"Da bambina, si era appassionata agli insetti. Mentre si metteva a osservare da vicino le mosche e i loro impenetrabili occhi rossi, le sfumature alari e le zampette irrequiete, le urlavamo dietro: che orrore! Lei sfidava il nostro disgusto e, appena undicenne, si piantava lì a spiegarci per filo e per segno storie precise e abbastanza schifose di insetti-stecco, lombrichi e millepiedi, denti feroci di coleotteri africani. Oppure, cose strane come voli e accoppiamenti acrobatici, ali frangiate, orecchie sulle zampe anteriori dei grilli, metamorfosi di libellule anisottere e di bruchi in farfalle velenose.Quando, con la serietà di una piccola studiosa occhialuta, prendeva a raccontare l’incredibile architettura dei nidi di vespa o l’eroica sopravvivenza delle formiche-serbatoio, era divertente starla a sentire. Sfogliava davanti al mio naso l’ultimo volumetto illustrato e mi interrogava, interrogandosi. Mi piaceva la storia di una particolare famiglia di coleotteri che, nel corso dell’evoluzione, ha perso le ali o ha smesso di usarle. Carabidi. Che razza di senso ha questa evoluzione che non rende migliori, metteva il broncio Anita, che senso ha smettere di usare le ali. Si alterava, la mia piccola sorella, contro le incongruenze della genetica. Nei Carabidi le ali sono assenti o, se ci sono, sono inutili. Anita trovava colpevole, da parte dei coleotteri, avere trascurato il volo.Cari coleotteri, non vi facevo così stupidi, perché mai legarsi alla terra quando potevate guardarla dall’alto? È proprio vero che quando le cose belle le hai a portata di mano, quando le hai sempre, te le dimentichi. Come i giorni che arrivava un giocattolo nuovo: per settimane non avevi occhi che per quello, stavi lì a cullartelo ore, il resto non contava più. Poi, per caso, un pomeriggio inciampavi nella vecchia, balorda bambola di sempre, quante ne avete passate insieme tu e lei, e ti arrivava una stretta al cuore – ma come ho fatto a lasciarti sola tutto questo tempo.Gli insetti, sostiene Anita, ci somigliano. Sono allegri, curiosi. Sono generosi. Sono perfidi.Cambiano, invecchiano, hanno paura. Alcuni di loro hanno una strana luce dentro. Una luce che si vede da fuori, e serve a niente. O semplicemente a dire: vieni a cercarmi, sono qui. Quelli cosiddetti “sociali” – formiche, vespe, api – a volte perdono la strada di casa. Poi però sanno ritrovarla: ricordano sassi, rami. Gli restano impressi nella mente come un numero civico. E possiedono una strana forma di olfatto che li riavvicina ai parenti, se necessario. Come una spinta automatica, perché forse è giusto così."Paolo di PaoloDove eravate tuttiPag. 62
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"Da bambina, si era appassionata agli insetti. Mentre si metteva a osservare da vicino le mosche e i loro impenetrabili occhi rossi, le sfumature alari e le zampette irrequiete, le urlavamo dietro: che orrore! Lei sfidava il nostro disgusto e, appena undicenne, si piantava lì a spiegarci per filo e per segno storie precise e abbastanza schifose di insetti-stecco, lombrichi e millepiedi, denti feroci di coleotteri africani. Oppure, cose strane come voli e accoppiamenti acrobatici, ali frangiate, orecchie sulle zampe anteriori dei grilli, metamorfosi di libellule anisottere e di bruchi in farfalle velenose.Quando, con la serietà di una piccola studiosa occhialuta, prendeva a raccontare l’incredibile architettura dei nidi di vespa o l’eroica sopravvivenza delle formiche-serbatoio, era divertente starla a sentire. Sfogliava davanti al mio naso l’ultimo volumetto illustrato e mi interrogava, interrogandosi. Mi piaceva la storia di una particolare famiglia di coleotteri che, nel corso dell’evoluzione, ha perso le ali o ha smesso di usarle. Carabidi. Che razza di senso ha questa evoluzione che non rende migliori, metteva il broncio Anita, che senso ha smettere di usare le ali. Si alterava, la mia piccola sorella, contro le incongruenze della genetica. Nei Carabidi le ali sono assenti o, se ci sono, sono inutili. Anita trovava colpevole, da parte dei coleotteri, avere trascurato il volo.Cari coleotteri, non vi facevo così stupidi, perché mai legarsi alla terra quando potevate guardarla dall’alto? È proprio vero che quando le cose belle le hai a portata di mano, quando le hai sempre, te le dimentichi. Come i giorni che arrivava un giocattolo nuovo: per settimane non avevi occhi che per quello, stavi lì a cullartelo ore, il resto non contava più. Poi, per caso, un pomeriggio inciampavi nella vecchia, balorda bambola di sempre, quante ne avete passate insieme tu e lei, e ti arrivava una stretta al cuore – ma come ho fatto a lasciarti sola tutto questo tempo.Gli insetti, sostiene Anita, ci somigliano. Sono allegri, curiosi. Sono generosi. Sono perfidi.Cambiano, invecchiano, hanno paura. Alcuni di loro hanno una strana luce dentro. Una luce che si vede da fuori, e serve a niente. O semplicemente a dire: vieni a cercarmi, sono qui. Quelli cosiddetti “sociali” – formiche, vespe, api – a volte perdono la strada di casa. Poi però sanno ritrovarla: ricordano sassi, rami. Gli restano impressi nella mente come un numero civico. E possiedono una strana forma di olfatto che li riavvicina ai parenti, se necessario. Come una spinta automatica, perché forse è giusto così."Paolo di PaoloDove eravate tuttiPag. 62
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