Siamo in quattro, contro un orda di nemici, affamati di carne e assetati di sangue. Il bagliore nei loro occhi esprime la vuota follia di un pazzo che ormai non ha nulla da perdere e i loro movimenti veloci tagliano l’aria come rasoi, come una lama taglia le feroci bestie prive di ossa dei deserti. Ogni cosa sembra andare al rallentatore e i nostri movimenti, sincroni e leggeri appaiono come una danza vorticosa in questo campo di battaglia, dove tutto tace e l’unico rumore udibile è la pioggia battente. Eh sì, perché la pioggia non distingue il male dal bene e lava tutti, preparandoli alla morte. Posso dire, però, personalmente, che morire qui, con i miei compagni, amici e complici non è una cosa cosi negativa. Però non è questo il giorno giusto per arrendersi e tra un balzo e un colpo del drago e l’altro cerchiamo di arrivare nel castello di Burmesia per salvare il re.

Sapete, a volte, per viaggiare basta poco. Basta prendere un dischetto, inserirlo nel vano disco e aspettare che il caricamento ci porti alla schermata iniziale. Con una dolce e malinconica melodia l’animo viene subito trasportato su di un vascello di ricordi, che diventano sempre più turbinosi man mano che si va avanti. Un uragano di piaceri, tristezze e calore inizia a pervadere tutto il corpo e una leggera brezza percuote la schiena. Un breve caricamento (che bei tempi che erano, pochi istanti per un intero universo) riportano il sottoscritto in quell’incredibile mondo popolato dalle figure digitali, ma che ormai fanno parte della famiglia, quella che ha insegnato cose davvero particolari. “Dopo il giorno viene la sera, dopo l’inverno la primavera e la vita infondo infondo è un allegro girotondo”. Può sembrare alquanto banale, ma questa frase di Gidan è potente come un fiume in piena e nella sua semplicità cattura non solo l’attenzione, ma ci insegna che la vita non è una cosa orribile e che ogni cosa passa con tempo.

“Essere dimenticati è peggio che morire.”
Per qualcuno il migliore Final Fantasy è il VII, che con la sua trama cupa e matura, con i suoi personaggi dark è riuscita a conquistare il cuore dei fan. Per qualcuno è l’VIII, che si presenta in modo analogo al VII, ma con dei personaggi diversi, una trama diversa e un’ambientazione diversa. Per me invece è il IX. Final Fantasy IX a mio avviso è una piccola perla nel mondo videoludico da recuperare se non l’avete giocato o rifare se ce l’avete. Si tratta dell’ultimo capitolo uscito su Playstation e si differenzia dai precedenti due non solo per la sua grafica super deformed, ma anche per via dell’ambientazione, che qui diventa a metà tra il fantasy classico e lo steampunk. Un mix che crea un cocktail definitivo, un B52 infiammato e pronto alla consumazione.
Il gioco ci catapultava in un mondo magico e pieno di pericoli e potete ben capire l’esaltazione e il fomento di un ragazzo giovanissimo dinanzi a tanta maestra potenza e tanta bellezza visiva. I pixel, nonostante la loro deformazione, costruivano edifici, strade, alberi, i personaggi. Un intero mondo costruito appositamente per il giocatore. Un modo non solo per evadere per qualche ora dalla realtà, ma addirittura un espediente per unire i due mondi in un solo, unico, mondo.
La storia all’apparenza semplice e puerile nascondeva in se qualcosa di profondo e magico. Un sovrano tiranno, un rinnegato, un incompreso, una donna sfruttata, un mago dubbioso della propria esistenza e cosi via. Una ragnatela di personalità, di desideri e paure, di sofferenze e felicità, di coraggio e codardia apparente, giovinezza e crescita. Questo groviglio di cose vivono in una più totale sinergia.

“Essere o non essere… Una linea tenue come la nebbia che svanisce al mattino”
Giocare a Final Fantasy IX è sicuramente una cosa del tutto diverso rispetto al giocare ai precedenti capitoli, ma ciononostante cd dopo cd, passo dopo passo, un vuoto iniziava a manifestarsi nei meandri del nostro caro vecchio cuore. La consapevolezza che Vivi non l’avremo più “rivisto”, che non avremo più ascoltato le bizzarre storie di Quina, che non avremo più passeggiato per la notturna Toleno o per la maestosa città degli idrovolanti Lindblum o per la città della morte e della pioggia perenne, Burmesia. Tutti questi luoghi diventeranno un ricordo e a malincuore ce ne facciamo una ragione.

Essendo l’ultimo gioco per la prima Playstation questo Final Fantasy si presenta con delle vesti nitide e intriganti. Riusciamo a vedere ogni cosa nel mondo di gioco, concependo addirittura ciò che gli sviluppatori ci hanno tenuto nascosto dietro alle pareti dipinte. Difatti tutti gli sfondi sono fatti con la computer graphic, che dona quella sensazione incredibile di vivere veramente nel mondo tridimensionale e di far parte della trama al 100%.
Tutto ciò che avevo detto prima, però, è contornato da una colonna sonora cosi bella che trovare degli aggettivi qualificativi giusti sarebbe davvero difficile. Le note della maestosa colonna sonora risuonano nel corso di tutta l’avventura, cambiando continuamente la sonorità e aumentando l’enfasi nei momenti critici o affievolendo nel momenti dolci o calmi. L’enorme quantità di ore dell’OST potrebbe far impallidire chiunque ed è sicuramente una delle migliori della serie.

Parlando di Final Fantasy IX trattiamo un gioco che ha fatto parte dell’infanzia del sottoscritto e sicuramente di molte altre persone. Con questo articolo sul retrogaming non ho voluto prendere in considerazione la parte analitica del titolo, quanto quella ludica. Si tratta di un modo con cui probabilmente verranno affrontati anche i capitoli successivi. Speriamo che con questo vi abbiamo trasmesso almeno una piccola parte di ciò che ho provato io durante il gioco.
