I Fratelli egiziani e il Nuovo Medio Oriente

Creato il 19 luglio 2012 da Geopoliticarivista @GeopoliticaR

Di primo acchito, sembrerebbe che sia finalmente apparsa sulle rive del Nilo una grande figura unificatrice, la cui ombra si allunga sull’intero panorama politico del Medio Oriente. Questa, almeno, è l’impressione che lascia la serie di encomi da parte della comunità internazionale a seguito dell’elezione di Mohammed Morsi alla presidenza in Egitto. Da Israele all’Iran, i paesi del Medio Oriente hanno salutato l’esito delle elezioni egiziane, ovvero la vittoria dei Fratelli Musulmani. Tutte le grandi potenze si sono levate all’unisono per aggiungere la loro voce al coro e salutare l’avvento della democrazia in Egitto.

Tuttavia, ad uno sguardo piu attento, si puo notare una notevole “irregolarità” nel tono e nella sostanza delle dichiarazioni delle cancellerie mondiali. C’era emozione manifesta, di sicuro, nei messaggi dell’Iran e della Turchia, come se un nuovo mondo fosse dietro l’angolo; gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno parlato con voce dolce, suadente, determinata a corteggiare, mentre la maggior parte dei paesi, tra cui la Russia, ha parlato correttamente e con prudenza come richiedeva l’occasione. Tuttavia, la voce di alcuni paesi regionali come Israele, la Giordania o l’Arabia Saudita ha tradito un alto grado di nervosismo dovuto alle incertezze del futuro.

Come si spiega questa affascinante varietà di emozioni? In primo luogo, naturalmente, Morsi è un “islamista incorreggibile” e vedere l’islamismo farsi strada attraverso l’urna elettorale è uno spettacolo nuovo nella politica regionale. Uno spettacolo emozionante, quanto inquietante. In secondo luogo, c’è sempre l’ansia per ciò che è “sconosciuto” – come l’ex segretario alla difesa Donald Rumsfeld avrebbe detto – in una regione altamente volubile quale il Medio Oriente. Il cuore della questione è che i Fratelli Musulmani, ai quali Morsi appartiene, sono una quantità sconosciuta nell’equazione di potere del sistema regionale. Inoltre, i Fratelli Musulmani hanno di recente già dimostrato una rara tendenza al pragmatismo e alla flessibilità (anche se sposano fermamente l’ideologia dell’islamismo) e hanno fatto capriole sul prato della politica così tanto e così spesso in passato, che ci si comincia a chiedere dove finisca la tattica e dove inizi la strategia. In terzo luogo, il dubbio inevitabile aleggia che quanto accaduto in Egitto non sia stato l’atto conclusivo del dramma rivoluzionario spontaneo che andò in scena piu di un anno fa in piazza Tahrir, nel dicembre 2010, e resta il sospetto che l’epilogo debba ancora arrivare.

A dire il vero, l’elezione di Morsi colpisce profondamente la geopolitica del Medio Oriente. Ci sono quattro principali vettori che meritano attenzione. In primo luogo, l’Egitto è sempre stato un’ancora per la strategia degli Stati Uniti in Medio Oriente, quindi ci si puo’ chiedere in quale misura le cose cambieranno con l’avvento dei Fratelli Musulmani. In secondo luogo, qual è la posizione che l’Egitto adotterà vis-à-vis della questione fondamentale in Medio Oriente – il problema palestinese e le relazioni arabo-israeliane? In terzo luogo, qual è l’impatto, se ve n’è uno, che l’ascesa dei Fratelli Musulmani in Egitto avrà sulla traiettoria futura della primavera araba? Infine, quali politiche regionali possiamo aspettarci nei confronti dei vicini arabi da un Egitto democratico guidato da un governo islamista?

Un arbitro, mediatore ed impostore

Morsi ha studiato negli Stati Uniti, ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti alla NASA ed ha ricoperto il ruolo di professore per qualche tempo. Evidentemente, è una mente erudita, ha familiarità con il sistema politico statunitense. Ha giocato un ruolo chiave nella creazione di contatti tra gli Stati Uniti e i Fratelli Musulmani, contatti che si sono rapidamente sviluppati durante lo scorso anno ed hanno portato alla visita di una delegazione dei Fratelli a Washington, dove questi ultimi sono stati ricevuti da alti funzionari della Casa Bianca, del Dipartimento di Stato e del Congresso degli Stati Uniti e accolti dai think tanks legati all’establishment americano. Evidentemente, Morsi è ben lungi dall’essere uno sconosciuto a Washington e la sua vittoria elettorale avrebbe potuto essere prevista dagli Stati Uniti.

