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Gli scaffali sparecchiati: la mancata egemonia della poesia di ricerca in libreria

Creato il 30 agosto 2013 da Criticaimpura @CriticaImpura
Antonio Porta legge davanti ad una folla oceanica, 30 giugno 1979

Antonio Porta legge davanti ad una folla oceanica, Castelporziano, I° Festival Internazionale dei Poeti, 30 giugno 1979

Di SONIA CAPOROSSI

Diversi giorni fa Marco Giovenale ha ridiffuso un suo cogente intervento del 2009  intitolato sardonicamente L’ormai attestata egemonia dei poeti sperimentali in Italia, in cui, con piglio ironico, denuncia sostanzialmente l’assenza di quei poeti che certi lettori naif, per parafrasare l’allenatore della Lazio Petkovic, potrebbero chiamare “difficili”, dagli scaffali delle librerie e dagli eventi poetici più noti e trendy (“trendy?! Ma come parla! Le parole sono importanti!”; sì, sì, lo so). Il suo articolo mi ha subito colpita e divertita per due essenziali ragioni: la prima è il fatto che  il Manganelli citato in epigrafe da Giovenale scrisse più o meno le stesse cose con il medesimo tono ironico già nel 1968 e, dunque, si potrebbe pensare legittimamente che il panorama non sia cambiato poi tanto, mentre in realtà prima le faccende andavano molto meglio per una serie di motivi che non sono oggetto di questo articolo e che non sto ora ad enumerare; la seconda è il fatto che non credo che Giovenale intendesse lamentarsi delle scarse vendite, che sicuramente non sono un suo cruccio, e tuttavia il tono acre e tagliente che mi piace tanto e che me lo fa seguire spesso su slowforward questa volta sembra cadere un poco in un non sequitur: infatti l’egemonia degli scrittori di ricerca non è e non potrebbe a mio parere mai essere quella economica, la quale potrebbe derivare solamente dalla diffusione capillare sul territorio per il tramite della presenza massiva nelle librerie e della partecipazione a premi letterari, happening, convegni, incontri in TV, articoli sui giornali; bensì al limite quella influenzale, di un’influenza che però sappia bene a chi si rivolge. Intendo dire che fra gli addetti ai lavori, e per gli addetti ai lavori, l’influenza che gli scrittori di ricerca posseggono a me pare che sia ben delineata, sebbene anche lì non assolutamente egemonica; e non è certo un male, se egemonia, come troppo spesso accade in molti campi, vuol dire prevaricazione e sommersione dell’altro. Al limite, c’è da dire che è proprio la poesia di ricerca, come ribadisce quasi diuturnamente Giovenale, a rimanere spesso stritolata dall’egemonia di un certo neolirismo a farla da padrone (parola che devo arguire essere entrata nel gergo dei berluscones, se è vero che ormai la si pronuncia con lo stesso disprezzo con cui il Nano dice “comunisti”).

Stride un pochino, però, l’apparente volontà di comparire più spesso e con maggiore incisività in TV, sui giornali, sulle bocche della gente da parte di autori di nicchia (posso dire “di nicchia”? A me “di nicchia” piace): era un po’ quello stridore che a suo tempo avvertivo nei TQ quando si diceva che la generazione dei giovani intellettuali è stata messa da parte a sufficienza e deve ora avanzare con il proprio attivismo e le proprie idee. Bene, l’assunto di base era vero e lo è tutt’ora: ma verso dove deve avanzare? In TV, sui giornali, verso la massificazione? Magari sostituendo gli accademici dagli scranni universitari, come dire: sostituirsi ad uno stato di cose baronale semplicemente reduplicandolo? È questo che oggi vuol dire “dobbiamo lasciare spazio ai giovani”?

