Il popolo di Ammar è giunto dal sud, dal deserto, e reca ancora in sé le asprezze di quella terra spietata, anche se alcuni di loro si sono lasciati affascinare dalle bellezze della penisola che hanno invaso e secondo gli integralisti si sono rammolliti, arrivando persino ad apprezzare cose proibite come il vino. Ammar è un poeta, un diplomatico e un abilissimo guerriero, ma reca su di sé l’ombra di chi ha assassinato l’ultimo califfo.
Per tutti Rodrigo è il Capitano. Non c’è bisogno di dire altro, le sue imprese sono leggendarie ed entrare fra i suoi uomini significa il riconoscimento del proprio valore. Già esiliato dal precedente re, sempre pronto a esprimere la propria opinione e a fare ciò che ritiene giusto indipendentemente da quel che potrebbe costargli, è assolutamente fedele alla famiglia e alla parola data.
I tre, separati dalle loro fedi e dalla loro formazione, vivono in una terra divisa, lacerata da odi più grandi di una singola persona. Con la zona settentrionale della penisola spezzettata in piccoli regni a seguito della morte del precedente sovrano e i nuovi sovrani che diffidano fra loro nonostante — o forse in virtù — della loro parentela, quella meridionale dominata da persone che adorano un dio diverso portato da oltre il mare e una terza popolazione che si muove fra loro sopportando al meglio leggi ingiuste che li confinano in zone separate delle città sperando di non veder mai riaccendersi l’ardore religioso in coloro con cui sono costretti a convivere, non è difficile vedere in Al-Rassan la Spagna dell’epoca della Reconquista.
Gli Ashariti vengono dal deserto, e i più puri tra loro vedono come decadenti le corti di Cartada e Ragosa, anche se sono governate da uomini appartenenti alla loro stessa fede. I Jadditi venerano come santa una regina che tre secoli prima aveva paragonato i Kindath a degli animali, affermando che andavano fatti sparire dalla faccia della terra, ma sono divisi fra di loro, con tre regni che sono sorti dove prima ce n’era uno più grande, due fratelli e uno zio che regnano su questi territori diffidando l’uno dell’altro e l’ombra di un terzo fratello, già sovrano del regno più grande, forse morto per mano di un assassino. Anche i nomi si richiamano fra loro rafforzando il legame fra fantasia e realtà, con uno dei protagonisti di Kay che si chiama Rodrigo Belmonte e deliberatamente si rifà a quel Rodrigo Diaz meglio noto come El Cid Campeador. Entrambi hanno avuto un figlio di nome Diego, entrambi hanno servito agli ordini di un re chiamato Sancho ed entrambi hanno conosciuto l’esilio e chiesto a un sovrano spiegazioni sulla morte di un altro sovrano. Ma i collegamenti, per quanto deliberati, non sono l’aspetto più importante del romanzo. Richiamano alla mente precise situazioni nel lettore che conosce quegli eventi, e in qualche modo risuonano nella mente donando alla storia una maggiore profondità, ma il richiamo è semplicemente un richiamo. Kay rimodella gli eventi a suo piacimento, modifica i fatti, comprime o dilata i tempi, non per nulla la sua terra si chiama Al-Rassan invece che Spagna. Però, proprio perché Al-Rassan è così simile alla Spagna, la storia che racconta ne esce rafforzata. Noi sappiamo che gli arabi hanno invaso la parte meridionale della Spagna, sappiamo — anche chi non conosce i dettagli — che alla fine i musulmani sono stati ricacciati indietro, conosciamo l’odio feroce fra queste due popolazioni, tre se aggiungiamo gli ebrei che spesso loro malgrado si sono trovati nel mezzo, e non fatichiamo a capire la profondità dei sentimenti di cui Kay ci parla.
Siamo in un giorno di mercato, una scena tranquilla con un dottore che svolge con competenza il lavoro quotidiano. Di Jehane, della sua religione e della sua storia, personale e della sua famiglia, veniamo a sapere con calma, man mano che la giornata diventa drammatica e gli eventi incalzano. Come sempre Kay comincia con calma, dà uno sguardo all’ambiente, sembra che curiosi per il gusto di farlo e intanto costruisce un’atmosfera, dà vita ai personaggi, fornisce informazioni vitali quasi inavvertitamente, fino a quando non muta improvvisamente la situazione. Un piccolo spostamento, una manciata di parole, e dove prima c’era calma d’un tratto ci sono guai, spesso così grandi che sembra difficile poterli affrontare. Ed è in questi momenti che ci si accorge all’improvviso di come i personaggi siano diventati vivi e importanti, di come si tremi per loro e a volte ci si trovi a piangerne la perdita.
Jehane, Ammar e Rodrigo appartengono a tre religioni diverse, a tre modi di vedere il mondo diversi, eppure i valori che li accomunano sono gli stessi. Il loro comportamento, le loro emozioni sono veri, intensi e sempre appropriati al momento che stanno vivendo. Anche quando sono tormentati, forse soprattutto quando sono tormentati perché è nelle difficoltà che si misurano davvero le persone. Perché per quanto forti possano essere i legami che li uniscono, a volte i richiami dei mondi a cui appartengono sono semplicemente troppo forti per poter essere ignorati.
Teoricamente The Lions of Al-Rassan è un fantasy, ma lo è quasi solo perché la terra di cui parla è una terra inventata. L’unico elemento magico, legato a un personaggio minore, svolge la sua funzione nella trama in modo non appariscente, ed è guardato con un certo sospetto dai pochi che ne sono a conoscenza. L’atmosfera sembra quella di un romanzo storico, ma il respiro è quello dell’epica con azioni che possono segnare una vita per sempre. Ci sono conflitti fra culture e religioni in queste pagine, diffidenze fra coloro che dovrebbero avere gli stessi interessi, tradimenti, alleanze insospettabili, interessi privati che sopravanzano quelli pubblici, duelli, imboscate, personaggi che vedono sconvolta la loro vita, assassinii, poesia, amore, amicizia, nostalgia per un mondo perduto, decisioni difficili da prendere, fanatismo, tradimenti, guerre, lealtà contrastanti, ingiustizie e atti di grande generosità, odio e speranza, dolore e gioia. È un libro ricco, arricchito ancora di più dalla consapevolezza di quanto sia attuale pur nel suo dichiarato distacco dalla nostra realtà. E se i tre protagonisti si stagliano sugli altri con la loro umana grandiosità anche i cosiddetti comprimari trovano modo di crescere e di cambiare, di sorprendere e di donare emozioni incredibilmente intense. Al di là di qualsiasi catalogazione questo è uno di quei libri che entrano nell’animo del lettore per non andare più via.