Girolimoni, il mostro di Roma (1972)

Da Bangorn @MarcoBangoSiena

Eh, sì. Pare proprio che una volta sapessimo girare anche noi dei film come si deve. Ho ripescato in questi giorni questo film di Damiani, datato 1972, e che riporta alla memoria un episodio rimasto comunque nella vita quotidiana di tutti, anche senza sapere il perché si usasse il termine “Girolimoni”. Ora mi chiedo perché nessuno abbia più il coraggio né il talento per continuare su questa strada.

Trama

Roma. Anni ’20. Gli omicidi brutali di alcune bambine obbligano il governo, in vista dell’ascesa al potere del Fascismo, a trovare un colpevole alla svelta, per non mostrare debole Mussolini e il suo seguito. Tra tanti mitomani e testimoni invogliati dalla taglia messa sulla testa del mostro, spunta un personaggio: Gino Girolimoni, un fotografo, un po’ artista e benestante, che si gode la vita. Sarà usato come capro espiatorio per coprire l’inefficienza delle forze dell’ordine.

Considerazioni

A casa mia non è mai andato di moda il sistema “nascondi le cose al bambino”. Qualcuno potrebbe non essere d’accordo, ma ciò che si proibisce aumenta la curiosità nella gente. Vidi perciò questo film quando ero ancora alle elementari, ovviamente seguito in modo tale che mi venissero spiegati i vari passaggi. Far sapere che là fuori non è un mondo fatto di uccellini che si posano sulle spalle delle principesse è utile, soprattutto per mettere in guardia i nostri figli.

Girolimoni, il mostro di Roma è un film crudo, che non nasconde quasi nulla della brutalità degli assassinii, né del modus operandi usato nelle indagini da chi governava all’ora. Da questa pellicola emerge anche la scelleratezza nel voler avere a tutti i costi il consenso popolare, e mettere a tacere liberà di stampa e qualsiasi forma di verità che potesse andare contro al regime.

Ma è soprattutto un film che al giorno d’oggi potrebbe concorrere tranquillamente con altri thriller che vediamo provenire da ogni parte del mondo, e che siamo incapaci di produrre, ormai.
Manfredi, che interpreta Girolimoni, spezza con ironia la tensione delle vicende e la drammaticità degli eventi in cui viene coinvolto. Ma lo fa con misura, senza far cadere il tutto in farsa. Si ride con lui, anzi, si sorride, per poi tornare a stringere i pugni davanti al resto. Vediamo il vero assassino (Gabriele Lavia, che interpreta un personaggio fittizio, usato da Damiani per dare un volto al mostro) rapire le bambine e farla franca, aiutato dalla sua stessa famiglia, e vorremmo essere lì per gridarlo alla polizia. Vediamo i testimoni fasulli, attratti solo dal premio promesso dal Duce a chiunque faccia qualche nome, e li prenderemmo a sberle, nonostante possiamo comprendere che possa essere la fame e la miseria a farli parlare.

E infine, quando Girolimoni viene scarcerato ma non riabilitato, non ci resta che chiederci quante volte potrebbero essere commessi altri errori giudiziari, e quante volte la stampa rovina innocenti e aiuta a coprire i colpevoli.


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