Ecco, cose del genere non possono non fare attrito con le intenzioni dichiarate. E allora continuo con le mie argomentazioni, come sempre prendendo il discorso un poco alla lontana. È proprio stare sugli scaffali ed in TV ciò a cui deve aspirare uno studioso che vuole, giustamente e semplicemente, far conoscere il proprio lavoro? Gyorgi Ligeti vorrebbe mai superare in fama Elton John, oppure, semplicemente, offrire il proprio lavoro di ricerca a chi può comprenderlo lasciando stare la musica leggera che già del resto possiede il suo pubblico autonomo e degno? Gli stessi Studi per piano di Ligeti sono “poco noti” o “molto noti”? Dipende. Poco noti fra le masse, molto noti fra gli appassionati. A meno che un archeologo o un microbiologo o un fisico nucleare non vogliano accedere al successo di pubblico e vendite con i loro lavori di ricerca e ad andare ogni giorno in TV. Il ché sarebbe, per l’appunto, un non sequitur, perché non sono tutti archeologi, microbiologi o fisici nucleari, e non a tutti di ciò che fanno i letterati o gli scienziati può semplicemente inter-essare: il trattino non è un vezzo derridiano, è una notazione etimologica. Non tutti infatti a certe cose “ci stanno in mezzo”, com’è normale (e anche giusto) che sia. “Ma Ligeti comunque è famoso!”. Sì, in virtù della passione che Kubrick nutriva per la sua musica che ha inserito nei propri film, altrimenti avrebbe la stessa fama che hanno musicisti contemporanei sconosciutissimi in Italia come Randall Smith, Jozef Hyde, Manolo Remiddi. “Del resto, Ligeti lo si trova nello scaffale di classica contemporanea da Feltrinelli!”, mi si potrebbe rispondere; ma è uno scaffale comunque frequentato da tre persone: la signora delle pulizie, il commesso e me.

Ora, per tornare alla poesia, è bello darsi all’utopia della Repubblica di Platone, pensare che le cose possano e debbano cambiare, pensare che la gente debba leggere di più e “per questo ci siamo noi”, pensare che la gente debba sentir parlare maggiormente di scrittura di ricerca in TV, sui giornali eccetera “e per questo ci siamo sempre noi”; per poi (e qui non ce l’ho certo con Giovenale) non darsi minimamente da fare in senso operativo perché la situazione di disamore da parte della gente nei confronti della lettura cambi davvero, aspirando crassamente al proprio esclusivo tornaconto, “belli di fama e non di sventura”, pestandosi i piedi a vicenda nel panorama letterario perché il nostro “noi” è più “noi” del vostro.

Sorge da queste bofonchiate meditazioni la domanda che Lello Voce, in un suo intervento di risposta, ha commentato su Il Fatto Quotidiano proprio il 21 agosto scorso .

Ed egli rispondeva a quanto di provvisorio e abbozzato andavo borbottando io su facebook: “I poeti di ricerca si rivolgono ad un pubblico generalista? Sono per tutti? No. Allora perché io dovrei trovarli da Feltrinelli o pubblicati da un grosso editore piuttosto che accedere tranquillamente alle loro opere, come del resto faccio, tramite cerchie legate ad interessi comuni, ordinandoli eccetera? Perché dovrei aspirare a introdurre un quid giustamente elitario all’interno di un contesto di cum-prehensio nazional-popolare? Perché farmi e farci questa violenza? A me sinceramente darebbe, e di fatto dà, più fastidio il libero accesso indiscriminato alla mia opera che non mi garantisce sempre un’attenta ermeneusi da parte dello sprovveduto fruitore piuttosto che un accesso oculato e veramente interessato, benché ristretto, ad essa. Da qui sorge il quesito conseguente: i testi di ricerca dovrebbero aspirare ad uno statuto di fruibilità allargata? Saremmo in tal caso nella Repubblica di Platone, sed sic non est. In secundis: se uno desidera proprio una fruibilità allargata, sempre nei limiti della propria fama, non basta internet? Su internet se un idiota si imbatte in un testo sperimentale e non lo capisce, passa oltre, altrimenti s’appassiona: è il fruitore che ha l’impressione di scegliere il testo, ma in realtà è il testo che sceglie lui. Un libro in uno scaffale da Feltrinelli ha un altro peso semiotico, quel fenotipo di volumen impone che l’autore si debba far capire, si renda fruibile, sennò da Feltrinelli non ci può stare: in libreria, è il fruitore che sceglie il testo, e il testo s’arrangia.
Per tutte queste motivazioni, a me sinceramente la situazione va bene così.”