D’altra parte, il rapporto degli Stati Uniti con l’Esercito egiziano è stato e rimane tuttora la parte più significativa e durevole dei legami bilaterali con l’Egitto, anche se l’alchimia di questo rapporto ha cominciato a cambiare da quando il regime di Hosni Mubarak è stato rovesciato. Allo stesso modo, anche i Fratelli Musulmani hanno dimostrato la volontà di collaborare con l’Esercito egiziano – spesso con grande esasperazione dei rivoluzionari di piazza Tahrir – e, nel futuro prossimo, il tipo di equilibrio che si svilupperà nelle equazioni reciproche tra i Fratelli Musulmani e l’Esercito avrà un grande impatto sul corso della rivoluzione democratica in Egitto. Basti dire che agli Stati Uniti non dispiacerebbe un ruolo di arbitro tra i Fratelli e le Forze Armate in caso di necessità, ruolo che peraltro è già familiare alla diplomazia americana alla costante ricerca di consolidare ed espandere l’influenza globale degli Stati Uniti nei paesi stranieri.

Chiaramente, gli Stati Uniti non possono permettersi di schierarsi apertamente dalla parte dei militari egiziani, né desiderano lasciare una tale impressione, visto che sarebbe completamente incompatibile con la loro tendenza a professarsi paladini delle aspirazioni democratiche delle nazioni arabe. Pur essendo i finanziatori dell’esercito egiziano – gli Stati Uniti hanno dato circa 1,5 miliardi di dollari all’anno ai militari – ci sono prove per ritenere che questi ultimi abbiano riservato agli Stati Uniti delle brutte sorprese di recente. Le indicazioni sono che in più occasioni l’esercito egiziano avrebbe fatto delle promesse agli interlocutori americani, continuando poi in realtà a seguire semplicemente i propri interessi corporativi.Tuttavia, bisogna dar credito agli Stati Uniti della velocità con cui hanno capito che sarebbe stata pura follia giocare solo dalla parte dei generali egiziani contro i Fratelli Musulmani.

L’obiettivo immediato degli Stati Uniti sarà quello di cercare di esplorare il ruolo di mediatore nei giochi di potere al Cairo, offrendo il loro “aiuto” affinchè Morsi e l’esercito trovino un equilibrio reciproco per evitare che la situazione incerta in Egitto raggiunga il punto critico da destabilizzare il paese e la regione. Cosa implica tutto ciò? Da un lato, implica che gli Stati Uniti si asterranno dal dare un sostegno unilaterale all’esercito, mentre dall’altro significa che faranno pressione affinchè i Fratelli si muovano nella direzione della moderazione e del compromesso. A dire il vero, ci sono zone d’ombra di cui non si verrà mai a conoscenza – per esempio, quanto di fatto conoscessero gli Stati Uniti (o abbiano acconsentito) delle ultime mosse da parte dei militari per usurpare i poteri del presidente democraticamente eletto e del parlamento.

Una strada incerta da percorrere

Essenzialmente parlando, tuttavia, la diplomazia degli Stati Uniti naviga in acque inesplorate. Lungi dall’influenzare il corso degli eventi, sembra che gli Stati Uniti siano in attesa di ulteriori sviluppi e che siano pronti ad adeguarsi alla situazione. Questo non significa che l’elezione di Morsi abbia preso gli Stati Uniti di sorpresa, bensì che Washington era preparata ad una serie di eventualità e la vittoria di Morsi era probabilmente (o sicuramente) una di queste. Almeno, questo è ciò che suggeriscono la rapida dichiarazione alla stampa della Casa Bianca e la telefonata del presidente Barack Obama a Morsi. Il livello di comfort a Washington sarebbe stato notevolmente superiore se uno dei gruppi liberali che originariamente erano alla testa della rivoluzione fosse emerso come un auriga a condurre il governo nel prossimo periodo. Purtroppo oggi questo è ormai solo d’interesse accademico e gli Stati Uniti devono accontentarsi di quello che è disponibile. Dal punto di vista degli Stati Uniti, venire a patti con i Fratelli Musulmani in Egitto è diventato di fondamentale importanza poiché avrebbe implicazioni sulla spinta degli Stati Uniti ‘al “cambio di regime” in Siria, dove anche la Fratellanza è schierata contro il regime di Bashar al-Asad.

I Fratelli egiziani, da parte loro, si sono finora astenuti dallo sfidare apertamente i militari e hanno invece dimostrato la volontà di consentire ai militari di mantenere i loro poteri e preservare la loro unicità nella società e nell’economia dell’Egitto. Quanto a lungo questa situazione durera, è una bella domanda. Il fatto è che Morsi ha ottenuto una vittoria un po’ tirata (grazie al supporto dei salafiti, degli islamisti “hardcore” e dei giovani del paese), e la popolarità dei Fratelli Musulmani è crollata in modo significativo durante i 6 mesi trascorsi dopo l’elezione parlamentare e ciò a causa della crescente disillusione riguardo ai rapporti che la Fratellanza intrattiene sottobanco con l’esercito. Così, oltre alla pressione dei militari, Morsi deve anche interpretare in termini politici il significato del mandato che ha ricevuto dagli elettori egiziani, e cioè che può governare solo la metà della nazione egiziana.

