I film migliori di stasera (dom. 27 apr. 2014) sulla tv in chiaro

Creato il 27 aprile 2014 da Luigilocatelli

19 film. Scorsese, Olmi, John Woo, Denys Arcand, Lavia, Soderbergh etc.

Viva gli antipodi!, Rai 5, ore 23,14.
Documentario presentato con un certo clamore a Venezia 2011 e rivelatosi allora piuttosto deludente rispetto alle (alte) aspettative suscitate. Messo in palinsesto da Rai 5 la prima volta (questa è una replica) in occasione dell’Earth Day, e ci sta anche, la collocazione non è poi così incongrua. Difatti il regista russo Victor Kassakovsky ricorre ai modi consacrati e un filo retorici e manieristi del film naturalistico – mari e monti e pianure e ghiacci e flora e fauna e umani più o meno civilizzati – per strutturare un racconto di una certa complessità e ambizione di esistenze sparse sul pianeta terra. L’idea, niente male, è di mostrare quattro punti dell’emisfero settentrionale, sfondi e contenitori di altrettante tranches de vie, e cortocircuitarli in montaggio alternato con i luoghi ai loro esatti antipodi (e le vite che vi si svolgono). Le quattro coppie di opposizione sono Argentina e Cina, Cile e Russia, Hawaii e Botswana, Nuova Zelanda e Spagna. Passiamo dai panorami austeri della Patagonia a quelli del lago Baikal, dalle piane vulcaniche della Hawaii alla frenesia formicolante di Shanghai, e così via. Uomini e donne lontani e connessi da quel filo invisibile steso tra ciò che sta agli antipodi. Ma se l’intenzione era quella di mostrarci sottili analogie e una unità sottesa a ciò che è apparentemente opposto, Victor Kassakovsky fallisce il suo progetto. Le immagini sono spesso una meraviglia, ma è il racconto a non funzionare. Ogni storia, ogni destino resta incapsulato in sé e non basta l’artificio geografico a tracciare una continuità.

The Departed – Il bene e il male, Rete 4, ore 21,17.
Il film che a metà della scorsa decade ha segnato il ritorno al successo commerciale di Martin Scorsese dopo anni di semioscuramento, un remake della bellissima trilogia hongkonghese Infernal Affairs di Andrew Lau e Alan Mak. Vite e destini paralleli di due poliziotti, Leonardo DiCaprio e Matt Damon. Il buono e il cattivo. Il male e il bene. Rovesciamenti, colpi di scena, inganni e controinganni, gioco della parti, gioco di maschere. Il film è una discesa all’inferno, cupissima, per capire al momento della lotta finale chi sarà salvato e chi dannato. Chi è il giusto e chi il peccatore. Chi il carnefice e chi la vittima. The Departed è metafisico, eppure fatto di carne e sangue. Autoriale, eppure perfetto film di genere. Così avvincente che non riesci a staccare un attimo. Grandissimo. Di sbagliato c’è solo Jack Nicholson, che ci dà dentro con tutti i suoi eccessi nella parte del demoniaco boss, convinto di entrare nella leggenda del cinema come il Marlon Brando del Padrino, ma non ce la fa.

