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Giulio Mozzi è nel suo giardino.

Creato il 14 febbraio 2011 da Iannozzigiuseppe @iannozzi

a cura di Iannozzi Giuseppe

L’intervista risale all’agosto del 2005, ma è a mio avviso ancora attuale. Presto si parlerà di un libro, “Il male naturale” di Giulio Mozzi.  

[ g.i. ]

Giulio Mozzi è nel suo giardino.
1. Chi è Giulio Mozzi? Forse solo uno che al telefono risponde “Pronti”? Ti do del tu, spero non ti arrechi fastidio. Dunque, chi sei veramente, e ti prego di non esser avaro di parole?

Giuseppe, alla domanda: “Chi sei veramente?”, non intendo rispondere. Credo di avere ottime ragioni per rifiutarmi. Il presupposto di una domanda come: “Chi sei veramente?” è che esistano, ben distinti, un mio “essere veramente” e un mio “essere non veramente”. Ora, io mi domando: sarei mai capace di “essere non veramente”? Mi domando anche: può mai un essere umano “essere non veramente”? Degli esseri umani che incrocio nell’esperienza, ho: i corpi, le parole, gli atti. In quei corpi, in quelle parole, in quegli atti, penso che tali esseri umani “siano veramente”. Non mi viene in mente di pensare che quegli esseri umani “siano non veramente”. Tutto è visibile, no? E se quel che è visibile è traccia di ciò che non è visibile – be’, è come dire che anche ciò che non è visibile è visibile (sia pure solo per tracce), no?

2. E Giulio Mozzi scrittore? e il curatore della collana indicativo presente in Sironi, chi è, chi sono?

Sempre lo stesso essere umano.

3. E’ giusto dire che “Questo è il giardino” è la tua prova letteraria più felice? E se sì, perché, per quali ragioni (motivi)?

Non so se sia giusto dirlo. Per me è soggettivamente vero: è la “prova letteraria” dalla quale ho ricavata più felicità (non solo felicità, peraltro).
4. Sbaglio o il racconto è quella forma letteraria che prediligi, in cui riesci meglio a descrivere situazioni, personaggi, luoghi e sentimenti?

Non “prediligo” il racconto. Mi pare che i racconti mi vengano generalmente bene; mentre i miei tre tentativi di romanzo (due gettati via, e il terzo ancora in corso) mi sembrano molto più scarsi.
Non credo che Maradona “prediligesse” il gioco del calcio. Avrei voluto vederlo in una squadra di pallacanestro.
(Non voglio paragonarmi a Maradona, per carità: lui ha molti più capelli di me).

5. “Questo è il giardino” si compone di otto racconti: quale la loro genesi? Se ti è possibile vorrei che per ognuno di essi spendessi almeno due parole.

