lo sludge o musica tipo quella, beh, Eyehategod era “la band”. E come questo ha un significato per me, ce l’ha anche per migliaia, no, aspetta, forse per decine di migliaia di altre persone…

Questo è molto figo! Cioè, questa è una delle ragioni principali del perché siamo qui adesso. Lo sento sì che nella folla che viene ai nostri concerti c’è un miscuglio di tanti tipi di persone a cui piacciono diversi generi di musica. Abbiamo i ragazzotti punk-crust con la cresta e poi abbiamo i fan dei Pantera, quelli che amano il southern rock e poi ci sono i ragazzi che ascoltano hardcore e perfino gente che è dentro la musica noise e sperimentale… Penso che abbiamo un buono spettro di fan. E la gente mi ferma sempre e mi dice “wow, voi mi avete portato ad ascoltare questo e quest’altro…”. E, sai, io dico “Grandioso!”

Sin dall’inizio il vostro stile è stato qualcosa di molto contaminato da diversi tipi di musica, perciò immagino che venga naturale che tante e varie tipologie di persone si avvicinino a voi e vi apprezzino. Se penso ai vostri brani, beh, sono così pieni di diversi aspetti e sfumature. Avete le parti lente ed avete anche le parti veloci e furiose. Siete impressionanti e sembrate un magma ribollente!

Sicuro, è un bel modo di dipingere la cosa. Ed è bello che questo sia riconosciuto. Nel passato abbiamo avuto un periodo di iato, saranno stati  8 o 9 mesi circa nel 2000, a causa di problemi con le case discografiche, problemi personali… E proprio in quei mesi tra gli anni 1999 e 2000 hanno cominciato a spuntare band come gli Iron Monkey in Gran Bretagna e molte altre. E noi ci domandavamo “Ma cosa sta succedendo?”. Non avevamo idea che ci fosse qualcosa nell’underground che stava ribollendo… Non ne avevamo la più pallida idea! Perciò è bello adesso essere di nuovo attivi con la composizione, la registrazione, con i tour, ed è bello che la gente riconosca quel che siamo stati…

Assolutamente!

… e non che si dica “Oh, voi avete scopiazzato questa o quella band!”. Cioè la gente ci riconosce i meriti che abbiamo. È bello.

Così alla fine voi siete stati anche più fortunati di molti inventori che non sono riusciti a vedere il riconoscimento dei loro meriti mentre erano in vita.

Giusto! È vero, c’è stata parecchia gente che non ha visto il riconoscimento dei suoi meriti. Morti e via…

Tornando al passato, cosa vi ha fatto venire in mente di fare il vostro tipo di musica?

Mah, sai, perché quello era proprio il modo in cui noi eravamo. Io vengo da… Beh, io ero un punk, sono cresciuto con lo skateboard, sulla strada, scappando di casa, ascoltando Black Flag, Circle Jerks, Germs, Dead Boys e roba simile. Ecco come sono cresciuto. Prima ero un fan dei Kiss. Quando avevo dieci anni ero fan dei Kiss, sai… E poi la cosa si è evoluta verso Sex Pistols, Clash e roba del genere. Ma mi è sempre piaciuto il metal, perché, anche se ero punk, io nominavo, ad esempio, i Black Sabbath. E i miei amici dicevano: “Black Sabbath, ma cosa stai dicendo? Fanno schifo!”, “No, non è vero, son pesanti, sono grandi!”, sai com’è… E la gente (del mio giro) non riusciva a capire.

E così io e Jimmy Bower, noi… Jimmy negli anni Ottanta era in una band chiamata Shellshock, mentre io nello stesso periodo ero in una band chiamata Suffocation By Filth. Spesso suonavamo concerti insieme e cose del genere. Così ho incontrato Jimmy. E pure il mio migliore amico Hatch era negli Shellshock. Così Jimmy iniziò a suonare la batteria negli Shellshock mentre io divenni il “tipo delle magliette”, un specie di roadie, ed andavo in giro con loro. Così durante il tour io e Jimmy ci procurammo il primo album dei Melvins, poi i Confessor, i Carnivore e band come i primi Celtic Frost, Hellhammer… sai com’è, ci faceva sballare tutta questa roba nuova!