…e venne un uomo, Tv 2000, ore 21,00.
Nel giorno della canonizzazione di Giovanni XXIII, Tv 2000 – la tv della Cei – manda in onda in perfetto timing il film che Ermanno Olmi girò nel 1965 sul papa venuto da Sotto il Monte, Bergamo. Bergamasco anche Olmi, che evidentemente trovò nella figura di Angelo Roncalli un comune sentire, una comune memoria, il senso delle stesse radici che affondavano in quel territorio fortemente segnato dalla cultura contadina e cattolico-popolare. Questo film è uno strano oggetto cinematografico senza molte parentele, un qualcosa che poteva nascere solo dal coraggio e dalle visioni di un cineasta mai allineato, mai omogeneo davvero alla macchina-cinema italiana come Olmi. Fu un disastro. Presentato se ricordo bene alla Mostra di Venezia, fu accolta con freddezza, e rischiò di stroncare la carriera del suo regista, che pure veniva da film immensi come Il posto e I fidanzati. Lo andarono a vedere in pochi, e nemmeno il circuito delle sale parrocchiali riuscì a salvarlo. Finì con l’entrare in una zona d’ombra, di rimozione, rimanendoci per decenni. Film raro. Opera al limite del samizdat, della clandestinità ormai. Quasi perduta, e dunque da non perdere stasera. Ermanno Olmi per raccontare la vita di Giovanni XXIII il papa buono, il papa della pietà popolare, del suo conterraneo Roncalli, rinuncia ai facili percorsi del biopic classico. In una sorta di timor sacrale dell’immagine, della raffigurazione, non ci mostra mai il personaggio Roncalli in azione, ricorrendo arditamente, e anche labirinticamente, all’escamotage di quello che lui chiama un mediatore. Un uomo che non è Giovanni XXIII, ma una sorta di suo doppio-testimone-narratore, in un’operazione di straniamento quasi brechitiano, il che è quanto di più lontano si possa immaginare dall’universo olmiano. La vita di Angelo Roncali ci scorre davanti nelle sue tappe fondamentali, l’infanzia nel mondo contadino di Sotto il Monte, il farsi sacerdote, il periodo a Bergamo come segretario di monsignor Giacomo Maria Radini-Tedeschi. E le esperienze di rappresentante vaticano in vari paesi, Bulgaria, Turchia, Grecia, fino alla nunziatura a Parigi. Poi il patriarcato di Venezia, l’elezione a papa. Incredibilmente, ma son cose che nel cinema italiano di allora immensamente rispettato nel mondo succedevano, il protagonista, il mediatore, è un peso massimo del cinema americano come Rod Steiger. Olmi chiama a rappresentare tappe della vita di Roncalli anche la filodrammatica dell’oratorio di Gandino, in provincia di Bergamo, ovvio. Un colpo di genio e di anticonformismo di un genio appartato del cinema come lui. Un film da rivalutare pienamente, che già anticipa molto del futuro capolavoro olmiano L’albero degli zoccoli.

Il piccolo Nicolas e i suoi genitori, La7, ore 21,30.
Passato inossevato da noi e invece clamoroso successo in Francia. Anche perché tratto da una serie disegnata negli anni Cinquanta per i ragazzi dal Goscinny di Astérix, pezzi di vita quotidiana e familiare visti attraverso gli occhi di un bambino. Nicolas sente che sta per arrivare in casa un fratellino e incominca ad avere fantasie di abbandono. Solo un punto di partenza per una narrazione che si fa, in questo film del 2009, rievocazione stilizzata di una Francia anni ’50 come fuori dal tempo e dalla storia, una sorta di Arcadia immune dalle brutture e anche violenze della contemporaneità. Un film che vince con la sua forte carica visuale. Con Valérie Lemercier, Kad Mérad, Sandrine Kiberlain.

The Hi-Lo Country, Rai Movie, ore 21,15.
Un libro (di Max Evans) che anche Sam Peckinoah aveva più volte tentato di portare in ciema senza mai riuscirci. Un fiammeggiante triangolo su sfondo western – anche se siamo in un West moderno, il New Mexico post WW2 – che presenta parecchie affinità con il furibondo, estremo, estremistico Duello al sole di King Vidor. Ne ricava finalmente un film Stephen Frears nel 1998, l’eclettico Frears, uno che ha attraversato disinvoltamente (impunemente?) ogni possibile genere arrivando l’anno scorso a Philomena. Due amici reduci dalla seconda guerra mondiale si installano in una zona remota e rurale del New Mexico a fare i bovari. Solo che si innamorano della stessa donna, moglie del padrone delle mandrie. Sarà melodramma a cavallo. Con Woody Harrelson, Billy Crudup e Patricia Arquette. Più Penelope Cruz non ancora diva americana. Attenzione, c’è Katy Jurado, mitologica star messicana anni ’50.

Nebbie, Rete Capri, ore 21,00.
Uno dei film meno conosciuti, almeno in Italia, di Humphrey Bogart. Eppure è un tesisissimo, notevole noir diretto – siamo nel 1945 – dal sempre ineccepibile Curtis Bernhardt su soggetto di Robert Siodmak. Uno di quei film che portano a galla il Male e la malvagità umana in cui gli autori arrivati a Hollywood dal Centroeuropa si ritrovavano quasi naturalmente. Un uomo si innamora della cognata, e da quel momento non pensa che al modo più efficace per sbarazzarsi della moglie. Un implacabile congegno narrativo, ancora oggi perfettamente funzionante. Titolo originale, Conflict.

Dietro la maschera, Class Tv, ore 20,40.
Come The Elephant Man di David Lynch, però nella Los Angeles degli anni Ottanta. Rocky è un sedicenne affetto da una malattia rara che gli deforma il viso. Può contare su una madre che lo protegge, e su amici che gli vogliono bene. Ma tutto si complica quando deve cambiare scuola, e allora dovrà misurarsi con il rifiuto e l’ostracismo sociale. Finchè a un camp conosce una ragazza cieca, ed è qualcosa di molto vicino all’amore. Una storia di diversità fisica che diventa diversità esistenziale, diretta da un Peter Bogdanovich (siamo nel 1985) che torna alla machina da presa e al successo dopo il tonfo di …e tutti risero. Niente di speciale, un film dignitoso che non evita del tutto le secche del politically correct. Piacque moltissimo in America, mentre da noi non lo andò a vedere nessuo o quasi. La madre è Cher, nel periodo in cui ancora si credeva che fosse una buona attrice. Poi, si sa, si è persa.