- “Lettera accompagnatoria”. E’ l’inizio di tutto. La mia amica Laura Pugno era a Londra. Stava facendo l’Erasmus presso la London School of Economics. Ci scrivevamo, come facevamo da anni. Un giorno lei mi scrive: mi hanno rubata la borsetta con dentro portafoglio, documenti, chiavi eccetera; ma la cosa che mi è dispiaciuta di più è che mi hanno rubato due tue lettere, che portavo con me un po’ come “amuleti”. Io allora (era la sera del 17 febbraio 1991) le scrissi una lunga lettera, immaginando di essere il ladro e di volerle restituire le due lettere (tenendomi però i soldi: perché un ladro, di quello, ci campa). Spedisco la lettera, e due settimane dopo lei mi risponde: però, carino quel racconto che mi hai mandato. Così realizzai di avere scritto un racconto, e pensai che avrei potuto scriverne, magari, degli altri.
- “L’apprendista”. Dopo sette anni di lavoro nell’ufficio stampa regionale di un’organizzazione datoriale, sette anni nei quali ero passato dalla posizione di dattilografo-telefonista a quella giornalista con cospicue responsabilità, avevo piantato tutto; ed ero finito a fare il fattorino in una libreria. Una brillante carriera a rovescio. Dovevo fare un po’ di ordine mentale, credo. Fattostà che gli anni di lavoro in libreria (altri sette) sono stati tra i più felici della mia vita.
- “Per la pubblicazione del mio primo libro”. A me è successo quello che succede a pochi: ho avuta la certezza di pubblicare – un contratto firmato con le edizioni Theoria – prima ancora di aver finito di scrivere il libro; e prima ancora di avere ben concepito il desiderio di pubblicare. Così che mi trovai piuttosto disorientato. Scrissi un testo di qualche pagina nel quale immaginavo che cosa sarebbe accaduto dopo la pubblicazione del mio primo (e, per quel che potevo allora supporre, unico) libro. Lo mandai all’editore. Scoprii più tardi che, per l’editore, quello era un racconto come un altro, da inserire nel libro.
- “L’unghia”. Io sono stato, da piccolo, un salgariano accanito. Sandokan, Marianna, Yanez e la sua ennesima sigaretta, Tremal-Naik, il fido Kammamuri e la sua tigre Dharma, il gigantesco Giro-Batol, eccetera, sono personaggi mitici che si sono installati nella mia mente tanto tempo fa. Mi pare naturale che, di tanto in fanto, uno faccia delle fantasie attorno ai propri miti. La prima invenzione venne, se non ricordo male, leggendo un libro di viaggi settecentesco, comperato per due soldi (gli avevano tagliate via tutte le illustrazioni) in un mercatino. Leggevo, e all’improvviso vidi una stanza bianca, vuota, con un uomo seduto al centro: l’immagine che apre il racconto.
- “Treni”. Questo racconto è quasi un “primo capitolo”. Il secondo capitolo è il racconto “Roma” nel libro La felicità terrena (Einaudi 1996) e il terzo è il racconto “Bianca” nel libro Il male naturale (Mondadori 1998). La storia doveva concludersi nel romanzo Introduzione ai comportamenti vili, che provai a scrivere nel 1998 e che abbandonai dopo circa centoventi pagine. (Niente di progettato, in tutto questo, ovviamente). La storia di Bianca (e del suo analogo diabolico, cioè Santiago: un personaggio che compare sfuggentemente in diversi miei racconti) è una delle ossessioni della mia vita.
- “Vetri”. Si tratta di una fantasia attorno ad alcune poesie di John Donne – una delle quali è citata quasi parola per parola nelle ultime righe.
- “Tana”. Non è un racconto mio. E’ un racconto di Marco Lodoli, casualmente scritto da me. La mia voce di narratore è in buona parte figlia della voce di Marco Lodoli; e Marco Lodoli fu colui che, avendo letto il mio primo racconto, decise generosamente di darsi da fare perché altri lo leggessero, perché uscisse in una rivista, perché degli editori si interessassero. Ora, “Tana” è un racconto che, secondo me, potrebbe tranquillamente stare, che so, nel libro di Marco Grande Raccordo: e nessuno, credo, se ne accorgerebbe.
- “F.” Ero al Salone del Libro di Torino. Arrivò la notizia dell’ammazzamento del giudice Falcone, di sua moglie e degli uomini della scorta. Tornato a casa, scrissi il racconto: che non è una storia del giudice Falcone.

6. Qual è il racconto che senti maggiormente tuo, quello che ti descrive di più? Perché?

Sicuramente “Lettera accompagnatoria” (ma se interroghi i miei amici, sicuramente direbbero: “L’apprendista”). Quanto al perché: vedi come ho risposto alla tua prima domanda. Chi, se non uno che agisce come un ladro, risponderebbe a quel modo?

7. La prima pubblicazione di “Questo è il giardino” fu nel lontano 1993: come mai hai deciso di ripubblicarlo dopo che era già apparso per più di una casa editrice?