Così non è stata neanche una decisione consapevole. La musica… nessuno in realtà l’aveva ancora fatto, a parte qualche cosa dei vecchi Melvins. Sai, la maggior parte delle band doom aveva un cantante, uno vero, che canta veramente, tipo Wino (che, tra l’altro, è grandissimo). Beh, io ho portato quell’elemento di punk-hardcore nella musica. Mi son detto “Fottetevi tutti, non me ne frega niente!”. E anche l’atteggiamento, quello di “non me ne fotte se la gente si incazza!”. E quindi io strillavo e poi avevamo sempre un gran feedback…

È successo, è andata così, sai. Se ascolti i Corrosion of Conformity di allora, la band originale, beh, era proprio così. E man mano crescemmo, cominciammo ad ascoltare roba tipo Lynyrd Skynyrd e band del genere, e così aggiungemmo un po’ più di southern blues… Ma questa era comunque tutta roba che ci piaceva, non c’era niente di artificiale o costruito, suonavamo proprio quello che ci piaceva.

Non ce ne fregava niente, adottavamo in pieno l’atteggiamento della scena hardcore-punk e dicevamo che non ci importava quello che pensava la gente. Noi salivamo [sul palco] e suonavamo sempre quel che volevamo. E quando iniziammo a suonare, spesso aprivamo per alcune band veloci, di speed o thrash metal (musica che, tra l’altro, io adoravo allora, totalmente, e ancora adesso amo). E (ride, ndr) però ne abbiamo fatta incazzare di quella gente all’epoca, per questo è strano com’è andata a finire dopo…

Ti credo! Ho un caro amico che è stato molto dentro nella scena punk-hardcore italiana, ma a cui piaceva anche il metal. Anche lui mi parlava di conflitti tra punk e i metallari, conflitti quasi al limite della reazione violenta. Anche tu hai avuto esperienze simili?

Beh, sicuro, anche io ho vissuto qualcosa del genere quando ero ragazzino, sai… Poi cresci. Ricordo di esser stato picchiato, intendo picchiato molto molto forte da due tipi che avevano quasi un aspetto da marines, grossi. Questi qua hanno picchiato il mio piccolo culo magrolino perché avevo una toppa degli Iron Maiden sul giubbotto, anche se ero rasato ed indossavo gli scarponi combat… Ero ancora un punk ma indossavo una toppa degli Iron Maiden perché mi piacevano tantissimo, li trovavo mostruosi. Ma non potevi fare una cosa del genere a quei tempi, eh. Così quei tipacci mi hanno pestato per gli Iron Maiden, capito? Ma un sacco di ragazzi allora non avrebbero apprezzato roba del genere. Cioè, quando eravamo giovanissimi abbiamo sempre e regolarmente litigato con i metallari, prima che il crossover iniziasse, prima che gli Slayer e i Metallica sdoganassero il tutto. Ma era solo perché noi facevamo di testa nostra e per com’era il nostro look che questa gente ci attaccava. Cioè, mi piaceva Ozzy, mi piacevano gli Iron Maiden… Quindi dipendeva da chi era: o il punk ci menava oppure lo faceva il metallaro, non importa. Sono stato menato per entrambi i tipi di musica  che mi piacevano! (ride, ndr)

Hai militato nella band per più di vent’anni. Penso che il vostro stile sia molto ben riconoscibile. È cambiato qualcosa in modo sostanziale nel vostro modo di suonare in tutti questi anni, o vi sentite ancora molto vicino alla vostra idea iniziale? E sentite che vi siete evoluti parecchio?

Oh  sì, sicuramente! Il nostro primo album, In The Name of Suffering, mi suona così primitivo quando lo ascolto adesso! Cioè, è un disco importante perché è un frammento di storia, ma…

Quello è stato proprio l’album che mi ha agganciato a voi! Mi piaceva molto…

… ma puoi cogliere che già nel passaggio tra quel disco e Take As Needed For Pain c’è stata una grossa evoluzione. Nel secondo album in qualche maniera cominciavamo a renderci conto di quello che stavamo facendo. Nel primo album eravamo solo… beh, non eravamo capaci di suonare un gran che bene, eravamo casinisti… Questo sicuramente ha dato un certo “carattere” all’album, ma… Perciò, sì, senz’altro ci siamo evoluti.