La battaglia dei tre regni, Iris, ore 21,05.
La battaglia dei tre regni è del 2008: John Woo torna a casa dopo il proficuo esilio hollywoodiano e si mette al servizo della storia patria, rievocando con questo kolossal lo scontro fra tre diversi regni con tanto di battaglia finale nell’anno 208 d.C. Un episodio che sarà determinante per il futuro della Cina. John Woo usa tutta la sua formidabile tecnica cinematografica, il gusto enfatico per il dettaglio e, specularmente, per le scena di massa, la sua velocità, il ritmo, per una produzione costata 80 milioni di dollari, la più impegnativa nella storia del cinema cinese. Una festa per gli occhi. Film immenso, smisurato, che dura nell’originale quattro ore, ridotte a poco meno di tre nella versione per l’Occidente. Pur ridimensionato, resta uno spettacolo grandioso. Da vedere, per capire la potenza del cinema asiatico e di come la Cina celebra se stessa attraverso la celebrazione del proprio passato. Interessante anche perché John Woo è diventato famoso come regista del cinema di Hong Kong, e qui rientra da ex straniero e da figliol prodigo nel grembo della grande madre Cina.

Leopoldo Trieste, un intruso nella fabbrica dei sogni, Rai Movie, ore 0,55.
Leopoldo Trieste. Quella faccia, la sua faccia, non la possiamo dimenticare. L’abbiamo vista in una quantità di film, in un arco temporale tra anni Cinquanta e fine Novanta. Uno di quegli interpreti che un tempo eran detti caratteristi, spesso dotati – ed era il caso suo – di una fisicità oltre la medietà. Lunare, buffo, surreale, grottesco. Leopoldo Trieste ha attraversato i generi e si è prestato a infiniti registri diversi, mettendo il suo corpo e il suo sentire al servizio di autori a volte grandissimi, altri meno, ma lasciando sempre un segno forte, il suo marchio. Lo sceicco bianco e I vitelloni di Fellini, Divorzio all’italiana e Sedotta e abbandonata di Germi. Il padrino parte seconda, Nuovo Cinema Paradiso, A ciascuno il suo, Il medico della mutua, Il nome della rosa. Perfino il maledettissimo Caligola di Tinto Brass. Leopoldo Trieste, calabrese, non era solo attore, ma anche regista, commediografo. Questo documentario del 2011 lo ricorda – a quasi dieci anni dalla scomparsa – attraverso immagini e le testimonianze di chi gli è stato vicino.

L’uomo senza sonno, Rai 4, ore 1,02.
Il nuovo Robert De Niro è Christian Bale. Almeno per la feroce determinazione con cui si adegua fisicamente al personaggio. Se il leggendario Bob De Niro per Toro scatenato aveva messo su 35 chili, in questo film (girato nel 2004 a Barcellona, spacciata però per gli Stati Uniti) Bale ne ha persi 28, e di altrettanti sarebbe dimagrito di lì a qualche anno per il ruolo del fratello tossico in The Fighter, strepitosa perfomance giustamente premiata con l’Oscar. Per poi reingrassare e mettere su pancia per American Hustle. Qui Bale è un operaio che soffre di insonnia estrema, da un anno non riesce più a dormire, il suo fisico si è inscheletrito, gli occhi incavati baluginano follia, la mente è intossicata da incubi e visioni. Trevor crede di essere perseguitato da un certo Ivan, ed è andando a fondo di questa paranoia che capirà qual è l’evento traumatico che l’ha ridotto in uno stato di sveglia perenne. Thriller della mente, visionario e perturbato. Un piccolo, interessante film, che ha il suo punto di forza in Christian Bale, uno dei migliori attori della sua generazioni, anche se non di massima simpatia (e però il suo Batman è riuscito lo stesso a conquistare le masse). Attenzione, la visione di Bale ridotto a uno scheletro è davvero impressionante, puro horror, e accende qualche dubbio sull’opportunità per un attore di arrivare a certi confini estremi (e di fronte a cose così viene in mente la sana leggerezza di Marcello Mastroianni che, a chi gli chiedeva cosa facesse di speciale per calarsi nel personaggio, rispose: “Niente, quando sento il ciak incomincio a recitare”).

