Geopolitica e geostrategia del mediterraneo allargato

Creato il 06 dicembre 2014 da Eurasia @eurasiarivista
:::: Giovanni Caprara :::: 6 dicembre, 2014 ::::  

La forte delocalizzazione dei centri produttivi a favore dell’Estremo Oriente ha permesso al Mediterraneo di assumere un ruolo di centralità nelle strategie di trasporto marittimo, in quanto rappresenta una scorciatoia per raggiungere i mercati più importanti. Le compagnie di navigazione lo interpretano come un perno per la loro attività ed hanno identificato una direttrice di flusso dominante, che attraversa il bacino da est ad ovest, ossia da Suez a Gibilterra, permettendo al Mediterraneo di assurgere al ruolo di cruciale per il trasporto intermodale di lungo raggio, sottraendo il primato alle rotte del Mare del Nord.

L’area del Mediterraneo Allargato geopoliticamente rappresenta un quadrante di instabilità e latente tensione, tali da poter instaurare fenomeni dinamici che potrebbero coinvolgere gli assetti politici, commerciali e strategici a livello globale. In questa regione geopolitica, che comprende anche i bacini del Mar Nero e del Mar Rosso, persistono, infatti, realtà profondamente dissimili fra loro, sia in ragione politico-culturale che economico-militare. È possibile suddividerla in due regioni: il settore Nord, ossia Europa e quadrante russo-caucasico ed il Sud, con l’Africa mediterranea ed il Grande Medio Oriente. Samuel Huntington descrive il Mediterraneo Allargato come un insieme geografico, ma non come un unico sistema politico culturale. Pertanto, è definibile come una regione fisica ove le dinamiche sono regolate dal fattore umano: si tratta di due mondi contrastanti, nei quali permangono religioni, etnie, lingue e politica storicamente inconciliabili.

Nella sua completezza, l’area del Mediterraneo Allargato ha incarnato l’instabilità mondiale con i conflitti arabo-israeliani, le guerre del Golfo, quelle combattute da Iran, Iraq, Pakistan e le missioni internazionali contro il terrorismo. La globalizzazione pare aver acuito l’interrelazione dei fattori di instabilità, alimentando le dinamiche di espansione dei fenomeni transnazionali, con la conseguente frammentazione dei popoli che vi coabitano, favorendo gli elementi di contrapposizione. Il fabbisogno alimentare ed energetico agevola in parte lo stato permanente di tensione geopolitica: le risorse energetiche del Golfo Persico, dell’Asia Centrale e del Mar Caspio valgono il 70% delle riserve mondiali e per il 35% incidono sulla produzione del gas. La crescente domanda mondiale ingenera anche la difficoltà nel trasporto di queste materie, ma in contemporanea assicura la stabilità interna dei paesi produttori, migliorando la qualità di vita degli abitanti. L’accrescimento politico-militare delle nazioni che si affacciano sul Golfo Persico è significativamente correlato alle finalità di stabilizzazione geopolitica dell’area da parte degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, le quali desiderano garantirsi un accesso continuo e stabile allo sfruttamento delle risorse. Altresì, la dipendenza energetica rende le nazioni maggiormente industrializzate vulnerabili ai processi economici fissati dagli esportatori. Ciò è anche la causa indiretta di un disequilibrio politico e strategico subregionale, dove la diversità degli interessi economici dei paesi industrializzati ingenera il rallentamento nello sviluppo di alcuni quadranti con minore capacità produttiva. L’interrelazione fra tali evidenze è all’origine di tensioni e conflittualità, che sono la causa stessa dell’instabilità dell’intero quadrante, come per le regioni caucasiche e, più in generale, dell’area ex sovietica.