Sì sì, ma qualche volta l’essere primitivi nella registrazione, nelle procedure di mastering… fa sembrare la musica un po’ diversa…

Sì sì, questo è anche quello che è figo nel nostro primo album: è grezzo, è primitivo. Non l’abbiamo fatto apposta così, non avevamo neanche idea di cosa stavamo facendo. Un po’ come quelle band di black metal, della prima ondata di black metal: loro suonavano con l’equipaggiamento limitato che si ritrovavano fra le mani, e generarono quel suono… Ma non puoi ricreare dopo quello che hai generato per puro caso, non penso. Credo che sia folle quello che fanno alcune band, tornano indietro e tentano di copiare quello che è stato fatto per caso.

Come ho detto prima, prendi l’album In The Name Of Suffering, con noi ragazzotti ingenui che facevamo quel che facevamo, suonando quello che ci passava per la testa, giusto perché era la passione che avevamo… Così, sì, senz’altro è quella rozzezza che lo rende unico. Ma ho visto band che  si mettevano a ri-registrare i loro primi dischi. Penso che i Suicidal Tendencies abbiano fatto così… Beh, per me è assurdo. Cioè, perché vuoi ri-registrare l’intero album? L’album è quello che è, un frammento del tempo, un pezzo di storia.

E invece che mi dici della vostra roba nuova che sta per uscire? Ho ascoltato varie volte la nuova traccia (il singolo “New Orleans Is The New Vietnam”, in uscita per A389) anche perché è “uscita” da un po’, dall’anno scorso a un festival in Danimarca. La mia impressione è che… beh, ovviamente non ho sentito il nuovo album poiché solo voi lo conoscete. Ma ho avuto l’impressione che sia un pochino più, diciamo, “matura” o “pacata”… Cioè, se lo stile nuovo di Eyehategod riflette quello della nuova traccia, beh, mi sembra un minimo più “morbido”, forse leggermente più “malinconico”… O meglio, a dire il vero mi ha dato un’impressione tipo quella che si ha quando si gusta un whiskey ben invecchiato che ha acquisito quel sapore rotondo, morbido, ma che è ancora whiskey, cioè continua a bruciare…

Sicuro! So esattamente cosa intendi. E sì, questo è probabilmente vero nel complesso…  Faccio sempre paragoni con band come Ramones, Motörhead, AC/DC… Noi abbiamo il nostro suono, ci siamo sempre attenuti a quel suono, perché siamo Eyehategod, questo è quel che facciamo. Ma le cose cambiamo mentre cresciamo, invecchiamo ogni giorno, abbiamo idee diverse…

Abbiamo altri brani per il nuovo disco che però sono molto più intensi di quella canzone. Ma è tutto Eyehategod alla fine. Ma ho capito cosa intendi. Qualcuno ha detto che il brano è perfino “melodico”. Pazzesco! Dicevano “è sognante ed intenso”… Le parti cantate sono intense, le chitarre e la batteria sono intense, ma c’è anche altro. Come dicevi, è “invecchiata” in un certo modo. Speriamo, sarebbe bello riuscire a far avvicinare a noi nuova gente che normalmente non ci ascolta…

Beh, ho visto e sentito il brano durante il vostro concerto qua a Milano e posso dire che non è per niente “melodico”, era un flusso di energia bruciante… ma ho avuto giusto quell’impressione e il senso di piacere che qualcosa di invecchiato può dare, come la faccenda del whiskey o anche come col blues.

Sì, sono d’accordo! Forse adesso siamo diventati un po’ più saggi. Ma non credo che abbiamo perso la nostra potenza. In realtà la gente si stupisce di noi che, da quarantenni, riusciamo ad essere così pieni di energia sullo stage e suonare così a lungo. A volte suoniamo per oltre due ore, beh, anche a seconda del pubblico, se è preso o no, ma a volte non dipende neanche dal pubblico perché suoniamo a lungo se anche solo ci fa piacere. Perciò se si mette insieme tutto… cioè è la stessa band, le stesse persone, Eyehategod… come anche tu hai detto, e anche come il vino, vino ben invecchiato…

Ancora, per quanto riguarda la questione dell’imitare… L’imitazione è molto lusinghiera. Ci sono molte band che suonano un po’ come noi, ma non penso che riescano a farlo come “quelli veri”. Cioè devi aver vissuto, devi aver passato quello che abbiamo passato noi, non puoi fingere… è per quello che ci auto-definiamo “the blues band”… se prendi blues e rock’n’roll ottieni qualcosa in cui siamo da lungo tempo… E progrediamo invecchiando, ma siamo ancora gli Eyehategod che improvvisano sullo stage, in modo abbastanza intenso…

E riguardo a quello che avete passato in tempi recenti… È cambiato qualcosa a New Orleans dopo il disastro? Com’è adesso la vita, il governo è riuscito a risolvere un po’ i problemi o è ancora un casino?

