“Fuochi di Bengala e altre poesie”, di Krzysztof Karasek

Creato il 15 settembre 2011 da Fabry2010

Fuochi di Bengala e altre poesie, di Krzysztof Karasek (ed. Il Ponte del Sale, 2011) (a cura e per la traduzione di Leonardo Masi)

Recensione di Giovanni Agnoloni

I lavori letterari a cui ‘mette mano’ Leonardo Masi, raffinato polonista e musicista di cui già abbiamo parlato, su questo blog, si segnalano sempre per una profondità “diversa”. L’ultima volta ne parlammo riguardo alle poesie da lui tradotte per le Edizioni della Meridiana, Antimondo di Tomasz Różycki, uno dei più importanti poeti polacchi dell’ultima generazione. Oggi guardiamo invece a Fuochi di Bengala e altre poesie, raccolta di liriche di Krzysztof Karasek (ed. Il Ponte del Sale), che in Polonia è un protagonista della vita letteraria fin dagli anni Settanta, quando faceva parte di un movimento poetico detto Nowa Fala (“nuova ondata”). Leonardo Masi, che ha tradotto e curato questa antologia di testi, è anche autore della postfazione al volume (mentre la prefazione è di Jarosław Mikołajewski), nella quale ben tratteggia l’itinerario artistico di questo autore apparentemente così “strano”, perché fuori dagli stereotipi dell’intellettuale accademico (ex studente di educazione fisica, grande amante delle bevute), ma al tempo stesso di un’intensità di sguardo direi quasi ‘chirurgica’, perché capace di andare dentro al cuore del segreto emotivo dell’uomo.
La Nowa Fala, nata nel 1970 – spiega Masi nella postfazione – si caratterizzava del resto per voler rappresentare la realtà “in chiave dialettica e fortemente critica”, dunque con un moto di profondità che dissonava rispetto al materialismo di stato imposto dal regime sovietico che allora reggeva la Polonia. E questa ribellione, in Karasek, sembra andare oltre gli stessi limiti storici dell’esperienza dittatoriale, perché tutt’oggi egli va giù, nel profondo, con un’intuitività potente, accompagnata da uno spirito ‘guascone’ che lo rende simpatico anche nelle movenze e nei ‘carotaggi interiori’ che potrebbero, di per sé, sembrare impegnativi e perciò ‘sgradevoli’. In questo senso, la ‘reazione’, da parte sua, pare esistere tuttora, anche perché, venuto meno il comunismo, è arrivata un’altra, potenzialmente non meno pericolosa minaccia: quella della modernità e della ricchezza che, a loro volta, possono appiattire qualunque senso di profondità e consapevolezza.
Non è un discorso puramente spirituale. Karasek, fin da una sua raccolta del 1979, Prywatna historia ludzkości (“Storia privata dell’umanità”), sottolinea – fors’anche per gli studi condotti – l’importanza della fisicità e del corpo come “strumenti privilegiati di conoscenza del mondo” (cito il curatore). La parola – e la parola poetica, in particolare – diventa, in questo senso, un elemento vitale, che necessità di essere esternato, per non soffocare colui che desidera pronunciarla. Diventa, in altre parole, veicolo di vibrazioni energetiche, prima ancora che semantiche, e perciò di un significato capace di rivelare verità elevate, sì, ma anche immediate e sorprendentemente ‘semplici’.
Ecco, allora, la valenza musicale dello scrivere poetico, nella misura in cui le parole, attentamente scelte, sanno creare “legami santi” tra il poeta, il lettore e il cosmo intero – proprio come le note dei grandi musicisti. E, inoltre, il senso di una quotidianità ‘divina’ nella sua stessa regolarità di riti stagionali, come ci insegna il poeta greco Esiodo. Ma, da qui, possiamo anche spostarci su un terreno più metafisico, che ricorda Baudelaire e Rimbaud, e fors’anche Edgar Allan Poe. Si scende, cioè, nella sfera archetipica della natura umana. Insomma, il percorso poetico di Karasek pare disegnare una storia, una narrazione, un itinerarium mentis che fa da spola tra il livello del materiale e quello dell’immateriale, dell’energetico e dello spirituale, ricongiungendo così, idealmente, due visioni del mondo apparentemente antitetiche, ma in realtà complementari, come quella dell’occidente cristiano e razionalista e quella dell’Oriente delle filosofie di ascendenza buddhista, induista e zen.
Siamo davanti a un poeta che, come dice il curatore, “da sempre ha teso al cielo affondando saldamente le proprie radici nella terra, non senza talvolta capovolgere le polarità e facendoci trovare in alto ciò che ci aspettavamo in basso e viceversa”.
Seguono alcune delle sue poesie:

Da Elegia di Katyń (Una nota al Nulla):
Sganciato da consuetudini e da cose, tocca le immagini!
Su friabili ombre il sole suona
il ritmo degli anni, folle e delicato
lo slittamento dà slancio alle parole. Danzano i gesti
nel guardaroba degli anni, il vento si trascina
come un cane da caccia, fiuta il silenzio.
Ma è già entrato dentro
un pianeta rosso e blu, bianco
come la notte.
(…)

Più si va verso est,
più forte è l’ululato di un’alba che non c’è
più giù affondano i soli di gesso
nei fossi di aprile.
Più piano, più lente
ringhiano le anse di sangue.
I caprioli se ne sono andati. Gli uccelli volati via da qui.
I pesci sputati fuori sono marciti da dentro,
ciò che ha sbattuto negli sterpi si è ammutolito.
I fragili sogni in bianco e nero di questi luoghi
mendicano una ciotola di memoria.

Da Fuochi di Bengala:
I. Umbra vitae
Non considerare il tutto come l’intero
ma come una parte dell’intero,
torna indietro e guarda alle tue spalle. Il paesaggio
ti si dispone allora in strati, coltri
che nascondono la roccia. Il paesaggio
è fatto di molecole, particelle
che formano un mosaico, un mazzo di carte,
uno spettro. E dunque ancora
come nell’infanzia ogni cosa
è a parte, non si lega con niente.
Persino la lingua si scioglie anziché
ingarbugliarsi in un nodo.

Se vuoi dipingere un quadro
non pensare alle linee e alle forme
che vedi, ma alle macchie e ai colori.
Monet dipingeva spettri.
(…)

L’arte di diventare calvi
Più diventiamo grandi
più il mondo si fa piccolo.
Quando si è soli
si può solo pensare.

Quando non si ha controllo su di sé
si trova guerra dappertutto.
La prova della conoscenza delle cose
di solito è il dubbio.

Che cosa hai fatto oggi. Errori assai,
ma molto importanti.
Non siamo tutti uguali. Ci sono cose
che fruttano dopo tanto tempo.

Il dharma delle campane è suonare,
il dharma del sole è splendere.
Signore, non mi abbandonare ai margini del mondo.
Fa’ che possa vivere secondo le mie leggi.



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