Perché l’edizione Theoria è esaurita da anni, e quella negli Oscar Mondadori è sostanzialmente esaurita da un anno. Io ovviamente sono contento se i miei libri “vivono”, e l’editore era contento di ripubblicarlo. Tutto qui.

8. “Questo è il giardino” ottenne critiche favorevoli: vorrei che me ne parlassi, perché ammetto che, a suo tempo, io non ebbi la fortuna di leggere né il tuo libro né le critiche. E penso così tanti altri.

Sì, fu molto lodato. Però non so che dirti. Io ero imbarazzato e contento, più imbarazzato che contento. Non capivo bene che cosa fosse, la critica letteraria dei giornali. Negli articoli leggevo spesso cose di cui non capivo il senso. Non voglio dire che fossero articoli insensati: se li leggessi ora, ora che sono un narratore “navigato”, penso che li capirei benissimo. Ma non li ho conservati.

9. Riuscirai a (ri)trovare lo stile felice che ti fece grande in “Questo è il giardino”? La mia impressione, senza peli sulla lingua, è quella che in questo libro tu abbia saputo riversare proprio il meglio di te, l’anima, il cuore e il cervello.

No, non ci riuscirò. Sì, la tua impressione è la stessa mia impressione.

10. Sul Corriere della Sera, in data 27/07/2005, Carla Benedetti scrive: “Gli italiani sono sempre più noti all’estero come scrittori di noir e di thriller: si va non solo verso la clonazione biologica ma anche verso la clonazione dei modelli letterari, dell’immaginario secondo la richiesta del mercato. Al posto del realismo socialista oggi c’è il realismo thrillerista”. Qual è la tua opinione in merito?

Ma: i generi letterari hanno i loro momenti di gloria, e le loro morti ingloriose. Vedi le tabelle (a me piacciono molto le tabelle) contenute nell’ultimo libro di Franco Moretti, “La letteratura vista da lontano”. Lì si vede che un genere dura quel tanto, massimo una ventina d’anni, e poi scompare. Certo: in questo momento quella che fu una delle grandi case editrici italiane, Einaudi, sta “pompando” una pretesa letteratura “thrillerista”. Vabbè: ma le campagne promozionali sono una cosa, il mondo reale è un’altra cosa. Tra sei mesi Einaudi (o chi per Einaudi) “pomperà” qualcos’altro.
Detto questo: dire che i produttori d’immaginario (cioè non solo gli editori, ma tutti i produttori di beni che “portino con sé” un brandello d’immaginario – ossia, mi vien da dire, al giorno d’oggi, pressoché tutti i produttori di beni) si orientano secondo la richiesta del mercato, salvo lavorare per orientare secondo il loro utile la richiesta del mercato, è addirittura una banalità. Tutto sta (e questo Carla Benedetti non poteva certo farlo, nello spazio di un’intervista: ma lo ha fatto in altri suoi interventi saggistici) nell’indagare come funziona questo “orientarsi e orientare” che l’industria fa.
In che modo veniamo convinti che il “thriller”, il “noir” o il “giallo” (eventualmente “all’italiana”), o in generale “la letteratura di genere”, è la letteratura che più adeguatamente serve al rispecchiamento della realtà? Questa è una domanda.

11. In data 27/07/2005, su Vibrisse, appare un tuo intervento che ha per titolo “Non in crisi, cioè in passaggio: ma immobile”: “Poi ce ne sarebbero altre, di domande; ma mi fermo qui. Se qualcuno volesse interpretare questi miei interventi come una sorta di difesa d’ufficio della narrativa italiana (“giovane” o non “giovane” che sia), dico subito che s’inganna.” Si devono dunque considerare le domande delle risposte di per sé, un attacco spietato?

