Fortuna Della Porta, La sonnolenza delle cose

Da Fabry2010

Due poesie di Fortuna Della Porta e una nota di Marco Scalabrino

ad Ana Politkovskaja

Solitudine e nobiltà
segnarono il passo di Anna
tra i detriti della sua terra.
La condanna
fu emessa
e la sentenza passò alle armi
ma lei continuò
a indossare il vestito da sposa
a immaginarsi
l’interno della casa col sole
a sperare
il futuro dei bambini
alla finestra
pensando, come disse,
che i regimi vanno e vengono
e quando capita sono draghi
che sputano fuoco.
Ma se hai
un editto da recapitare
pur con un fucile puntato alla schiena
diventi un soldato
che resiste.
Rifiuti finché puoi,
ma devi continuare.
In mezzo ai dinieghi
la fontana sulla piazza rossa
mandava sangue.
Anna dimostrò
col volto schierato
che un cencio di denuncia
aiuta ad asciugare una piaga
e a chi tocca occorre diventare
simbolo e bersaglio.
Sotto i cieli scuri anche una Parola
merita la condanna a morte
ma neanche una volta
un fucile uccide la verità e l’onore.

*

ad Assunta Finiguerra, che mi chiamò amica

Certe bocche parlano del fuoco.
Senza incespicare, a piedi nudi,
attraversano le foreste pluviali
le proprie lacrime amare
gli amori non ricambiati
sfigurate dalle cicatrici
di recenti e antichi tradimenti.
Hanno tagli ovunque,
pianto trattenuto
ma conservano nella parola
i cirri delle fiamme.
Gli occhi poi hanno conosciuto
usignoli e cacciatori, vita e morte,
e spargono lampi.

Certe bocche parlano nel fuoco.
Nude e generose si ergono
a dipanare la voluttà e il tormento.
Bisogna aver vissuto e dato.
In una ruga sulla fronte riflettono
le cuspidi che cambiano in rosso
il colore fosco del sangue.
Si fanno streghe
fiutano nel vento la premonizione
bevono i filtri della notte
offrono la gola al boia degli astri
quando la sciabola della luna
di notte declina intorno al presagio.
Piccole come un respiro
o immense da contenere
le febbri che consumano.

Certe bocche parlano col fuoco.
Hanno nella parola braci
nella penna lume di torcia
nel cuore
il giuramento indissolubile
all’incendio dell’arte
asservito all’umiltà.
A tale fuoco si struggono i poeti.

*

Nota di Marco Scalabrino

A pieni voti superati gli esami di facciata (seducente, in copertina, l’immagine del mitico Endimione in drappo rosso che, addormentato, attende la visita della Luna), penetriamo senza indugi la sostanza del volume, che consta di circa centodieci pagine e di sedici testi.

Lucio Zinna, con l’acutezza che gli riconosciamo, in prefazione scrive che La sonnolenza delle cose appare intesa a misurarsi con i grandi temi della poesia di ogni epoca e latitudine.

E soggiunge:

“Delle cose la poetessa mira a percepire le essenze. E mira soprattutto a cogliere il senso di noi stessi. Comprendere chi siamo è l’obiettivo. E la poesia, in cui il significante si pone ad substantiam acti, si fa sentiero a tale ricerca, secondo i parametri che la poetessa chiama “le vie dell’anima.” Colpisce, in Fortuna Della Porta, il modo di risolvere liricamente argomentazioni e narrazioni, in un variegato, spesso inconsueto gioco di metafore. Immagini della realtà di ogni giorno sono investite da bordate surreali trasfigurandole e facendole apparire come in sospensione. In un singolare capovolgimento dell’asse, non è il soggetto a vedere scorrere il tempo, ma è questo che, impietoso nella sua acredine, “guarda passare” quegli. Dalla contemporaneità giunge l’istanza di una attualizzazione di mitologie bibliche, greco-romane, orientali: l’Eden, Icaro, il Minotauro, Cassandra.”

Giorgio Linguaglossa, nella sua recensione del libro, osserva:

“Il complesso discorso metaironico e conviviale di Fortuna Della Porta si snoda in un piacevole “parlato” che si dirama in un delta linguistico attraverso le frattaglie e le miniature, i risvolti della cronaca e i richiami al tempo mitico, il tutto emulsionato e agitato all’interno della clessidra della contemporaneità. La scrittura procede per contaminazione e commistione, immersione-emersione nelle (e dalle) faglie del “parlato”, adottando ed ereditando di questo il calco mimetico, con tutto ciò che di irregolare e di transitorio ne consegue.”

