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I beni comuni: risorsa per il cambiamento o ennesima illusione?

Creato il 11 luglio 2013 da Sviluppofelice @sviluppofelice

di Sofia Costanza

teatro-valle-occupato

Il Teatro Valle di Roma

“Dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva” scriveva il poeta tedesco Hölderlin. Se qualcosa di buono ha portato la crisi economica, si tratta della riscoperta del pensiero critico verso modelli economici e culturali finora dominanti e di nuovi spazi di partecipazione dal basso. La crisi è stata il detonatore di problemi preesistenti: precarizzazione e mancanza di lavoro, un drammatico deficit democratico europeo, assenza della politica come spirito di servizio alla collettività, primato dell’economicismo, indebolimento del tessuto sociale. Di fronte ad essa è cresciuta la consapevolezza dell’urgenza di un cambiamento profondo della società. In questa ottica è emerso con forza il tema dei “beni comuni”.

Riprendendo Karl Polanyi, è possibile guardare a questi “beni” come forme in grado di definire nuove prospettive di organizzazione sociale e comunitaria, laddove Stato e mercato mostrano entrambi i propri fallimenti. Tuttavia, come sottolinea Mario Pezzella,[1] riecheggiando il concetto di rivoluzione passiva di Gramsci, l’indefinito uso che si fa di tale concetto rischia di generare un impoverimento di questa categoria di beni e delle esperienze partecipative ad essi connesse, aprendo possibili varchi al corporativismo e a pratiche di esclusione da parte delle comunità.

Cosa sono dunque i beni comuni? Secondo Elinor Ostrom, Nobel per l’economia nel 2009 per gli studi sulla gestione delle risorse comuni “oltre lo stato e il mercato”, i “commons” sono strutture naturali o create dall’uomo che generano flussi di unità di risorse[2]. La Ostrom parte dalla considerazione dell’esistenza di beni che sono al contempo non escludibili (non è possibile creare istituzioni per escludere potenziali beneficiari dal loro uso) e rivali (l’uso di una parte della risorsa da parte di un soggetto rende quella stessa porzione di risorsa non più disponibile per altri). Tali caratteristiche rendono questi beni facilmente oggetto di ipersfruttamento e quindi – nel lungo periodo – a rischio di scomparsa, come può accadere per un pascolo, un bosco o un sistema di irrigazione.

La “scoperta” della Ostrom è che laddove Stato e mercato non sono in grado di risolvere e gestire la complessità di alcuni contesti, le comunità locali hanno invece la capacità di farlo, poiché conoscono le specificità dei territori e il valore intrinseco della risorsa e sono direttamente interessate al suo mantenimento. Inoltre, sono in grado di definire regole che ne stabiliscano i diritti d’uso e d’accesso sulla base di norme condivise e rafforzate attraverso la reciprocità.

In realtà la soluzione comunitaria ha i suoi pro e i suoi contro. Anche le comunità possono fallire, e generare contesti decisionali perversi: che privilegiano lo status quo; che realizzano dittature della maggioranza; che si fondano su meccanismi di reciprocità negativi (come ad esempio la costituzione di “lobby” che si scambiano favori) o di esclusione e diseguaglianza fra chi sta “dentro” e chi si trova “fuori” della comunità.

Ma secondo i fautori della riscoperta dei beni comuni, essi possono rappresentare uno strumento per uscire dalla dimensione dominante attribuita a mercato e proprietà privata ed entrare in una logica comune e relazionale, nella condivisione di pratiche che divengono anche forme di linguaggio. Lo stanno dimostrando gli esperimenti di comunità che si oppongono alla privatizzazione di patrimoni dello Stato, creando all’interno di ex-beni pubblici – teatri, scuole, edifici in disuso – contesti di scambio e condivisione in cui non c’è proprietà ma partecipazione, come il Teatro Valle e lo S.Cu.P. a Roma[3].

È troppo presto per dire se si tratti di un paradigma davvero innovativo, sufficiente a modificare in profondità la cultura economica, soprattutto in un paese come il nostro che sembra aver aderito negli ultimi decenni a strategie grottesche di aumento dell’efficienza tramite la privatizzazione selvaggia dei beni comuni.

Certo è che i commons, aumentando la consapevolezza dei rischi di distruzione di capitale umano e sociale, la propensione all’investimento sostenibile in termini intergenerazionali delle comunità locali, la fiducia fra coloro che partecipano (cioè, sono parte) di quei beni comuni, possono essere un importante tassello per riavviare un percorso di sviluppo equo e sostenibile del quale ormai, almeno in Italia, si sono perse le tracce.


[1] Pezzella, M. (2013) “La Repubblica dei beni comuni”, Il Ponte, LXIX(2-3), pp. 8-42.

[2] Ostrom, Gardner, Walker (1994) Rules, games, and common-pool resources, Ann Arbor: University of Michigan Press.

[3] È un luogo dove vengono forniti servizi di ascolto psicologico, baby-sitting e dopo-scuola per i bambini, aule studio e palestra popolare; beni che sia lo Stato sia il mercato sembrano aver rinunciato ad offrire e in cui la relazione, l’impegno e la partecipazione sono dalla comunità per la comunità.


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