La pluralità culturale e religiosa è un fattore di profonda tensione fra i paesi del Mediterraneo Allargato, tale da renderne i confini incerti e non ben definiti. Cattolici, ortodossi, israeliti, islamici e copti, tra loro differenziati anche da aspetti socio-culturali e linguistici, hanno dato luogo a conflitti etnico-nazionalistici, conformando nuove identità di Stati Nazione: le guerre arabo-israeliane e il conflitto israeliano-palestinese continuano a causare una forte instabilità geopolitica globale; il problema curdo è stato una spinta per le frizioni in Turchia, Siria ed Iraq; il collasso dell’Unione Sovietica e dell’ideologia comunista in genere, ha prodotto conflitti interni di tipo nazionalistico-religioso nell’Est Europa. Una condizione multipolare insomma, ove si sono verificati un decentramento dei poteri, un allargamento delle relazioni internazionali ed una mutazione delle dinamiche politiche e sociali fra gli Stati. La crisi finanziaria, associata al processo di transizione verso le nuove economie ed i mercati emergenti, ha inciso in modo determinante sull’equilibrio del Mediterraneo Allargato, i cui effetti negativi hanno avuto alcuni focolai di tensione, come il conflitto nella ex Jugoslavia. L’intervento occidentale, sia politico che militare, è riuscito a limitare le conseguenze degli scontri e la destabilizzazione dell’intero Est Europa. Nel Corno d’Africa, al contrario, l’interdipendenza non è stata risolutiva ed ha portato al collasso dei sistemi politici e militari di Etiopia, Somalia ed Eritrea. Nel Vicino Oriente si sono espansi movimenti di matrice religiosa, assumendo un carattere identitario antinazionalista, ma soprattutto anticolonialista, con particolare riferimento alle ingerenze occidentali, tramutandosi in una aggregazione ideologica delle masse malcontente in opposizione ai regimi al potere.

L’esacerbazione dei movimenti antigovernativi di matrice religiosa risiede nella radicalizzazione dell’islamismo, che è stato tramutato in contestazione anticoloniale con un forte carattere identitario, tale da favorire la strategia di destabilizzazione mediante attacchi terroristici, inizialmente volti all’instaurazione di repubbliche islamiche, ma poi concentrati nella lotta contro l’Occidente ed Israele. L’applicazione delle operazioni eversive in paesi non musulmani ha trasformato le fazioni estremistiche in attori non statuali a carattere transnazionale, poiché sono stati capaci di allargare il proprio campo di azione agevolati da estemporanee alleanze con gruppi esterni.

Il Mediterraneo ha subito profonde modificazioni politiche e strategiche in quanto si è reso protagonista delle evoluzioni sociali: il bacino è stato pressoché esclusiva delle forze aeronavali dell’Alleanza Atlantica, le quali hanno influenzato lo sviluppo dei paesi del Vicino Oriente e nordafricani, ma questo concentrò il confronto con il blocco sovietico nel teatro del centro Europa. Gli effetti negativi dell’egemonia della NATO nel Mediterraneo sono identificabili nell’inasprirsi dei rapporti fra gli arabi e gli israeliani, caratterizzati da un costante aumento della conflittualità, e tale atteggiamento ha favorito l’apertura in politica estera da parte del Cremlino a favore dei Paesi “non allineati”. Il Mediterraneo si è, così, tramutato in una nuova area per il confronto bipolare, ove si sovrappongono al precario assetto geopolitico del Grande Medio Oriente il processo di modernizzazione dei sistemi d’arma e l’evoluzione delle dinamiche economiche occidentali. L’instabilità dell’area si è tradotta nello sviluppo di politiche di potenza volte ai programmi militari e di alleanze, intercorrelate fra gli attori statuali, per il controllo dei territori e delle risorse naturali.

In quest’ultimo caso, le rotte marittime si attestano a ruolo fondamentale nelle dinamiche economiche del Mediterraneo Allargato, in quanto sostengono il flusso principale per l’intero sistema mondiale. Il trasporto via mare delle risorse naturali, per il loro volume, rende strategica la mobilità marittima, sia a causa della globalizzazione, sia per l’interdipendenza economica tra gli attori statuali. Le rotte hanno una valenza strategica, tanto da acuire la vulnerabilità dei canali di sbocco al Mediterraneo ai cambiamenti politici degli Stati che li controllano. In effetti, la fluidità del mercato internazionale è strettamente correlata al trasporto dei beni attraverso l’accesso ai passaggi marittimi e questi sono sotto l’egida di paesi dalle condizioni socio-politiche non sempre stabili. Il Canale di Suez, ad esempio, si trova in un’area geopolitica regionale variabile, che non ne garantisce la totale sicurezza, sia per la minaccia asimmetrica del terrorismo, quanto per i conflitti a bassa intensità, ingenerati dalle dispute di palestinesi, beduini e jihadisti contro lo Stato egiziano.

