GIANNI BRERA: GADDA SPIEGATO AL POPOLO #letteratura #giornalismo #sport

Creato il 04 settembre 2013 da Albertomax @albertomassazza

Quando un trentenne Alberto Arbasino pubblicò su Il Verri l’articolo I nipotini dell’Ingegnere e il gatto di casa De Feo, paragonando l’ascendenza gaddiana di Giovanni Testori, Pierpaolo Pasolini e sé stesso all’insolita (per un felino) dedizione del gatto del critico letterario De Feo per il suo padrone, ai tre nipotini avrebbe potuto tranquillamente aggiungerne un quarto,  l’Omero dell’italica pedata, Gianni Brera. E si che, pur essendo il più anziano della discendenza, il Brera, a differenza degli altri, non s’era punto cimentato nell’avanguardismo narrativo, avendo fino ad allora limitato la sua attività all’ossessione della vita, la creazione d’un moderno orizzonte mitico che, in epoca di pace, non poteva trovare altro terreno fertile che nel luogo deputato alla ritualizzazione esorcistica della guerra: l’agone sportivo. Alla narrativa pura ci arrivò sul tardi, cinquantenne, e sempre sostenuto da uno spirito rapsodico, poco incline alle lunghe meditazioni e ai continui ripensamenti che si confanno a un romanziere di razza.

Chi, più della provvidenziale stampa quotidiana, avrebbe potuto pagargli la palestra per affinare lo stile, fino a consentirgli di surfare sulle onde della sua ossessione? Il fatidico incontro giunse ben presto: a 16 anni, abbandonati i sogni d’essere lui protagonista degli epici agoni prativi, iniziò a cantarli da fuori e lo faceva talmente bene che quelli del Guerin Sportivo lo presero con loro, trasformandolo in breve tempo da mascotte a penna di punta. Ma il ben più tragico agone bellico incombeva e il Gioan, tenente paracadutista della Folgore, l’8 settembre capì d’appartenere all’altra parte e, dopo rocambolesca fuga in Svizzera con la Gestapo alle calcagne, s’unì ai Partigiani della Val d’Ossola. D’un solo valore al merito militare si glorificava spesso: d’essere stato parà e partigiano senza mai aver avuto necessità di puntare il fucile contro un altro povero cristo.

Finita la guerra, il fidanzamento con il giornalismo si trasformò in matrimonio indissolubile: chiamato alla Gazzetta, ne divenne direttore ad appena trent’anni, dopo un memorabile reportage al tour del ’49. La sua eloquenza fluviale inondò l’impaludato cronachismo sportivo di allora e le maggiori testate, carta stampata, radio e Tv, per decenni se ne contesero i servigi. Riformò da cima a fondo il dizionario calcistico e non solo, coniando neologismi quali contropiede, melina, goleador. Affibbiò nomi di battaglia capaci di condensare in poche lettere vizi e virtù dei protagonisti delle sue rapsodiche chansons de geste. Diede, per farla breve, piena dignità letteraria al giornalismo sportivo.

Si, tra i nipotini di Gadda l’Arbasino avrebbe dovuto metterci anche lui. Gaddiana l’ironia in cui soffocava ogni minimo afflato retorico dell’Epos; gaddiano il meticciato linguistico, anche se mai contaminato da idiomi masticati a sud della Linea Gotica; gaddiano l’uso di paradossi e iperboli gonfiati fino alle dissacranti deflagrazioni; gaddiane le ardite teorizzazioni in cui Lombroso conviveva con una pietas radicalmente laica, lo sciovinismo enogastronomico con l’autoflagellazione dello spirito patriottico. Non solo avrebbe dovuto esserci anche lui, ma del Gran Lombardo sarebbe stato il nipote prediletto. Se oggi Carlo Emilio Gadda viene letto anche al di fuori delle ristrette cerchie dei salotti intellettuali, gran parte del merito va a Gianni Brera, evangelizzatore dei devoti analfabeti di Eupalla.

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