Guida per riconoscere i tuoi santi, Rete 4, 0re 0,22.
Film di strada su ragazzi sfaccendati e quasi-delinquenti in un quartiere-ghetto dei Queens. Storia mille volte raccontato, però Dito Montiel, regista qui al suo esordio e anche autore del libro da cui è tratto il film, mostra di saper rappresentare questa materia, in parte autobiografica, con vigore e sincerità, soprattutto con il senso di verità di chi certe cose le conosce bene. Con il successivo Fighting Dito Montiel confermerà solo in parte le promesse di questo Guida per riconoscere i tuoi santi, che resta però un esordio memorabile. Con un titolo tra i più belli della decade (il film è del 2007). Cast formidabile. Pensate: Robert Downey Jr., Shia LaBeouf, Chazz Palminteri, Rosario Dawson e perfino Channing Tatum, attore oggi al vertice, dopo i grandi incassi americani di La memoria del cuore, 21 Jumpin’ Street e Magic Mike.

Il braccio violento del Thay-pan, Iris, ore 23,25.
Film in cui si sfrutta il mito di Bruce Lee, fingendo che lui sia la voce narrante di questa triplice storia, in una tipicissima clonazione-falsificazione made in China (anzi, made in Hong Kong, visto che si tratta di una produzione del 1978 dell’allora colonia britannica). Tre spezzono di film diversi vengono montati con voice over del falso Lee, storie tutte legate alla nobile arte di combattimento del thay-pan. Comunque da vedere perché restituiscono la selvaggeria, il vitalismo sfrenato e febbrile di quella stagione del cinema hongkonghese: cinema d’avventura e avventuriero come pochi altri nella storia.

Cin cin, Iris, ore 1,08.
Tarda escursione – siamo nel 1991 – di Marcello Mastroianni nel cinema internazionale, in una commedia dove ha per partner Julie Andrews e come regista il Gene Saks della Strana coppia e di Fiore di cactus. Pare dovesse dirigerlo Blake Edwards, consorte e, diciamo così, riciclatore e riposizionatore nel cinema brillante della ex Mary Poppins, ed è un peccato che non l’abbia fatto. Messa in cinema di un testo del più classico teatro boulevardier parigino  – autore François Billetdoux -, vede un italiano e una inglese ritrovarsi a Parigi dopo essere stati traditi dai rispettivi coniugi. Sarà vendetta a due, e tra le lenzuola. Scorre lo champagne, come da titolo, e i cliché parigini si sprecano. Fu un totale insuccesso. Però Marcello nostro in versione internazionale è sempre da vedere.

L’età barbarica, La Effe, ore 22,50.
Molti conoscono, del regista canadese-québecois Denys Arcand, Le invasioni barbariche, pochi questo suo di non molto successivo L’età barbarica. Ed è un altro Arcand sulla dissoluzione-declino di quel ceto medio-intellettuale che è l’oggetto d’analisi del suo cinema, sullo stordimento e il disgregarsi delle strutture mentali di uomini e donne che non ce la fan più a riconciliarsi con la ipermodernità e se ne sentono tagliati fuori. Un cinema-referto, anche se venato di ironie e sarcasmi, che Denys Arcand aveva già cominciato decenni fa con il meraviglioso Il declino dell’impero americano. Un uomo qualunque sposato a una signora molto in carriera e con due figlie a lui sempre più estranee, vive sul bordo tra la realtà e il sogno, la realtà come vorrebbe che fosse ma non è. Una versione patologica di certi personaggi alla Gondry. Poi incontra una donna che la sua folia, voler essere una dama dei tempi remoti non l’ha tenuta a freno, ma l’ha a modo suo realizzata, frequentando un gruppo di appassionati di vita medievale e ricostruzioni storiche in costume. Con Marc Labreche, Diane Kruger e, attenzione, il cantante e icona queer Rufus Wainwright.

Che – l’argentino, La Effe, ore 0,40.
Prima parte del fluviale biopic su Guevara girato da Steven Soderbergh. Operazione che non ha avuto però il successo sperato, nonostante l’accuratezza storica e filologica da parte del regista, e la passione e l’impegno profusi dal suo protagonista Benicio Del Toro. Soderbergh è rimasto indeciso tra l’agiografia, ormai però impraticabile di questi tempi, e la pesante rivisitazione, e magari revisione, del mito. Una non-scelta cerchiobottista che alla fine non ha pagato e che confina Che tra i tentativi interessanti, ma non riusciti. In questo episodio si parte dall’incontro nel 1952 in Messico tra Ernesto Guevara, studente di medicina ragentino, e Fidel Castro. Seguono poi lo sbarco sull’isola con lo yacht Granma, le prime battaglie. Un’alleanza, quella tra i due, che avrebbe fatto la storia, e non è un’esagerazione. Rodrigo Santoro è il futuro Lider Maximo.