Un altro aspetto che ha un peso fondamentale sulle relazioni Egitto-Stati Uniti è lo stato dell’economia egiziana, che è in cattive acque ed ha un disperato bisogno di aiuti su larga scala e sostegni dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dall’Unione Europea. Le riserve in valuta estera dell’Egitto ammontano a circa 16 miliardi di dollari allo stato attuale, circa il 40% della popolazione si trova in condizioni di estrema povertà, sopravvivendo con un reddito giornaliero che non supera il dollaro; il debito corrente si avvicina ai 190 miliardi di dollari e il deficit di bilancio tocca quota 10% del PIL. Il FMI stima sia necessaria l’iniezione immediata di qualcosa come 12 miliardi di dollari. È interessante notare che la piattaforma elettorale di Morsi sosteneva le politiche neoliberiste e un’economia di libero mercato mettendo l’accento sulla capacità di attrarre investimenti esteri e sulla privatizzazione dell’economia egiziana, che sono misure che esorbitano dalle regole del FMI. Inoltre il potente alle spalle di Morsi, Khairat el-Shater (candidato iniziale dei Fratelli Musulmani alle elezioni presidenziali) è egli stesso un miliardario che rappresenta gli interessi economici del movimento. I liberali egiziani sono giustamente amareggiati dal fatto che i Fratelli Musulmani abbiano usato Piazza Tahrir solo per vantare un’immagine “rivoluzionaria”, mentre non facevano altro che proteggere i loro interessi.

Gli Stati Uniti hanno una carta vincente nel controllo del flusso di denaro del FMI necessario a rilanciare l’economia egiziana. Ed è ovvio che, ad un certo punto, chiederanno a Morsi ed ai Fratelli Musulmani d’allinearsi sulla loro agenda geopolitica in Medio Oriente – anche se non così apertamente. In sintesi, è giusto dire che gli Stati Uniti, sebbene sembrino essere solo degli spettatori degli eventi catastrofici in Egitto, restano comunque i detentori del portafoglio dei militari e dell’economia.

Ma la strada è ulteriormente incerta. A parte la saggezza del realizzare politiche economiche neo-liberiste che sicuramente renderanno la vita più difficile ai poveri e alimenteranno le tensioni sociali, Morsi deve anche fare i conti con la possibilità di uno scontro con gli Stati Uniti a proposito d’Israele. Ogni singolo sondaggio condotto durante l’anno scorso ha ripetutamente dimostrato che il popolo egiziano si oppone al trattato di pace Egitto-Israele emerso dagli accordi di Camp David. Inoltre, come testimonia l’ondata massiccia delle aspettative a Gaza (sfociate in festeggiamenti selvaggi per la vittoria di Morsi), ci si aspetta molto dai Fratelli Musulmani. D’altra parte, l’adesione dell’Egitto al trattato di pace con Israele è una “linea rossa” per Washington, che a Morsi non sarà mai concesso di oltrepassare. Se Morsi non si adegua, gli Stati Uniti non esiteranno a destabilizzare la sua presidenza e il suo governo con metodi sotto copertura, per esempio incoraggiando l’esercito a fomentare situazioni di tensione intollerabile.

Ma poi il punto è anche che, come dice il proverbio, la strada per Gerusalemme passa per il Cairo e anche se Morsi non straccerà il trattato di pace con Israele, non ci si può aspettare di vederlo collaborare con Israele come faceva il suo predecessore Hosni Mubarak, né di vederlo prendere parte ad un altro assedio di Gaza con gli israeliani. Oltre a ciò, come potrebbero i Fratelli Musulmani tollerare legami economici con Israele? Infine Hamas, che è un’organizzazione sorella della Fratellanza musulmana, si aspetta dall’Egitto un sostegno irremovibile alla causa palestinese. Pare peraltro che Morsi stesso abbia un background “anti-israeliano”. La sua iniziazione al culto dei Fratelli tre decenni fa avvenne attraverso l’appartenenza ad un comitato “anti-sionista” nella provincia di Sharkiya nel Delta del Nilo, alla fine del 1980, comitato che respingeva con le unghie e con i denti la “raison d’etre” della normalizzazione dei rapporti con lo Stato ebraico. Così, anche se Morsi non annulla il trattato di pace con Israele, i rapporti fra i due Stati resteranno tesi. I portavoce dei Fratelli Musulmani – citano i media occidentali – affermano che Morsi non incontrerà gli israeliani, ma che non impedirà ad altri funzionari di farlo.

(Traduzione dall’inglese di Giulia Torresin)


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