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Gli occhi sono lo specchio dell’anima, dicono. “BIG EYES”

Creato il 14 gennaio 2015 da Thefreak @TheFreak_ITA

A prima vista è strano pensare a come il “gotico” Tim Burton possa essere associato alla nuova pellicola che vede protagonisti una versione anni ’50 della dolce Amy Adams e il premio Oscar Christoph Waltz: ma forse è proprio questo aspetto insolito a farci esclamare alla fine: “Sì, in fondo è sempre il solito, vecchio Tim”.

Big Eyes è un film biografico che racconta le vicissitudini della pittrice Margaret Keane, famosa per i suoi quadri raffiguranti bambini dai grandi occhi tristi, i cosiddetti occhioni. La donna, nel pieno degli anni Cinquanta e Sessanta, ebbe un grande successo nonostante le critiche del settore la definirono un’arte kitsch e convinsero l’esposizione universale di New York a rimuovere la sua tela realizzata per l’UNICEF. Tuttavia, il pubblico la adora: o meglio, adora il suo secondo marito, che la spinge a diventare artefice inconsapevole di una frode dopo che la giovane ed ingenua donna inizia a firmare le sue opere con il cognome da sposata. Walter Keane, con la scusa di essere un abile comunicatore e promotore artistico, si prende il merito di una pittura che non sarà mai in grado di realizzare con le sue mani; impersona ciò che la gente ancora pensava negli anni ‘50: una donna non sarebbe mai stata in grado di saper vendere, e in fondo anche di saper dipingere. Chi se non un uomo che “aveva vissuto a Parigi” (per ben due settimane, ndr), poteva essere il creatore di quegli espressivi schizzi? Dopotutto “era meglio per tutti, poiché una donna pittrice non avrebbe mai venduto quanto un uomo”. Così diceva il signor Keane.

Christoph Waltz dà un’interpretazione impeccabile del prepotente mitomane assetato di fama e denaro; Amy Adams è l’ingenua vittima di un periodo storico a lei non favorevole. Sacrifica per i capricci e la schizofrenia del marito, il legame con una figlia che è sempre stata fonte d’ispirazione; sacrifica le sue amicizie per evitare che qualcuno possa venire a conoscenza di una truffa custodita nel suo piccolo studio. Un rifugio pieno di occhi che sembrano chiederle giustizia per sé e per lei.

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Ma che succede se un giorno la donna si ribella, decide che è giunto il momento di smontare l’impero di bugie costruito dal marito e da lei assecondato, e riprendersi i meriti di fronte all’America intera? Impugnando le redini di un femminismo che inizia a farsi spazio nella società, Margaret invita l’uomo che le ha tolto dieci anni di soddisfazioni ad un incontro sul ring di un tribunale: e siccome ci hanno sempre detto che gli occhi sono lo specchio dell’anima, chissà a chi il giudice attribuirà la paternità di quel sentimentalismo che aveva conquistato milioni di fan.

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La domanda che può sorgere finiti i titoli di coda è quasi spontanea: le cose sono veramente cambiate? Esistono ancora donne che regalano i propri meriti agli uomini? Tra le righe, è sull’emancipazione femminile che Big Eyes ci vuol far riflettere.

Non dimentichiamoci infine, che la protagonista femminile è tuttora vivente: si tratta di un’arzilla signora di 86 anni che vanta amicizia col regista, motivo per cui plausibilmente egli abbia deciso di virare verso un nuovo genere. E per i fanatici che ancora storcono il naso di fronte a questa versione di Tim: toh, eccolo lì, mi pare di vederlo. Parlo della scena iniziale, con quella larga strada fatta di piccole casette colorate, e donne a passeggio dai vestiti color pastello: non è la stessa molto fifties di “Edward mani di forbice”?

A cura di Chiara De Dominicis.


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