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Germania

Creato il 22 luglio 2012 da Albertocapece

Germania

 

Lo so, il titolo è strano e il testo, come vedrete, è privo di quella polemica superficiale e allo stesso consolatoria contro la Germania, con la quale si cercano goffamente di nascondere gli errori madornali della classe dirigente italiana nelle sua varie fasi del craxismo, del berlusconismo, dell’ulivismo e infine dell’associativismo oligarchico. Errori che nascono dalla poca lucidità politica associata all’estemporaneità delle decisioni e a una sempre maggiore noncuranza sociale. Ma non è questo il tema specifico, quanto quello di mostrare quanto sia sciocco vendere la speranza che si possa resistere sugli spalti dell’euro in attesa di “più Europa” e di una nuova solidarietà che possa sollevare la periferia dalla sua minorità finanziaria e produttiva, causata essenzialmente da una moneta comune geneticamente affetta da un  groviglio di contraddizioni e mal concepiti compromessi.

Sgombriamo il campo dalle illusioni: la Germania non può accettare una messa in comune del debito, non perché sia particolarmente cattiva o agitata da un disegno imperiale mai morto o fermamente decisa a sfruttare i vantaggi della situazione. Certo quest’ultimo elemento ha il suo peso, ma il vero cuore del problema è che una messa in comune del debito significherebbe alla fine rinunciare al suo modello di società, quello impostato da Adenauer, concretizzato da Erhardt e fatto proprio dai socialdemocratici con Bad Godesberg che va sotto il nome di economia sociale di mercato o mercantilismo monetario per definirne le caratteristiche più recenti. Naturalmente è possibile che altre visioni politiche ed economiche si affermino e riescano a cambiare le carte in tavola, ma non certo nei tempi che la crisi europea e l’agonia italiana concedono.

Spesso per spiegare l’orrore per l’inflazione che regna nell’establishment tedesco si fa riferimento all’ iperinflazione degli anni ’22 e ’23 del secolo scorso, tra l’altro confondendola  spesso con l’ondata di crisi e disoccupazione del decennio successivo che portò Hitler al potere.  Non dubito che si tratti di una tesi suggestiva, ma purtroppo tende a fornire una sbrigativa spiegazione psicologica, al posto di una politica e per di più a dare l’impressione strumentale che questo tipo di idiopatia sia superabile. In realtà invece la bassa inflazione è il fattore decisivo del modello tedesco basato non su una dinamica di conflitto – sintesi – nuovo conflitto tra le forze sociali ma su un modello cooperativo, dove ad esempio la moderazione salariale è garantita da una cogestione sindacale delle aziende e le situazioni limite da un welfare aggredito, ma ancora abbastanza robusto da garantire la pace sociale. O anche su un eccellente sistema scolastico che è al tempo stesso selettivo, ma non escludente. Tutto questo è garantito dalla vendita delle eccedenze produttive sui mercati esteri,  modello verso il quale l’economia tedesca si è diretta fin dai primissimi anni del dopoguerra, costruendovi sopra anche la propria Costituzione.

Ora perché questo modello funzioni e garantisca un tenore di vita atto a mantenere la coesione e dunque il modello stesso,  è necessario avere un tasso di inflazione leggermente inferiore a quello dei concorrenti. E’ per questo che anche nelle più accese vertenze sindacali è sempre presente, per tradizione, anche una delegazione della Bundesbank. Ovvio che la bassa inflazione vale sia per un sistema di cambi fissi, sia  ancor di più per le dinamiche prezzi-salari all’interno della medesima area monetaria. Una inflazione alta, per esempio, creerebbe immediatamente una crisi delle cogestioni contrattuali. Del resto proprio questo sistema ha permesso alle aziende tedesche di operare una delocalizzazione verticale, anziché orizzontale come è accaduto per Italia e Francia: fuori vengono prodotti i segmenti a minor valore aggiunto e all’interno quelli invece di maggior valore.

Ora è evidente che una messa in comune del debito produrrebbe inflazione e dunque una crisi del modello stesso cui sia i pariti di centro destra che di centro sinistra non intendono rinunciare, anche al di là dei vantaggi che potrebbe avere sulla scena dei commerci mondiali un euro debole. Per questo è inutile illudersi che la Merkel o chiunque al suo posto – a meno di non pensare a una vittoria della Linke – possa concedere  ”aperture” sostanziali sulla gestione dei debiti pubblici.

A questo punto subentra l’altra caratteristica del modello tedesco che è una risorsa per la Germania, ma un problema per gli altri: il mercantilismo monetario non ha effetto traino per le economie altrui, anzi contribuisce in maniera decisiva a deprimere le bilance commerciali degli altri Paesi. Tutto ha funzionato o è rimasto in equilibrio, fino a quando  gli altri due grandi Paesi manifatturieri del continente (la Gran Bretagna ha ormai un’economia prevalentemente finanziaria) cioè Italia e Francia potevano contrapporre alla Germania una moneta più debole, più gestibile da sistemi assai più frazionati, quello italiano soprattutto, riuscendo ad essere concorrenziali. Ma la moneta unica intervenuta troppo tardi sulla scena o troppo presto ha ottenuto un effetto deleterio. Così mentre la Germania avrebbe potuto essere il cuore dell’export europeo, trascinando con sé anche la periferia, è accaduto che quest’ultima si sia svenata importando sempre più merci tedesche di qualità, ma non riuscendo più ad esportare le proprie.

Anche questa è una ragione per cui chi spera che si possa ottenere “più Europa” a breve termine o è un illuso o è un bugiardo. Certo con un governo tedesco socialdemocratico non ci troveremmo forse a dover subire l’attendismo merkeliano volto a conservare con mezze parole e mezze aperture poi rimangiate, una situazione contingente straordinariamente favorevole alla Germania. Ma la sostanza non cambierebbe: non ci sarebbe alcuna disponibilità a mettere in comune i debiti perché questo metterebbe a rischio un intero modello che ha avuto uno straordinario successo. La situazione sembra senza uscita, all’interno dei feticci che ci siamo costruiti, tanto più che i sacrifici della periferia con i massacri sociali, la negazione di diritti e la cessione di sovranità, sembrano incontrare i favori dei centri  mondiali della finanza, realizzando una singolare quanto innaturale sinergia tra un modello capitalistico cooperativo e uno fondato sui puri valori economici dell’egoismo e dell’esclusione sociale.

La responsabilità  di tutto questo va però addossato a chi non ha capito quali sarebbero stati gli sviluppi di una costruzione insufficiente e contraddittoria della moneta unica, aggrappandovisi come ancora di salvezza  per continuare a campare senza dover toccare le anomalie e le opacità della società italiana. Praticamente tutti, compreso quello chiamato a salvarci dai guai che egli stesso ha contribuito a creare. Altro che Quarto Reich. E anche se fosse la banalità del male l’abbiamo in casa.


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