Oh beh, i media tendono a farti credere che tutto è finito, erano riusciti a far credere alla gente che era tutto perfetto a due mesi dall’uragano. Stiamo parlando di Katrina, ovviamente. Abbiamo avuto un altro uragano un paio di settimane fa, che ha allagato parecchie aree e distrutto un altro po’ della nostra terra. Ma noi resistiamo, da queste parti. La gente qui si tiene e resiste il più possibile. Siamo e siamo stati tenaci. Ma certo, l’uragano Katrina è stato… Beh, non parliamo tanto dell’aspetto fisico della città, che adesso è tornato più o meno alla normalità, anche se dipende dai quartieri. Alcuni sono ancora distrutti e quasi abbandonati, sai, si sta tentando… Ma il fatto è che chi era qua, che aveva famiglia qua, chi aveva qualcosa a che fare con la città quando è arrivato quell’uragano…. è cambiato tutto, non se ne dimenticheranno mai. È stato qualcosa che non avremmo mai voluto vedere. Intendo, tutti qui hanno conosciuto qualcuno che ci ha lasciato la pelle, o hanno perduto almeno una persona cara. E poi metà della gente qui ha perso tutto…

E tu sei una di quelle persone…

Sì, tutto ho perso! Guarda, avevo 25 anni di dischi e libri, oggetti materiali e così via… Certo, è qualcosa di materiale, oggetti di una vita, però quando capita, capita. La realtà è che in fondo noi siamo solo questo corpo in cui stiamo adesso e basta. Cioè, la perdita di tutto è stata una cosa brutta, però non è che io sono il numero di dischi che posseggo. Tuttavia c’è un bel po’ di gente che la pensa così, ma è un po’ stupido…

Un’altra cosa che mi ha colpito – ma non ha colpito solo me – di quell’evento non è stata solo la sua entità di fenomeno naturale abnorme e neanche più di tanto i problemi tecnici o l’incapacità di valutazione degli effetti di quell’uragano, ma sono stati gli aspetti sociali, ossia come la gente sia stata completamente abbandonata a se stessa dalle autorità. Quello è stato incredibile e terribile…

Sì! Eh, quello ha parecchio a che fare con come si vive da queste parti… sai, c’è parecchia povertà qui giù, e c’è sempre stata. Ha a che fare con le minoranze, e, sai, i bianchi possono pure loro essere parte delle minoranze, i bianchi poveri. Ci sono tanti poveri qui. Ma ovviamente al governo non importa un granché di noi, e dei neri. E non gliene importò niente allora. In quel periodo era in carica Bush, probabilmente non gli passò neanche per la mente di occuparsi di questa cosa. Sai, l’80% della gente qui era costituita da neri, latino-americani e bianchi poveri. Quindi, sì, è stata una cosa molto triste che nessuno si sia curato di noi…

Ma almeno in questi ultimi anni è cambiato qualcosa in meglio col nuovo governo o no?

Ah, beh, guarda, da queste parti abbiamo uno dei governi locali più corrotti in assoluto…

Ah, davvero? Suona molto italiano! Pensavo che fossimo noi i campioni! Ora vorrei che mi parlassi un po’ dell’altro tuo lato creativo, quello della scrittura, e anche delle tue performances con la poesia, l’altra tua produzione artistica…

Beh, penso che sia un po’ la stessa cosa, perché vien fuori tutto da… Cioè, nel mio libro “Cancer as Social Activity” ci sono parecchi testi di Eyehategod, i pensieri che ho scritto. Non penso alla scrittura come a qualcosa di separato dalla musica, penso sia la stessa cosa. Ma sì, ho scritto quel libro, “Cancer as Social Activity”, che si può recuperare dal sito mikeix.com.

