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I crochi

Da Foscasensi @foscasensi

Avevo le cuffie? Chissà. Lunghi filari di kiwi circondavano la scuola e proseguivano fino ai campi. I muretti a secco, le macchine che restituivano il caldo di settembre. Lo zaino. Le (prime) scarpe alte.
Avevo le cuffie? Forse c’era della musica, le canzoni preferite. Ecco, le note scendevano e mi prendevano in basso, quasi come la pipì. Mi succedeva anche quando facevo ginnastica, con gli addominali. Movimenti sempre più forti. Ho letto che le donne possono arrivare al piacere facendo ginnastica, dipende dai movimenti,  se compiono quelli giusti.
Comunque la mattina agganciavo il “walkman” alla cintura e schiacciavo il pulsante “play”. Era un grundig con il telaio di metallo,  di cui apprezzavo il pulsante per riavvolgere il nastro e il cursore per amplificare i bassi. Selezionavo “mega bass on” e socchiudevo gli occhi.
Di nuovo le note scendevano,  scendevano e dovevo appoggiarmi alla rete. Era in realtà una vecchia voliera dove qualcuno aveva cresciuto un vaso di crochi gialli. A settembre spiccavo qualche petalo e immaginavo che lo mangiavo e poi quasi morivo. “i crochi sono velenosi!”  dicevano e vedevo coi miei occhi spirituali me cadere in un grande nero profondo e qualcuno raccogliermi. E  c’era un nodo qui, nel cadere e nell’essere raccolti, che era come una scossa di piacere.
Poi qualcuno mi distoglieva a volte dalle cuffie e io non capivo molto bene. Ma una volta ci fu un ragazzo e ci baciammo,  poi avevo gli occhi un po’ rimpiccioliti e mi tastavo la faccia finché suonò la campanella d’ingresso a scuola. Era strano, mi sentivo i denti incastonati e la lingua piena di sangue. E non credevo di poter entrare nel banco. Perfino i seni induriti mi parevano una forma speciale di morbidezza. Quasi come una lunga estate.


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