E Ivano Mugnaini, dal canto suo, soppesa:

“C’è il gusto serio e divertito, profondo senza mai risultare pedante o artificioso, dell’invenzione e della variazione sul tema. Alterna versi brevi e lunghi, metafore piane e accostamenti estremi, acrobatici, mai per il gusto della scena, ma piuttosto per dare forma di parole e di suono ad una esuberanza che è ricerca di quel significato ulteriore che si trova nella magia arcana delle cose, in quello spazio fra sonno e veglia, comprensione e meraviglia.”

Per darvi riscontro della bontà delle affermazioni degli illustri letterati appena evocati, andiamo a ricercare ed estrarre dal testo, invitandovi magari a scovarli in seno ad esso, taluni degli esiti maggiormente felici per formulazione, per estro inventivo, per suggestione: il tempo: / giorni / che stramazzano; la falce della notte… procede a ritroso, / col nero ai fianchi / che infittisce in continuazione; il sogno è l’interregno / che… tarda a calare sui gesti / che non vorrebbero concludersi mai; le stazioni… dividono il pianto, / separano dita intrecciate. / Talora rubano un soldato; l’autunno delle giunture / ha il medesimo passo ferroso / della luce che si accorcia; È l’ago / delle cose avute e date, / attimi o anni di cristallo o di sale, / a cucire l’abito da viaggio; Prima di morire, almeno capire… il significato di me così inutile e cieca / ostinata al respiro; Doppia: / come l’albero / culla e bara, / il fuoco, insieme, / rosso e nero; soprattutto il poeta / veglia sul mondo; la parola del poeta diffonde, talora commuove, / ma di rado è lega dura / da spezzare le catene e convertire; Icaro si libra negli aghi del sole che lo perderanno.

Fascinosi, altresì, certi passaggi onirici: scalza / su un deserto pulito come uno spillo / sto per raggiungere / in questa notte fatata / ogni accampamento, / col lungo viaggio del cammelliere… la sera muore ignorandosi… e la mia ovatta… ha peripli cremisi, occhi di bistro / ove la conduce la fantasia.

Tra le architetture messe in campo, poi, da Fortuna Della Porta, fa capolino un argot italiano-francese, che sfoggia espressioni e termini quali: hors du temps, au cheval, rien!, déjeuneur, l’homme m’a vue, sous la rue étrangère, s’il vous plaît, je braille.

Ma la poesia di Fortuna Della Porta dispiega altri contenuti e corrispondenti altre soluzioni che vale la pena di vagliare, al fine di appurarne l’ampio spettro delle realizzazioni.

Ne segnaliamo, qui, alcuni su questioni di natura personale, sentimentale e sociale, sottolineando che non necessariamente l’io poetico e l’io autobiografico debbono coincidere: un amante segnò su di me / il suo piacere / ripetutamente / come una vittoria o un diritto. / Non domandò: io piansi. / Mi fece scorrere sulla nuca cera bollente; d’improvviso un frullo / nella mia testa avanza / che lascio a sgranare / il tempo acre che in solitudine / mi guarda passare; ancora oggi / sottomessa / al peso dell’incerto / al pessimismo della ragione / alla finitudine; di Cettina e Maria mi coglie un rimpianto tardivo / in punta di penna / ma non so immaginarle se non segnate da rovinose maternità / e mani consunte dalle asperità del dovere; l’umanità negletta o sfruttata / possiede solo quelle spine, / ha scarpe di cartone / per vedersela con gli scogli / e di solito si abbevera di acqua salata; che si dica / clochard, homeless, barbone / si parla di fughe; riprendere la strada / almeno / per portare in salvo / la fame di un bambino.

Accanto a tali avanzate esecuzioni sono parimenti presenti, nel segno viceversa della tradizione letteraria, filastrocche, cantilene, scioglilingua, con rimbalzi di rime, di assonanze, di omofonie, con le quali si cerca, giusto nella apparente lievità, di ottenere l’attenzione dell’altro, di veicolare il proprio messaggio, di attrarre il lettore sul terreno di argomenti nondimeno estremamente seri:
erba-caverna / caverna-magenta / magenta-lucente / magma e semente; dolcetti scherzetti fumetti… labia visi rifatti / bigotti nel pozzo dei matti / botox per rughe di ratti… e abiti per mondi di fiaba / in vendita un tot la pelle / nella terra delle cose belle… Pizie pizzi pazzi pizze / banchetta chi è sazio / digiuna chi ha fame / in terra a furor di reclame. / Nella Casa del Parapiglia / si ciarla a tutta briglia / dietro viene chi arranca / e ciurli chi me ne striglia.