Ora: è chiaro che la frase finale non si riferisce ad una mia qualsivoglia accondiscendenza allo stato di cose attuale nel senso del plauso del sistema baronale (“feudale”, lo chiama Lello Voce nel suo pezzo) che vige nel panorama letterario italiano d’oggi. L’interlocutore argomenta in questo modo, con un tono sempre pacato, la sua “terza posizione”: “Chiedere una diffusione di massa (posto che sia questo ciò a cui allude Giovenale) per prodotti di ‘ricerca’ in una società di massa, sarebbe, d’altro canto, un’ingenuità, proprio perché, al contrario di quanto sostiene Caporossi, nei grandi bookshop non sceglie né il lettore, né l’autore, sceglie piuttosto l’editore, o più sfumatamente, chi produce e distribuisce la merce. Per altro verso, ogni arte è anche, e soprattutto, comunicazione e forma della comunicazione e dunque negarle diffusione significa ucciderla. Si scrive sempre «per un popolo che non c’è», direbbe Gilles Deleuze, ma infine si scrive per un popolo, almeno in linea di principio (e d’utopia), non per un’élite. Negare ogni spazio a ciò che è diverso dal mainstream (dato per scontato che – in poesia – anche il mainstream è poco più di un torrentello, almeno qui da noi) è, quindi, un atteggiamento ‘materialmente’ discriminatorio, dannoso in primis per la poesia stessa.”

A ben vedere, non mi sembra affatto che “nei grandi bookshop” non abbiano possibilità di scelta altri che l’editore o il grande distributore: piuttosto è vero, com’è vero, che il mercato editoriale si muove in base a ciò che può essere preventivamente la domanda, e la domanda, sulle basi e condizioni culturali odierne, specialmente riguardo alla poesia, è quella che è. La poesia di ricerca detiene indubbiamente un pubblico più ristretto della poesia “senz’ulteriore determinazione”, per dirla con Hegel, e questa è una semplice constatazione, un dato di fatto: il lettore non “chiede” poesia e se la chiede, la chiede “facile” (Che vuol dire!? Anche per me non significa niente, ma tant’è);  l’editore s’adegua alla richiesta delle masse ed in parte le controlla, ma solo all’interno di una determinazione d’offerta che sia già grossomodo definita nei propri parametri pro-duttivi. Gli editori, insomma, ci pensano bene prima di pubblicare poesia di ricerca utilizzando le grosse catene di distribuzione, perché sanno che ci rimetterebbero in denaro. Guardiamo che fine ha fatto l’opera omnia poetica di Zanzotto, forse il più grande, di certo il più famoso dei poeti sperimentali che l’Italia abbia avuto: da Dietro il paesaggio a Conglomerati lo hanno incastrato in 1183 pagine ingiallenti dentro un Oscar Mondadori e senza la minima traccia di un’edizione critica. Oggi è difficile persino individuare i critici che se ne occupino, figuriamoci: e infatti i poeti sempre più spesso si criticano da sé.

Riporto sull’argomento, in quanto emblematico e tagliente, il commento di Daniele Ventre: “ il testo di ricerca o meno, nato per una fruibilità ristretta, si inserisce in una strana gerarchia di fruibilità via via più larghe, gerarchia nella quale chi è fruito da 40 lettori da dello sfigato e del poetino e del sottobosco a chi è fruito da 20 lettori, e così via -fino ad arrivare ai testi monoedizione, modello Emilio Villa estremo. Nel frattempo quelli che pubblicano sulla bianca Einaudi guardano con benevolenza non priva di un po’ di paternalismo i testi di ricerca, nella migliore delle ipotesi -nella peggiore, il testo di ricerca è astruso o sfigato o entrambi -così ci pestiamo le balle a vicenda e ciascuno si crede il più grande del pianeta -ed è questo che fa della poesia italiana di questi anni un manicomio autoriferito, per i testi di ricerca, e una sfilata di prime donne per i testi non di ricerca. Non che le due categorie si oppongano e si distinguano nettamente: sfumano l’una nell’altra”.

Ad ogni modo, non è messo certo in discussione per chi scrive il poeta, a chi egli si rivolga più o meno intenzionalmente, ma quale e quanto pubblico lo recepisca; che è, a ben vedere, davvero tutt’altro discorso. Io posso anche scrivere per i venusiani inviando messaggi poetici dal telescopio di Arecibo: tocca vedere se questi messaggi quei lettori “altri” lo colgono, proprio sul piano della comunicazione che essenzialmente la poesia, nel senso di Lello Voce, dovrebbe essere. Eppure, c’è anche chi sostiene, in buona sostanza, che non sia vero “che la poesia di ricerca non tira: guardiamo Zanzotto”. A ben vedere, il motivo per cui si è spesso facilmente protesi a nominare, in questi frangenti, l’esempio di Zanzotto come argumentum non è neanche che si tratta di un poeta per chi è già addestrato alla poesia: ci vuole infatti un addestramento tecnico, stilistico, estetico immenso pure per Pascoli, pure per Leopardi, pure per Saffo. Zanzotto, piuttosto, è un poeta di ricerca di cui la gente riconosce il cognome (ma molto meno il nome), perché è antologizzato nelle ultime pagine delle sillogi scolastiche, perché qualche volta, anche solo sfogliando distrattamente a scuola, qualche suo verso la studentessa grunge di Forlimpopoli giocoforza sul proprio cammino l’ha incontrato (non ho nominato la casalinga di Voghera perché mi sembra figura obsoleta un po’ troppo Sixties). Questo gli deriva da un meritato riconoscimento precedente, in senso logico e cronologico, rispetto alla scrittura di ricerca contemporanea, quella proprio del qui-ed-ora. Ma se andiamo poi a chiedere di Zanzotto a chi si picca di esser lettore medio di poesia, la sua nomea diventa: “troppo intellettuale”. E qui il problema, come si capisce facilmente, si scopre essere quello dell’educazione estetica alla poesia.

