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Global Peace Index: il valore economico della pace

Creato il 03 luglio 2013 da Delpiera @PieraVincenti

gpi

La pace ha un valore economico? E questo valore può essere quantificato? Sembrerebbe proprio di sì, almeno stando all’Institute for Economics and Peace che, ogni anno dal 2008, calcola e diffonde il Global Peace Index (indice della pace globale). Nessun pacifismo utopico, soltanto uno studio sulla distribuzione e il valore monetario della pace nel mondo, calcolati utilizzando parametri sociali, economici e scientifici.

La pace viene analizzata in termini di assenza di violenza e di politiche volte a promuoverla. I 162 paesi inseriti nella graduatoria del GPI vengono classificati in base a 22 indicatori in grado di misurare i conflitti in corso (interni ed esterni), la sicurezza sociale (numero di omicidi, tasso di carcerazione) e le spese militari. Tutti i dati sono sintetizzati in una mappa interattiva che permette di selezionare singoli paesi e visualizzarne i dati specifici, ordinarli per indicatore di interesse, confrontare cronologicamente i risultati. I dati utilizzati sono estrapolati da ricerche di istituti ritenuti affidabili e il GPI è a sua volta uno strumento prezioso per le organizzazioni internazionali che si occupano di pace e sviluppo, prima tra tutti l’Onu.

Siria e Messico tra i peggiori – Il primo dato che emerge dal GPI 2013 riguarda la violenza interna, molto più marcata rispetto ai conflitti esterni. Dal 2008 la violenza nel mondo è aumentata del 5%, nonostante la diminuzione di conflitti internazionali. Questo perché sono cresciuti gli omicidi, le morti causate da conflitti civili, le spese militari e l’instabilità politica. Il primo stato a destare attenzione è la Siria, tra gli ultimi in classifica a causa della guerra civile in corso. Preoccupa anche il Messico, dove le feroci lotte tra cartelli della droga hanno provocato lo scorso anno il doppio delle morti violente avvenute in Iraq e Afghanistan. Guardando agli indicatori del GPI, in ben 110 paesi su 162 la pace è andata sfumando negli ultimi sei anni. A determinare questa tendenza anche la primavera araba, i conflitti interni in Afghanistan e in Pakistan, le proteste anti-austerity in Europa.

La top ten della pace – Nella top ten del pacifismo globale ci sono le piccole e stabili democrazie: Islanda, Danimarca, Nuova Zelanda, Austria, Svizzera, Giappone, Finlandia, Canada, Svezia e Belgio. Partendo dal basso della lista troviamo invece paesi molto instabili, a tendenza autoritaria o in guerra: Afghanistan, Somalia, Siria, Iraq, Sudan, Pakistan, Repubblica Democratica del Congo, Russia, Corea del Nord e Repubblica Centrafricana. Tra i paesi in via di peggioramento sono la Costa d’Avorio, il Burkina Faso, il Perù e l’Ucraina. Alcune buone notizie arrivano da Libia, Sudan e Chad, che risalgono la classifica uscendo gradualmente dai conflitti.

E gli Stati Uniti? – Ritenuti tra i paesi più democratici al mondo, gli Stati Uniti si classificano in una triste 99° posizione, non solo per via dei conflitti internazionali di cui sono protagonisti, ma anche e soprattutto per l’alto tasso di carcerazione, di omicidi e di disponibilità di armi.

Cosa accade in Italia? – Il nostro paese si classifica al 34° posto, tra Bulgaria e Emirati Arabi Uniti, ed è piuttosto stabile dal 2008 a oggi. A determinare un punteggio relativamente basso è la percezione della criminalità nella società, l’accesso alle armi, il tasso di crimini violenti e l’ostilità verso lo straniero. L’Italia, insieme alla Francia che si classifica al 53° posto, è in controtendenza rispetto agli altri stati europei, tra i più pacifici al mondo. Tredici nazioni del vecchio continente, infatti, si posizionano tra le prime 20 della lista.

Quanto vale la pace? – A questa domanda si può rispondere tenendo presente che pace è anche, e soprattutto, sviluppo della società e benessere delle persone che la formano. Secondo l’Institute for Economics and Peace la violenza è costata nel 2012 circa 9.460.000.000.000 (9,46 trilioni) di dollari, l’11% del prodotto interno lordo mondiale, due volte il valore della produzione agricola globale. Se riducessimo questa spesa del 50% potremmo annullare il debito dei paesi in via di sviluppo e trovare fondi per il raggiungimento dei Millennium Development Goals.


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