Una speciale menzione meritano due testi, entrambi assai belli: il primo dedicato ad Ana Politkovskaja (peraltro laureatasi con una tesi sulla poetessa Marina Cvetaeva), la giornalista russa assassinata nel 2006 nota per il suo impegno in favore dei diritti civili; il secondo ad Assunta Finiguerra, una tra le autrici dialettali italiane più amate dell’ultimo decennio, scomparsa nel 2009. I testi meriterebbero ambedue di essere riprodotti per intero; valgano tuttavia per essi, solo a mo’ di esempio, dei concisi rispettivi stralci: Anna dimostrò… che un cencio di denuncia / aiuta ad asciugare una piaga… ma neanche una volta / un fucile uccide la verità e l’onore; Certe bocche parlano col fuoco. / Hanno nella parola braci / nella penna lume di torcia / nel cuore / il giuramento indissolubile all’incendio dell’arte / asservito all’umiltà. / A tale fuoco si struggono i poeti.

Quattro testi dell’opera sono preceduti da una iscrizione. Eccone degli scampoli: “Per quanto tu possa andare, viaggiatore delle sette lune, delle sette tuniche, delle sette fiasche di lacrime… neanche… canuto e il piede carico d’anni… neanche allora giungerai ai confini della terra”.

Campeggia il rimando al numero sette, cifra che ha una spiccata accezione simbolica; tra il sacro e il profano, alludiamo solo: ai peccati capitali, ai veli della danza di Salomè, alle meraviglie del mondo antico, ai giorni della settimana, alle vite di un gatto, agli anni di studio “matto e disperatissimo” di Giacomo Leopardi, ai nani di Biancaneve, alle note musicali, eccetera eccetera; “La morte, non è niente per noi, dal momento che, quando noi ci siamo, la morte non c’è e quando essa sopravviene noi non siamo più”.

Epicuro libera così l’uomo dalla paura della morte; “Ti avverto, chiunque tu sia. Oh tu che desideri sondare gli Arcani della Natura, se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi non potrai trovarlo nemmeno fuori. Se ignori le meraviglie della tua casa, come pretendi di trovare altre meraviglie? In te si trova occulto il Tesoro degli Dei. Oh! Uomo conosci te stesso e conoscerai l’Universo e gli Dei”. Questa iscrizione sovrasta il tempio dell’oracolo di Delfi, l’oracolo più importante di tutto il mondo greco, il cui santuario era chiamato “ombelico del mondo”; “I fatti non cessano di esistere solo perché noi li ignoriamo” è una asserzione di Aldous Leonard Huxley, scrittore britannico, 1894-1963 (il 22 Novembre, lo stesso giorno in cui morì John F. Kennedy), famoso per i suoi romanzi di fantascienza, da molti reputato “il padre spirituale” del movimento hippie.

Sembrerebbero adombrarsi, specie da queste ultime notazioni, degli intenti pedagogici nella produzione della Nostra. Probabilmente, sì, in parte essi vi sono. Ma lo spirito vero, profondo, non crediamo sia quello di prevaricare il lettore, di calare dall’alto un monito perché questi ne tragga pedissequamente una lezione, di far scivolare fra le righe la sua mission; prevale piuttosto il sano proposito di trasferire al lettore quelle esperienze, unicamente perché questi possa compiutamente e liberamente meditare su di esse.

Raffinata accumulazione di esiti, accurata scelta lessicale, ampio potenziale semantico, elevato spessore lirico: una sorta di rincorrersi di immagini, alla quale non è estranea la propensione filosofica dell’Autrice, che vanno a comporre il puzzle screziato della nostra esistenza.

Sonnolenza è, per definizione, lo “stato di torpore provocato da bisogno e voglia di dormire”; per estensione, lo “stato di inerzia, di torpore spirituale, di inattività.” E, cioè, la svogliatezza, la pigrizia, l’abbandono.

E allora, per quanto sopra esposto, il titolo, siamo convinti, è da intendersi quale una bella e buona provocazione, che mira giusto ad ottenere l’effetto contrario alla sonnolenza e si ricollega dunque direttamente alle fondamenta del suo pensiero, ovvero al riscatto dell’arte, a quel prossimo Rinascimento che, lei agogna, verrà.



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