E sì, ho fatto quelle performances “spoken word”, dove mi alzo e parlo. Mi son sentito un po’ timido a farle, forse non timido ma… lo so che suona pazzesco a dire che son timido… Solo che ad essere lì senza la band a spalleggiarti intimidisce un po’… Ho iniziato a farlo con un amico, io recitavo alcune poesie e lui mi accompagnava con un sintetizzatore. Ma nel futuro conto di farlo un po’ più per conto mio e lasciando perdere il rumore o la musica in sottofondo, cercando di focalizzarmi un po’ di più sulla parte recitata. Faccio anche roba sperimentale…

Ah sì, ho sentito di quell’altro tuo progetto, The Guilt Øf… È forte! Un miscuglio di punk e roba sperimentale… Ho sentito alcuni brani su YouTube.

Oh, ti piace? Bene! Abbiamo circa otto registrazioni, un cd e sei brani, e quell’album su Bloodlust. L’etichetta At War With False Noise ne ha fatto un vinile. Abbiamo anche una cassetta che è tutta incrostata di vetro rotto (dovrebbe essere la cassetta Glass Torn And War Shortage: The Purposeful Poisoning Of A Shardless Society, 2010, ndr). Devi togliere il vetro rotto per ascoltarla… Cioè, è una specie di arte concettuale, o roba del genere, non so. L’ho fatta perché mi piaceva l’idea, sai… Abbiamo fatto anche uno split con una band italiana, Ivs Primae Noctis, la conosci?

No, purtroppo non la conosco.

Beh, non sono sicuro di chi nella band fosse in qualche modo affiliato ai Cripple Bastards (in effetti ho trovato che FOAD Records, gestita da Giulio, frontman dei Cripple Bastards, organizzò un festival nel 2011 con il primo live in assoluto di  Ivs Primae Noctis, ndr).

Ah, sì, i Cripple Bastards li conosco!

Abbiamo fatto uno split con loro. Poi sto cercando di pensare a cos’altro c’è… Ho anche una compilation e un singolo 7 pollici (dovrebbe essere That’s What The Obituary Said / Ten Suicides, 2009, ndr), e poi c’è la roba spoken word. La maggior parte di questa roba, renditi conto, esce in edizione molto limitata. Stampano forse qualche centinaio di copie al massimo, perché c’è un’audience ristretta. È un qualcosa a cui mi dedico da sempre e che volevo proprio fare. Poi oltre a farlo con Ryan [McKern], che è in The Guilt Øf…, faccio qualcosa con Joey [Joe LaCaze], il nostro batterista in Eyehategod, e Bruce [Lamont], della band Yakuza di Chicago. Abbiamo fatto delle performance dal vivo nel Sud e Sud-Ovest, in Texas e… Quindi, beh, sì, cerco di tenermi impegnato più che posso in modo un po’ creativo.

E con la scrittura continuerai?

Sì, senz’altro, non potrei smettere neanche se volessi! Cioè, non posso fare a meno di scrivere. Ogni giorno penso a qualche cosa e prendo appunti.  Ho qualcosa come ventimila parole, nuove, e ci son stato su per anni. Finalmente ora sono su computer, non più solo sulla carta.

Eh, basta carta, brucia…

Sì, sono contento che ora è tutto su computer. Potrei far uscire altri due libri.

Nei nuovi libri manterrai lo stesso stile del primo? Ho letto alcune tue poesie, qualche volta mi ricordano degli haiku.

Oh sì, alcune sono davvero haiku.

Le tue poesie sono spesso molto haiku, perché sono come flash di immagini, sono visive ed immediate. I poeti haiku parlano spesso di natura, amore, tristezza, mentre tu parli di vita dura, tragedie personali e sociali, pessimismo, una specie di haiku doloroso…

Sì, ce ne sarà probabilmente anche di più nel prossimo libro, ma ce n’era un po’ anche nel primo. Ma anche alcuni testi in The Guilt Øf… sono scritti come haiku. Facciamo dellle canzoni abbastanza gotiche, di brutto, ma scritte in stile haiku.

Beh, è uno stile molto efficace nella poesia, capace di creare immagini e sensazioni immediate. Penso anche che la lingua inglese sia adeguata per questo stile, molto efficiente. Voi (anglosassoni) siete capaci di dire molte cose in poco spazio.

Intendi perché parliamo molto veloce?

No, intendo che molte parole in inglese sono fatte di suoni molto brevi, ma ognuno di essi può significare tante cose o concetti anche complessi. Faccio il confronto, ad esempio, con la mia lingua, l’italiano, con il quale spesso hai bisogno di molte parole, devi parlare parecchio per esprimere le stesse cose.