No. E’ che mi viene attribuita spesso, molto spesso, l’intenzione di difendere e glorificare ad ogni costo la narrativa italiana, in particolare quella scritta dai miei coetanei. E così, al termine di un intervento fatto tutto di domande, mi sono detto: “Vabbè, mettiamoci una chiusa un pochettino paracula”. Tutto qui.
Le domande non sono risposte. Sono domande. Devo dire che nelle discussioni che leggo o sento a proposito della narrativa italiana trovo un sacco di gente che ha la risposta pronta, e assai sicura, a domande formulate malissimo (es.: “La narrativa italiana in crisi. Perché?”); mentre trovo decisamente poche persone disponibili a impegnarsi nella ricerca delle domande buone, o nella buona formulazione delle domande.

12. In un tuo commento che è tra i tanti dell’articolo succitato: “Mi piacerebbe riuscire a parlare di letteratura con un minimo di precisione. In particolare, mi piacerebbe, quando si parla di letteratura, che si parlasse di letteratura: e non di sociologia della letteratura, di politica della letteratura, eccetera.” Credi dunque che non esista la “sociologia della letteratura” né “la politica della letteratura”? Perché?

Ecco: questa è una domanda formulata malissimo. Mi viene attribuita un’opinione che non ho (da quando in qua io non crederei all’esistenza della “sociologia della letteratura” e della “politica della letteratura”?) e me se ne chiede conto.
Non ho alcun dubbio sull’esistenza della “sociologia della letteratura” e della “politica della letteratura”.
Quando parlo di cucina con il mio cugino cuoco, il nostro discorso ha per oggetto: verdure, carni, pasta, olii, sughi, intingoli, cotture, valori nutrizionali, giusti equilibri di grassi carboidrati vitamine, e così via. Non parliamo di sociologia dell’alimentazione (di cui potremmo parlare, il giorno in cui ci interessasse parlarne) né di mercato della ristorazione (di cui potremmo parlare, il giorno in cui ci interessasse parlarne).
Esempio: se con la frase: “La narrativa italiana è in crisi” si intende dire che “la narrativa italiana vende poco”, allora si sta parlando non di letteratura, ma di mercato delle lettere; cioè di qualcosa che pertiene all’economia e alla sociologia culturale. Non stiamo parlando di letteratura.
Io ovviamente non ho nulla contro la sociologia, l’economia, la politica della letteratura: discipline degnissime, interessantissime, utilissime; ho due scaffali pieni, nella mia libreria, di libri di sociologia, economia e politica della letteratura.
Ma quando parlo di letteratura, desidero parlare di letteratura. Cioè non di vendite, di marketing, di funzionamento del mercato, di comportamenti del lettore, di comportamenti dell’autore, di comportamenti delle case editrici, eccetera, ma: di testi.

13. I tuoi progetti per il futuro, quelli di Giulio Mozzi scrittore ma anche quelli di Giulio Mozzi in Sironi.

Per me, un solo progetto: campare cent’anni, se si può.
In Sironi ci sono diverse cose che bollono in pentola. L’avvio di una nuova collezione di narrativa, in modo da differenziare chiaramente due linee: la “ricerca”, affidata soprattutto a “indicativo presente”, e la “classicità”, affidata appunto a questa nuova collezione (che non sarà una collana di “classici”, ma una collana di narrazioni nuove nei contenuti, ma più “classiche” nella forma). Poi, forse (sto preparando in questi giorni il progetto) una collezione dedicata a “scrittura e animazione sociale”: con brevi opere di taglio manualistico-operativo dedicate, ad esempio, a “Come si fa un laboratorio di memoria con anziani”, “Come si conduce un gruppo di scrittura”, “Come si progettano laboratori di narrazione nelle scuole”, eccetera. E poi – ma è davvero troppo presto per parlarne – forse metteremo in piedi una collaborazione con la redazione di una rivista giovane e bella, per una collezione di brevi interventi sull’attualità artistica e culturale.
Nell’immediato: in autunno usciamo con vari titoli importanti, tra cui “Come un atomo sulla bilancia”, in cui Luisito Bianchi (l’autore della “Messa dell’uomo disarmato”) racconta la sua esperienza di prete operaio; e “Lo Zar non è morto”, un grande romanzo d’avventure scritto da un gruppo di dieci narratori.


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