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Guerra e pace (Libro II, parte I, cap. V) – Lev Tolstoj

Creato il 15 febbraio 2014 da Maxscorda @MaxScorda

15 febbraio 2014 Lascia un commento

Il luogo per il duello era stato scelto a un’ottantina di passi della strada dove era rimasta la slitta, in una piccola radura della pineta coperta di neve, che il disgelo degli ultimi giorni aveva sciolto. Gli avversari stavano a quaranta passi l’uno dall’altro, ai margini della radura. I padrini, misurando i passi, lasciarono impresse le loro orme sulla neve spessa e bagnata dal punto dove si trovavano fino alle sciabole di Nesvickij e di Denisov, che indicavano la barriera ed erano piantate a dieci passi l’una dall’altra. Il disgelo e la nebbia persistevano; a quaranta passi non si vedeva nulla. Da tre minuti tutto era pronto e tuttavia si esitava a cominciare. Tutti tacevano.
   «Allora, si comincia?» esclamò Dolochov.
   «E perché no?» rispose Pierre, sorridendo sempre allo stesso modo.
   La situazione si fece terribile. Era evidente che nulla poteva più dirimere una questione come quella, iniziata con tanta leggerezza; essa ora procedeva da sé, indipendente ormai dalla volontà degli uomini, e doveva compiersi. Denisov per primo si fece avanti fino alla barriera e proclamò:
   «Poiché gli avvevsavi hanno vifiutato di viconciliavsi, savà oppovtuno incominciave. Pvendeve le pistole e alla pavola tve venivsi incontvo. U…no! Due! Tve!…» gridò poi egli con ira e si tirò da parte.
   I due avanzarono lungo i sentieri battuti, facendosi sempre più vicini e riconoscendosi attraverso la nebbia. Mentre si avvicinavano alla barriera, gli avversari avevano il diritto di sparare in qualunque momento. Dolochov procedeva lentamente, senza alzare la pistola, fissando il suo avversario con i suoi chiari, splendenti occhi celesti. Come sempre la sua bocca recava un’ombra di sorriso.
   Alla parola «tre», Pierre si era fatto avanti a passi rapidi, uscendo dal sentiero tracciato e camminando sulla neve intatta. Teneva la pistola allungando in avanti il braccio destro, evidentemente temendo di poter uccidere con quella pistola se stesso. Badava a tenere il braccio sinistro indietro, perché d’istinto avrebbe voluto servirsene per sorreggere il braccio destro, mentre sapeva che questo non si poteva fare. Dopo esser uscito dal sentiero sulla neve e aver percorso circa sei passi, si guardò i piedi, di nuovo diede una rapida occhiata a Dolochov, contrasse il dito come gli era stato indicato e sparò. Poiché non si attendeva un rumore così forte, Pierre sussultò al proprio sparo, poi sorrise della propria reazione e si fermò. Al primo momento il fumo, particolarmente denso a causa della nebbia, gli impedì di vedere; ma l’altro sparo che lui si aspettava non veniva. Si sentivano solamente i passi affrettati di Dolochov e, tra il fumo, apparve la sua figura. Con una mano si premeva il fianco sinistro, con l’altra stringeva la pistola penzoloni. Il suo volto era pallido. Rostov accorse e gli disse qualcosa.  

«N… no, no,» proferì tra i denti Dolochov; «no, non è finita.» Vacillando percorse ancora alcuni passi, fino a raggiungere la sua sciabola e cadde nella neve accanto ad essa. La sua mano sinistra era insanguinata, egli la strofinò contro il soprabito e vi si appoggiò. Il suo viso era pallido, accigliato, e gli tremava.
   «Favo…» cominciò a dire, ma non poté pronunciare la parola d’un fiato, «favorite…» riuscì a dire poi con uno sforzo.
   Frenando a fatica i singhiozzi, Pierre corse verso di lui e avrebbe già voluto oltrepassare lo spazio che separava le barriere, quando Dolochov gridò: «Alla barriera!» Pierre comprese di che si trattava, restò fermo accanto alla propria sciabola. Solo dieci passi li separavano. Dolochov lasciò cadere la testa sulla neve, vi diede avidamente un morso, sollevò nuovamente la testa, si raddrizzò, congiunse le gambe e si sedette, cercando un centro stabile di gravità. Inghiottiva la neve gelida e la succhiava; le sue labbra tremavano ma sempre sorridendo; gli occhi scintillavano per lo sforzo e la collera delle ultime forze che aveva raccolto. Alzò la pistola e cominciò a prendere la mira.
   «Di fianco, proteggetevi con la pistola,» disse Nesvickij.
   «Copritevi!» gridò anche Denisov, incapace di trattenersi, al suo avversario.
   Con un mite sorriso di pietà e di pentimento, Pierre se ne stava indifeso con le gambe e le braccia spalancate, il largo torace proprio dinanzi a Dolochov, e lo guardava tristemente. Denisov, Rostov e Nesvickij strizzarono gli occhi. Nello stesso momento udirono uno sparo e un urlo furibondo di Dolochov.
   «L’ho mancato!» gridò Dolochov, e si lasciò cadere stremato, con la faccia nella neve.
   Pierre si prese il capo fra le mani. Si volse e si diresse verso il bosco, camminando sulla neve intatta e proferendo ad alta voce parole incomprensibili.
   «Com’è stupido… com’è tutto stupido! La morte… la menzogna…» ripeteva, con la fronte aggrottata. Nesvickij lo fermò e lo condusse a casa.
   Rostov e Denisov portarono via Dolochov ferito.
   Dolochov giaceva nella slitta, silenzioso, con gli occhi chiusi, e non rispondeva nemmeno con una parola alle domande che gli facevano. Quando però entrarono in Mosca, improvvisamente egli tornò in sé, e sollevando il capo a fatica afferrò per una mano Rostov che gli stava seduto accanto. Rostov fu colpito dall’espressione totalmente mutata, tenera e solenne del volto di Dolochov.
   «Ebbene, come ti senti?» domandò.
   «Male, molto male. Ma non si tratta di questo. Amico,» disse Dolochov con voce rotta, «dove siamo? Siamo a Mosca, lo so. Per me non ha importanza, ma lei l’ho uccisa, l’ho uccisa… Lei non sopporterà questo. Non lo sopporterà…»
   «Chi?» domandò Rostov.
   «Mia madre. Mia madre, il mio angelo, il mio angelo adorato.» E Dolochov si mise a piangere, continuando a stringere la mano di Rostov. Quando si fu calmato un poco, spiegò a Rostov che lui viveva con sua madre, che se sua madre lo avesse visto moribondo, non avrebbe potuto reggere; cosicché supplicò Rostov di andare da lei e di prepararla.
   Rostov andò innanzi per adempiere all’incarico. Con suo grande stupore, venne a sapere che, quel bretteur, quel turbolento attaccabrighe di Dolochov viveva, a Mosca, con la vecchia madre e con una sorella gobba ed era il più tenero dei figli e dei fratelli.


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