Sicuro! Pensa anche al tedesco, con quelle parole lunghissime… Non riesco ad immaginare come sia a scrivere canzoni in tedesco, deve esser difficile far  fare la rima… (ride, ndr) Mi piace, però, la lingua tedesca. Solo che con quelle parole così lunghe… ma penso che forse ha tutto a che fare col fatto che noi americani siamo pigri, rendiamo le nostre parole più corte possibile per cavarcela alla svelta…

Niente male come idea…  C’è un’ultima domanda che vorrei farti. Mi è capitato varie volte di sentirti parlare delle etichette e di quanto sei pessimista in merito. È davvero così difficile avere a che fare con le etichette? Te lo domando perché, avendo a che fare con le riviste on-line, spesso le band emergenti mi/ci chiedono suggerimenti, link o informazioni riguardo alle etichette per far uscire la loro roba, perché forse alcuni pensano che vediamo i diversi aspetti della scena. Cioè, una band come la vostra, attualmente, non è legata a nessuna etichetta…

No, non siamo legati ad alcuna etichetta. In qualche maniera abbiamo ancora un legame con Century Media, ma non abbiamo alcun contratto in atto con loro. Loro hanno ancora il nostro vecchio catalogo. Ma con “etichetta” intendi “casa discografica” o anche “definizione di stile”?

No, intendo “casa discografica”.

Beh, perché noi non vediamo di buon occhio né l’una né l’altra… Cioè, non sopportiamo di esser definiti “sludge”, qualche volta l’abbiamo detto nelle interviste. Riguardo alle etichette come case discografiche… non ci si può fidare. Il tipo che ha appena fatto uscire il nostro nuovo singolo 7 pollici “New Orleans Is the New Vietnam”, quello dell’etichetta A389, beh, è probabilmente la prima persona in tutta la mia carriera di cui ho completamente fiducia. Cioè… beh, sì, anche la roba di The Guilt Øf… è uscita su qualche casa discografica underground. Anche quelle case discografiche si sono rivelate affidabili. Vedi, in quel caso facciamo un accordo per stretta di mano, ok, stampi 500 copie e mi dai il 20% o il 10%, a seconda dell’accordo, e finita lì. Ma con le case discografiche più grosse, tipo Relapse o Roadrunner o altre a quei livelli … beh, non puoi fidarti. Cioè non c’è nulla di personale riguardo alla gente che ci lavora, perché spesso quelle persone sono fan che vogliono aiutare le band. Ma ci sarà sempre qualcuno seduto in una stanza col sigaro in bocca, ed è quello che spremerà i soldi dalla tua band! A quelli non gliene frega niente… Tra le nuove etichette anche Housecore Records (l’etichetta di Phil Anselmo, ndr) è abbastanza affidabile. Fanno business faccia a faccia. Ma ad ogni modo tutto questo a me personalmente spaventa ancora. Siamo stati imbrogliati così tante volte quando eravamo giovani…

Quindi, che consiglio ti sentiresti di dare ad una band emergente che deve affrontare tutto ciò?

Intendi di avere a che fare con la gente delle case discografiche? Eh, direi che dipende. Normalmente ti servirebbe l’aiuto di un avvocato, anche se stai facendo un accordo per stretta di mano. Beh, a dire il vero con quella roba di The Guilt Øf…, con quelle case discografiche underground, anzi super-underground, l’esperienza è stata diversa.

Ma in generale c’è bisogno sì di un avvocato per farsi un po’ di corazza…

Quindi intendi che alla fine sarebbe meglio attenersi alla filosofia del fai-da-te?

Beh, cioè, quello è un gran bel modo di fare le cose. Però poi devi preoccuparti della distribuzione… E quella è una parte dell’intera faccenda che noi non siamo in grado di gestire…

Mike, grazie tantissimo per la lunga e simpatica chiacchierata e per il tuo tempo e la tua pazienza. Hey, non vedo l’ora di sentire altri tuoi programmi alla radio! (nel frattempo Mike IX è tornato con il suo show due settimane dopo il debutto, mercoledì 3 Ottobre 2012 – questo e il precedente sono scaricabili dalla pagina facebook della radio). E quando e se tornerete nella mia città, Milano, per un tour, sarà bello incontrarti di nuovo.

Ah, sì sì, Corrado [Corrado “Riot” Gioia, dell’agenzia Hard Staff] sta cercando di farci avere almeno 5 o 6 date italiane, dopo che sarà uscito il nuovo album, ovviamente.

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