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HATE & MERDA, La Capitale Del Male [+ full album stream]

Creato il 18 gennaio 2016 da The New Noise @TheNewNoiseIt

HATE & MERDA, La Capitale Del Male [+ full album stream]

HATE & MERDA, La Capitale Del Male

L’Anno Dell’Odio descriveva il nostro stato d’animo in un preciso momento, al termine del quale ci siamo guardati intorno e abbiamo deciso di raccontare quello che vedevamo e che ci riguardava più da vicino, la nostra città e alcune delle persone che vi gravitano. Uno sguardo gettato su un paesaggio caotico e maledetto come un girone dantesco.

Firenze, città dal passato già sporco di sangue, non ci era mai sembrata così nera.

C’è una voce narrante che ci guida nella capitale del male, quella di Stefano Santoni, psicologo e filosofo folle. Una persona che conosciamo e dalla quale c’è solo da imparare, che sfida la morte e il suo male ogni giorno. Ci siamo rivolti a lui come a un messia minore per arrivare all’origine, alla fonte dei conflitti individuali e comuni che hanno ispirato questo disco.

Che Firenze fosse in qualche modo assurta al ruolo di capitale del male lo avevamo già intuito dal numero sempre maggiore di realtà legate all’estremismo sonoro di cui ci siamo occupati nell’ultimo periodo. Tanti i gruppi, le etichette, le uscite discografiche nate per ribadire questo legame tra la città toscana e le forme espressive più vicine all’oscurità e al lato negativo dell’esistenza. Tra le molte formazioni da noi trattate gli Hate & Merda hanno saputo portare questo discorso al suo climax, non solo per quanto riguarda grafiche, titoli e testi, ma anche per la scelta di una musica priva di luci o vie di fuga, claustrofobica e morbosamente affascinante, tanto nella scelta dei suoni, quanto nell’indubbia capacità di tratteggiare scenari che spaziano dalla disperazione al puro terrore. Il linguaggio prescelto è un calderone in cui si riversano litri di sludge e da cui affiorano recitati, feedback, percussioni, chitarre dissonanti, bordate di puro nichilismo noise e – all’opposto – partiture ambient, il tutto al servizio di qualcosa di spesso e ruvido, quasi sgraziato nel suo cercare una via alla sofferenza, al malessere più realistico da poter trasmettere all’ascoltatore.

La copertina raffigura un muro di spettri. Ha qualcosa di rituale e di solenne, e insieme di macabro e severo. Come il ritratto di una congrega, di un collegio o di un funerale. Ritagli e vecchie fotografie come ricordi corrosi dal tempo e dalla miseria umana.

Tutto quello che trova posto nei solchi di questo album è vero, intimamente personale e vicinissimo a noi. Dai personaggi raffigurati sulla cover a quelli descritti nei testi, dalle persone che hanno curato il lato tecnico a quelle che hanno contribuito musicalmente.

Proprio il termine personale rende in maniera perfetta la natura di un disco che non vuole far finta di essere altro da sé, ma mette a nudo la parte più intima dei due “Unnecessary” e, così facendo, mette a nudo anche chi sta dall’altra parte, quasi si trattasse di uno specchio che finisce per riflettere la nostra stessa immagine. Questa caratteristica si palesa nella scelta di dipingere il male come qualcosa che circonda e riguarda da vicino ciascuno di noi, non come un protagonista terzo, ma come una parte essenziale della stessa natura umana. Per questo ogni riferimento, ogni ospite chiamato in causa ha un legame diretto con i due Hate & Merda, racconta una storia vissuta, una connessione tanto più forte in quanto profondamente umana, così da risultare quanto più palpabile e veritiera possibile.

‘In Itinere’, oltre a descrivere il senso di incertezza e solitudine condivisa nel nostro viaggio permanente, è dedicata soprattutto ai legami stretti lungo la strada che spesso ritroviamo e diventano ogni volta più importanti. La presenza in questa traccia di due ospiti illustri, Stefania Pedretti [Ovo / ?Alos] e Matteo Bennici [Squarcicatrici], non è casuale.

Capitolo centrale quasi a sé e, al contempo, summa del tutto, è il brano “In Itinere”, sorta di diario di bordo per viaggiatori costantemente in fuga, turisti a tempo pieno e senza mete prefissate, sempre a cavallo tra necessità di lasciarsi qualcosa alle spalle e nostalgia, in un continuo circolo vizioso tra solitudine e condivisione. Qui, non c’è violenza ma calma apparente, dilatazione, quel senso di tristezza incombente che segna ogni partenza, ogni addio. È un’atmosfera notturna quella che avvolge e trasporta in un luogo imprecisato tra luci e ombre, straniante nel suo assumere i contorni sfocati del sogno o, a voler essere ancora più precisi, il ricordo di un sogno che sbiadisce e diventa impalpabile una volta svegli. In fondo, La Capitale Del male è tutta qui, in un viaggio e in ogni persona e luogo che si incontra, oltre che in noi, per questo non è facile confrontarsi con un disco che non accetta il ruolo di sottofondo ma vuole scavare sotto pelle e stuzzicare le nostre reazioni, giocare con l’immedesimazione e con il rifiuto, con l’accettarne e il negarne gli assunti. Inutile tentare di fuggire, gli Hate & Merda hanno dimostrato ancora una volta di avere tutte le carte in tavola per insediarsi nei nostri ascolti in modo stabile, per quanto doloroso possa risultare ammetterlo.

Il male non ha una capitale, e se ce l’ha risiede in fondo a noi stessi. Perché il male serve, serve anche il male.

Tra virgolette le parole di Unnecessary 1 e Unnecessary 2.

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