Gli stretti del Bosforo e Dardanelli sono di difficile percorrenza a causa della morfologia che impedisce la corretta visibilità del braccio di mare ed a ciò si aggiungono le restrizioni che a volte impone il governo turco. Queste sono anche a carattere ambientale, in quanto eventuali collisioni fra unità di notevole stazza, potrebbero provocare una catastrofe per l’ecosistema dello stretto. Non solo la visibilità, ma anche le forti correnti contribuiscono a rendere difficile la navigazione ed in caso di incidente gli stretti potrebbero essere chiusi, in particolare quello del Bosforo, il più angusto fra quelli di importanza strategica per lo scambio delle materie prime. L’unico accesso al Mediterraneo che sembra non essere afflitto da variabilità negative nel breve periodo è Gibilterra.

Il controllo delle vie d’acqua rappresenta un elemento destabilizzante per tutta l’area, ma nell’ambito di una transizione geopolitica verso la stabilità multipolare o addirittura apolare i centri di potere si moltiplicherebbero, sino ad acuire l’incapacità dei Grandi a gestire la logica dell’economia e della politica. Il 2014 è stato indicato dagli analisti come il momento di crescita dei cosiddetti BRICS, l’acronimo che unisce Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica: i nuovi equilibri del pianeta si svilupperanno in uno stadio di fluidità finanziaria, politica e militare.

L’apolarità è definibile come una paralisi del sistema, da addebitare ad una diminuzione generalizzata del potere in tutte le aree, dove nessun paese sarà in grado di regolare le dinamiche politiche, economiche e militari a livello globale: di fatto si genereranno tanti piccoli centri di valore strategico. Nell’attuale situazione mondiale l’area mediterranea concentra i flussi geoeconomici principali dell’economia globale, è il concentrato delle trasformazioni intercontinentali a livello sociale ed incarna le più nette contraddizioni politiche e religiose. Di fatto il comburente per la transizione all’apolarità.

La regione mediterranea è stretta nei conflitti dei principali attori statuari e transnazionali per l’egemonia sullo sfruttamento delle risorse naturali, sul commercio e sul controllo militare. Si sviluppa pertanto un concetto di potenza fluido, ma che al contempo si potrebbe discostare dai normali canoni, dove l’imprevedibilità rappresenterebbe la variabile più spiccata. Fra queste, il cambiamento sistemico delle Nazioni dominanti, nelle quali si verifica una modificazione degli assetti del potere ed a cui fa eco una rideterminazione delle gerarchie globali. L’equilibrio fra le parti è condizione a garanzia della stabilità, dove l’ordine ed i processi di evoluzione economica sono tra loro correlati e connessi. La teoria generale dei sistemi, come enunciato da Ludwig von Bertalanffy, è un concetto formulato per analizzare i processi degli attori sociali nel quadro dei propri contesti ambientali, dunque delle entità tra loro collegate ed interdipendenti, regolate, appunto, da diverse variabili. Infatti, gli attori tradizionali, UE, USA ed Israele, sono affiancati dai BRICS e questi ultimi potrebbero ridisegnare le rotte sulle quali viaggiano il petrolio ed il gas, rimodellando l’equilibrio delle forze ed ingenerando attriti con le potenze regionali quali la Turchia e l’Egitto. Uno scenario futuribile potrebbe essere rappresentato dall’instaurarsi di una combinazione bilanciata, in seguito all’occidentalizzazione della mappa sociale ed economica della regione prodotta dalle rivolte arabe, con una logica relazione di mercato verso gli altri competitori regionali. Il Mediterraneo diverrebbe un luogo dove sperimentare una politica postnazionale, uno studio agevolato dalla centralità geografica e strategica, nel quale convergerebbero gli equilibri economici mondiali. Le principali minacce ad un immaginabile processo di aggregazione sociale risiedono nei nuovi assestamenti geostrategici, nei quali si evidenzia la saldatura fra diverse formazioni jihadiste, che si stanno amalgamando in una struttura ideologica antioccidentale. La minaccia asimmetrica del terrorismo internazionale muove anche ingenti capitali, un flusso di denaro la cui provenienza, in alcuni casi, è statuale ed interpolato da diverse fazioni sovversive, le quali presentano invece un carattere non statuale. La convergenza dei paesi mediterranei potrebbe essere una soluzione per arginare questa prospettiva, agevolando un’azione multilaterale che possa affermare la statualità dei vari movimenti.