Come i docenti di lettere a tutti i livelli di insegnamento sanno bene, la semplice trasmissione culturale è immensamente più facile da effettuare rispetto ad una vera e propria educazione estetica, che è sempre inevitabilmente limitata ad un intervento di tipo maieutico; non stiamo ora a controbattere affermando che nei dialoghi di Platone la maieutica socratica funziona, perché lì essa sembra solo funzionare: i platonisti lo sanno e non lo neghino, Socrate mette le parole in bocca ai propri interlocutori e li indirizza facendoli esprimere per semplici monosillabi, dando loro l’illusione di aver compreso tutto senza che questi abbiano prodotto una minima consapevolezza autonoma! Al di là della maieutica, ci sono insegnanti che pensano che spiegare un poeta equivalga a trasmetterne la poesia. Purtroppo non è così: la situazione attuale contempla una condizione di comprensione estetica del poetico pressoché desolante. A scuola l’impegno principale degli insegnanti dovrebbe essere appunto quello di occuparsi del risveglio estetico delle testoline (alcune potenzialmente molto belle) che hanno davanti, proprio per allargare la fruibilità del poetico come mezzo e scopo il più possibile, perché la poesia è la colonna (sonora, in quanto essenzialmente musica) dell’umanità. E questo è un impegno tale che uno più democratico non lo si può immaginare, alla faccia del PD.

Per questo motivo, affermare l’esistenza di differenti forme di “inter-esse” (come  “starci in mezzo” o no) non è una posizione elitaria nel senso di “aristocratica”, ma consiste nella semplice constatazione che la poesia di ricerca la “comprendono” in pochi e che ciò è un dato di fatto, senza voler dire con questo che debba essere necessariamente elitaria. Ciò significa semplicemente che se c’è gente che fatica a “sentire” Pascoli (nel senso proprio dell’aisthesis) figuriamoci un tipo di scrittura che egli, anche erroneamente (in quanto la scrittura di ricerca in realtà è pura aisthesis!) percepisce come intellettualoide. In questo senso, c’è chi la “sente” e chi non la “sente” affatto, o peggio ancora, per posa e per piaggeria, la “sente” per finta, come avviene nella maggioranza dei casi ormai anche per la poesia tradizionale (la più antica modalità borghesoide del darsi una posa). Questo, a mio parere, è il principale motivo per cui la poesia presenta scaffali striminziti ovunque, nelle case della gente come nelle librerie.

Per parafrasare un intervento di Julian Zhara, in un certo senso la grande scrittura è sempre, anche, di ricerca. Tuttavia ciò non avvalora la pretesa di una sua immediata, indeterminata, generalizzata comprensibilità. La grande scrittura è sempre in parte incompresa, infatti. Ma in che senso dico qui che una scrittura sia comprensibile o meno? Proprio per evitare la confusione col termine “comprensione” come vox media ho usato, nel commento citato da Lello Voce, la parola cum-prehensio, che è un termine di significato immediatamente estetico, perché fa riferimento appunto all’aisthesis, al sentire di cui parlavo prima. Il suo uso non è a livello concettuale – epistemico, bensì nel senso prettamente estetico del “cogliere di colpo” wittgensteiniano, in quanto la poesia gioca sul registro dell’immediato, non del mediato concettuale.