Doppio suicidio, Rai 3 (Fuori Orario), ore 1,10.
Cinema underground italiano. No, non è un impossibile ossimoro. Ci fu davvero, nei tardi anni Sessanta fino a lambire i Settanta, un nostro cinema sotterraneo che si praticava al di fuori di ogni sistema e macchina ufficiale, che sperimentava modi e sguardi, che lavorava sulla percezione di chi il cinema lo fa e di chi lo guarda (e talvolta subisce?). Pia Epremian, piemontese di Chivasso, fu spesso accanto a Tonino De Bernardi nell’avventura di film di bordi e di margine. E la notte di Fuori Orario, tutta dedicata all’underground italiano (torinese e romano perlopiù), si apre proprio con i dieci minuti di un lavoro di Pia girato in super 8, Doppio suicidio. Se siamo ancora svegli, guardiamolo, dài.

Invito a cena con delitto, La7, ore 23,15.
Allora, 1976, a guardarlo al cinema ci si divertì molto, chissà adesso. Firma la sceneggiatura, che poi è puro teatro (anzi puro Broadway), quel gran mestierante di Neil Simon, in quegli anni una garanzia. Dovrebbe però aver resistito bene all’usura questa scatenata parodia del giallone in camera chiusa, meglio in castello chiuso e strablindato, con parecchie allusioni a Dieci piccoli indiani di Agatha Christie. Cinque famosi investigatori, ciascuno con un/una assistente, e ciascuno modellato su famosi detective del romanzo e del cinema, vengono invitati  a castello da un pazzo milionario che, dopo averli accolti, annuncia loro che entro la mezzanotte ci sarà un delitto, e che la vittima sarà uno dei presenti. Tra allarmi veri e finti e colpi di scena ci si dà un gran daffare per prevenire l’assassinio annunciato, senza successo naturalmente. Parata pazzesca di attori, oggi impensabile, Alec Guinness, David Niven, Maggie Smith, Peter Falk. E pure Peter Sellers. Ma quello che rende cultistico e indispensabile il film è la presenza del romanziere Truman Capote, sì, quello di Colazione da Tiffany, e pure di A sangue freddo, nella parte del laido milionario, una creatura obesa e occhialiscurata inquietante come un alieno. Un Capote lontano dalla grazia leggiadra da elfo dei suoi anni teneri e ridotto dai vizi e dalle delusioni a un batrace insostenibile alla vista.

Mifune – Dogma 3, la7d, ore 0,20.
Del 1999, è il terzo film del movimento ascetico-purista-rigorista danese Dogma, fondato da Lars Von Trier, che prescriveva uso di macchina a mano ballonzolante, solo luce naturale, minimo artificio e così via. Da Copenaghen un uomo torna al paese natio dopo la morte del padre per occuparsi del fratello disabile. Ingaggerà un’assistente, Liva, che è in realtà una prostituta in fuga. Sarà strano triangolo. Il regista si chiama Søren Kragh-Jacobsen.

Scandalosa Gilda, Cielo, ore 23,20.
Scatenatissimo erotico con aspirazioni arty della coppia Gabriele Lavia-Monica Guerritore, un culto assoluto per i ragazzacci innamorati persi di quel cinema anni Ottanta sospeso tra il sublime e il trash, con pericolosissimi pencolamenti e sconfinamenti nel secondo. Si può ridere, sorridere, sogghignare nel vedere questo film, ma non si può non restare estasiati di fronte all’evidente sincerità di chi Scandalosa Gilda lo dirige e lo interpreta, e che affronta ogni rischio e si mette in gioco davvero. Siamo lontani dall’erotismo glamourizzato, patinato, anodino e inodore di oggi, qui davvero ci vien comunicato cosa sia lo sregolamento dei sensi. Una donna borghese delusa e in crisi – Guerritore, ovvio – scappa via da casa. Incontrerà in autogrill un fumettaro erotico che, mostrandole le sue tavole, la sedurrà, e sarà sesso selvaggio. Il nostro Nove settimane e mezzo, però meno cinico e perfino più consapevole, e vero. Con tutti gli eccessi e le accensioni del Lavia regista, uno che i mezzitoni e le mezze misure li ha sempre evitati. Prendere o lasciare. Lei somigliantissima alla Ingrid Bergman di Viaggio in Italia.


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