Hellboy: il Diavolo con le Corna Spuntate

Creato il 24 febbraio 2015 da Dietrolequinte @DlqMagazine

Il cinecomic è il genere cinematografico più conservatore di Hollywood. Vuoi per la sua natura di miniera aurifera (a chi lasci custodire il denaro? Ai tutori dell'ordine!), vuoi per la stratificazione specificatamente di massa del suo pubblico di riferimento, esso ha perfezionato l'industrialismo del cinema americano. Anche l'ipertrofica confezione estetica degli effetti speciali di cui si avvale si limita a un ricco riassunto delle maestranze (digitali e non) sin lì presenti sul mercato.

Quando grandi nomi o allettanti promesse della regia vengono chiamati a dirigere alcune di queste pellicole il loro talento viene spesso imbrigliato e/o circoscritto. Qualche caso: Kenneth Branagh, il cui shakespeariano gusto si riduce a schermaglie regali da salotto in Thor; James Gunn che dalla Troma porta giusto un paio di battute irriverenti e il cammeo di Lloyd Kaufman in una produzione da duecento milioni di dollari come Guardiani della Galassia; Guillermo del Toro con Hellboy e Hellboy: The Golden Army. E proprio del regista messicano andremo ad occuparci più dettagliatamente. Ma prima una piccola premessa che fungerà anche da chiave di lettura. Il suo attivismo creativo è oramai diventato debordante: coinvolto negli ultimi anni in una ventina di progetti crossmediali, ne ha visto però fallire o rimandare più della metà (ha abbandonato ad esempio la ricca trilogia de Lo Hobbit per eccessivo dilatamento dei tempi). Questo è sintomatico sia della sua potenza produttiva sia della sua generosità autoriale. Entrambi gli episodi di Hellboy risentono di questa sua peculiare caratteristica. Chiamato a dirigere la versione filmica dell'omonimo fumetto di Mike Mignola, di cui era fan, Guillermo del Toro ottiene i primi budget importanti dagli studios americani.

Inoltre può agire indipendentemente da continuity fumettistiche e da pressioni dei fan dato che il suddetto eroe cartaceo è relativamente recente. E invece il regista messicano sceglie di canonizzare il suo innegabile talento nelle strutture tipiche dei film di genere hollywoodiani. A partire dal prologo che compendia al suo interno almeno una decina di cliché/citazioni. Dai militari rozzi alla pioggia insistente, dai nazisti alla ricerca dell'immortalità, alla fotografia desaturata fino al veloce riassunto della vita del "figlio del Caduto" compiuta nei titoli di testa tramite gli strilli dei giornali. Il primo film di Hellboy (2004) prosegue presentandoci il personaggio con il più classico degli escamotage narrativi dei blockbuster: il novellino agente FBI John Myers si trova catapultato a far da balia al rosso demone protagonista, interpretato dall'attore feticcio di Guillermo del Toro, Ron Perlman. La meraviglia della giovane recluta si traslata quindi allo spettatore secondo un basilare principio di identificazione. Veniamo presto a conoscenza degli altri membri del B.P.R.D., il centro per la ricerca del paranormale. Ma in appena metà film l'autore messicano instrada il tutto verso i meccanismi della serializzazione (vedi il bla bla mimato da Red con le mani sia qui che nel seguito).

Hellboy risponderà sempre con battute pseudo-divertenti al pericolo, Abe sdottorerà con i suoi libri al seguito e così via. La vicenda principale del clan di Rasputin che tenta di aprire un varco tra la dimensione umana e quella dei demoni è infatti giocata con poca emozione. Del Toro punta con decisione alla leggerezza della materia filmata e non gli giova avere sulla scena un personaggio spaccone che sa sì combattere ma il cui lutto paterno dura appena cinque minuti non modificando la sua successiva condotta. È il cinema popcorn elevato all'ennesima potenza, dove il dolore viene smaltito in qualche inquadratura fica e con due note di pianoforte.

Questo schema è similarmente ripetuto anche nel seguito Hellboy: The Golden Army (2008) che ha anche il demerito di narrare una storia meno apocalittica ed esoterica della precedente. Il lungometraggio, infatti, pur mantenendo alcune suggestioni horror costanti nella produzione dell'autore messicano, si distacca dai toni infernali del fumetto per virare verso un fantasy plumbeo. Ci riferiamo alla comparsa delle feroci fatine dei denti e all'Elementale della foresta che ad un pubblico dallo spiccato patriottismo estetico possono suscitare profonda meraviglia. A noi europei, nerd più cosmopoliti, appaiono più chiare le derivazioni da anime e videogiochi giapponesi (l'ecologia miyazakiana della morte dell'Elementale). Così come ai cinefili più smaliziati appare evidente il tributo ad Hard Boiled di John Woo nella noncuranza con cui Hellboy si porta a spasso il neonato mentre saltella allegramente mentre cerca di uccidere il suo nemico.

Anche in questo secondo episodio delle vicende di Hellboy il risveglio di un'armata infernale e indistruttibile pare un pretesto per il vero obiettivo di Del Toro: dare spazio ai suoi mostri disegnati con grande inventiva. Qui non vogliamo criticare le sortite del regista nel cinecomic riducendone tutti i difetti alle eccessive facezie e all'ostentata artigianalità dei costumi. Per noi appare ridondante anche la seriosità delle sue opere più acclamate come Il labirinto del fauno e La spina del diavolo, attraversate come sono da una certa spicciola poesia che doveva elevarlo al grado di Autore con la a maiuscola. Critichiamo Guillermo del Toro per aver prestato con troppa passività e poco voglia sperimentale la sua visionarietà all'industria dei sogni. L'accantonamento, non sappiamo se definitivo, del cruciale terzo episodio di Hellboy (quello dove il demone rosso avrebbe dovuto diventare effettivamente "Il seme della distruzione" preannunciato dalla Morte nel secondo film) è imputabile a questa sua mollezza artistica più che ai modesti risultati al botteghino.


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