E infatti è proprio questa è la difficoltà d’insegnamento di cui parlavo: non si può insegnare a “cogliere di colpo”, o “cogli di colpo” o non cogli, come insegnante puoi tentare solo una maieutica abbozzata, appunto. Ecco perché la poesia è in realtà per pochi (e quella di ricerca per ancor meno): non “colgono di colpo” tutti, infatti, perché non tutti, nostro malgrado, vengono toccati dalla bellezza. È questo il male profondo della società in cui giocoforza viviamo, quello da cui, a ben vedere, sorgono tutti gli altri, se vogliamo dare credito al nesso inscindibile fra estetica ed etica; ed è questo ciò su cui bisogna lavorare quotidianamente.

Contro queste constatazioni, non vale se non come linea di principio pur sacrosanta l’affermazione di Giovanna Frene secondo cui l’argomento della “poesia di ricerca” sarebbe “provinciale” in quanto “esiste la poesia al passo con i tempi e quella non al passo con i tempi. Esiste la buona poesia ed esiste la pessima poesia. Tutto qui”. Per il critico impuro, se è per questo, non esistono nemmeno i generi letterari.  L’unica validità dell’espressione “poesia di ricerca” è infatti di tipo meramente strumentale, un po’ come la distinzione fra generi. La poesia “di ricerca” non detiene in effetti uno statuto ontologico differenziale rispetto alla poesia in quanto tale. Io anzi non distinguerei nemmeno fra poesia buona o pessima, ma solo fra “poesia” e “altro”, visto che la cattiva poesia, di fatto, poesia non è. E ciononostante, la differenza fra poesia e poesia nell’uso pratico dell’utenza si percepisce, eccome. Si percepisce nella distanza e nel distacco, nel disamore del pubblico, nell’ansia di pubblicità del privato.

A questo riguardo, Marco Giovenale mi risponde affermando, giustamente, che non necessariamente la scrittura di ricerca deve essere “difficile” e che comunque ce n’è di degna che possa ben stare fra gli scaffali delle librerie. E tuttavia, io mi sto interrogando più in generale sulla consapevolezza del lettore medio  d’oggi, sulla richiesta di massificazione di qualcosa che può essere fruibile ma rimane fuori mano per ingerenza di alcuni fattori sociologici determinanti, come ad esempio gli orientamenti culturali, il mercato editoriale, le scelte eterodirette spesso anche fra gli addetti ai lavori. Mi interrogo sulla direzione comunicativa che deve prendere, ad esempio la mia scrittura quando non faccio critica ma prosa o poesia, e mi domando: mi procura problemi se un lettore non preparato non mi capisce, o forse preferisco rivolgermi a chi magari ha gli strumenti per accedere ad una scrittura non comune?

Sarebbe una società migliore se fosse diffusa realmente un’educazione estetica fra le masse che permettesse davvero al lettore medio di accedere al testo dal proprio  contesto: e questo è determinante. Non è forse buono il mezzo internet, per creare conoscenza ed educare esteticamente ad una certa poesia, non foss’altro che alla poesia tout court? Semplicemente analizzando lo stato di cose, chi ritiene che si possano saltare queste tappe semplicemente infilando testi di ricerca fra gli scaffali delle librerie sembra a mio parere confondere l’intenzione con l’effetto; ciò significa affermare che l’intenzione che gli scrittori di ricerca, chi più chi meno, hanno (“essere per tutti”) cozza fortemente con la realtà effettuale (in pochi li filano). Insomma, in Italia, gli scrittori di ricerca vorrebbero essere per tutti, anzi di più: potenzialmente sono per tutti, sed sic non est agli effetti.

Proprio l’altro giorno, per fare un esempio, Rosemary Liedl mi passava la  fotografia che ho posto come commento visivo a questo mio tirare le somme; ed è  un’immagine bellissima, in cui un Antonio Porta che irradiava luce leggeva la sua poesia circondato da un’impressionante folla oceanica, a Castelporziano. Rosemary mi raccontava l’aneddoto: “io sono a sinistra che tento di sedermi accanto ad Allen Gingsberg e Co. È Antonio che legge. A destra si riconosce Viviani. Era il 30 giugno 1979.” La società italiana, nel frattempo, quelle folle oceaniche ha preferito riservarle a Jovanotti, quello stesso Jovanotti che a parere di un idiota come Giovanni Allevi, deputato ignorantemente a rappresentare il pianismo “colto” e “neoclassico” al colmo dell’impostura, avrebbe “più ritmo di Beethoven”. L’Italia è culturalmente regredita nell’abisso dell’insignificanza o peggio, dell’attribuzione di significanza a ciò che significante non è, ed allo stato attuale si lavora per creare, ex novo, un humus preparatorio, lo stesso per il quale avevano combattuto le avanguardie storiche e quelle (come dire) post – storiche. Ed è ciò che oggi dobbiamo fare, perché allo stato dell’arte pensare anche solo di poter arrivare a tutti è utopia, è la Repubblica di Platone. In questo senso e solo in questo senso ho scritto che “a me la situazione va bene così”: preferisco lavorare per il futuro piuttosto che bruciare tappe importanti che potrebbero condizionare il giudizio critico sulla scrittura di ricerca, perché tanto qua, si sa, la storia la scrivono purtroppo i vincitori. E allora tocca, innanzitutto, lavorare per vincere, perché altrimenti gettarsi in pasto alle masse equivarrebbe ad un suicidio intellettuale. L’aspirazione a stare negli scaffali da Mondadori o Feltrinelli è una forma egotica e nient’altro se non si lavora per costruire una base di educazione estetica che procuri un reale ponte comunicativo tale che la gente venga educata esteticamente a distinguere Porta da una poesia di Bondi.