Russia ed Iran rappresentano le variabili che, nel medio periodo, potrebbero cambiare gli attuali assetti: il legame fra loro si è già avviato, a partire dal sostentamento del governo di Bashar Al-Assad, ma una comunione di intenti su più ampia scala avrebbe la conseguenza di implementare il flusso commerciale attraverso lo stretto di Hormuz. Tale situazione agevolerebbe pure l’Unione Europea, ma per iniziare fattivamente il processo di collaborazione è necessario che la Russia appiani le contrapposizioni esistenti con i paesi a maggioranza musulmana dell’Asia centrale. Siffatto scenario non corrisponde esattamente alla strategia statunitense e della stessa NATO, la quale tende al controllo della fascia costiera dell’Eurasia, ossia dalla Penisola Iberica, passando per il Vicino Oriente, sino al Golfo Persico. Questa strategia non è di nuova concezione, ma risale già al 1944, quando il geopolitico Nicholas Spykman, nel suo libro The Geography of Peace, sosteneva che coloro i quali controllano il territorio costiero (Rimland), controllano l’Eurasia, e con essa le sorti di tutto il mondo.
Fra le crisi tuttora in atto nel Mediterraneo Allargato riveste una posizione di preminenza l’immigrazione clandestina, dai forti connotati di carattere umanitario: in sette anni hanno perso la vita diecimila migranti, nonostante nell’ultimo periodo l’Operazione Mare Nostrum abbia tentato di regolare e gestire i flussi migratori. La missione di salvataggio è uno dei punti nodali di contrasto tra gli attori europei, poiché la diversità di interesse ingenera una mancanza di cooperazione e di investimenti economici. Il bacino mediterraneo è fortemente presidiato dalle marine dei paesi rivieraschi e non. Un numero notevole di unità di superficie e sommergibili solcano le acque del Mare Nostrum: gli Stati Uniti sono presenti con la VI Flotta, alla quale si contrappone la task force russa che, sebbene numericamente inferiore, rappresenta la volontà del Cremlino di recuperare la credibilità dell’apparato di difesa che subì un pesante contraccolpo con la fine del Patto di Varsavia. A garanzia degli interessi russi nel Mediterraneo, il V Squadrone è stato rafforzato in occasione della crisi siriana e di quella ucraina ed è anche funzionale alla tutela dello sfruttamento del gas naturale cipriota. Altre unità da guerra sono costantemente in navigazione: fra queste, due sommergibili classe Dolphin israeliani dotati di missili nucleari.

Al fine di conquistare una fluidità sociale e politica, l’UE dovrebbe tentare di ergersi a superpotenza, per diventare l’attore principale del Mediterraneo Allargato, una sfida che deve essere accettata dalla nuova classe dirigente europea. Il primo provvedimento potrebbe essere quello di limitare l’ingerenza della NATO, e di conseguenza quella statunitense, per iniziare un viatico che ridisegni il ruolo geostrategico del Vecchio Continente. L’identità del Mediterraneo è stata ben espressa da Hegel: «È il cuore del Vecchio Mondo, è la sua condizione necessaria e la sua vita. Senza di esso sarebbe impossibile rappresentarsi la storia, sarebbe come immaginare l’antica Roma o Atene senza il foro, dove tutti si radunavano».

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