Ecco ciò che sembra realmente il punto su cui occorre capirsi. Giovenale tuttavia prende il discorso da un altro giro, sostenendo al contrario che “al lettore medio […] manca completamente non dico lo strumentario (che secondo me può anche avere) per leggere, ma la possibilità di farlo, per ragioni distributive e di politica economica (oltre che sociali e politiche: ma una parentesi non basta), sì, ok, ma anche per la scarsa o nulla opera di mediazione e informazione e distribuzione che non tutta, ma almeno una parte dell’editoria e di tante altre ‘agenzie’ fanno”. Giovenale aggiunge, poco oltre: “ Se torniamo all’origine dei vari discorsi, ossia all’articolo (2009) sulla presunta egemonia della scrittura di ricerca, ridimensioniamo probabilmente l’intera discussione. Quel testo serviva a sottolineare con una certa energia l’aggettivo “presunta”, trasformandolo in “favoleggiata”. Ovvero: spesso si imputa a una gigantesca galassia di scritture diversissime una presunta egemonia *in Italia*. Su questo giocava l’ironia. È  plausibile? Praticamente non stiamo dicendo altro. Stiamo dicendo che la fanfaluca dell’egemonia è materiale di corriva superficialissima polemica per editorialisti con pochi argomenti. Questo il succo del discorso. Dopodiché ognuno di noi penserà alle strade (individuali, condivise, un po’ individuali un po’ condivise: a ciascuno la sua) per far crescere non solo la diffusione di tanti tipi di scritture (definibili non mainstream) ma anche le aperture percettive di lettori che potrebbero volentieri & proficuamente incontrarle.”

Insomma, riassumendo, l’idiosincrasia è nata per un cortocircuito logico fra l’uovo e la gallina, che consiste sostanzialmente in questo: da una parte si sostiene che la presenza di autori di ricerca in libreria può offrire al lettore medio la possibilità di accedere alle loro scritture (affermazione che mi sembra legittima); dall’altra che la loro assenza si spiega col fatto che il mercato editoriale non investe su ciò che il lettore medio non cerca; con l’implicazione che la causa di ciò consiste nel dato di fatto di una carenza cronica di educazione estetica verso un certo modo di concepire la scrittura (e non solo), quella stessa educazione estetica per la mancanza della quale la gente compra Allevi e non Ligeti scambiandolo per musica “colta”. Tertium datur, in effetti, e sarebbe la massificazione della scrittura di ricerca (in Italia). Che per me ne sarebbe la morte, con tutto il peso che la parola “massificazione” contiene: ovvero un piegare la schiena dell’offerta alla domanda. Ecco perché io personalmente, lavorando quotidianamente a scuola al cosiddetto risveglio delle coscienze e ad un approccio estetico dei giovani alla poesia, alla letteratura e all’arte, nel frattempo non mi strappo i capelli se ho pochi lettori ma buoni, e non mi sembra un’eresia dire che la scrittura di ricerca (autore più autore meno), considerato il panorama della consapevolezza estetica del lettore medio italiano, non è comunicabile facilmente a tutti, e che allora se l’autore vuole proprio stare da Feltrinelli, tocca magari che compia uno sforzo, che ne dite?, in direzione della propria significanza condivisa, tocca insomma che vada incontro al lettore, che si faccia non dico “cogliere”, ma almeno “capire”, e se ciò non accade, vuol dire che “si accontenta” di un rispettabile pubblico d’élite, perché non è mica una parolaccia, e allora poi che pretende? Come volevasi, dall’inizio, dimostrare.


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