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I Grandi del Jazz: 18 - Charlie Parker

Da Robertocassandro
I Grandi del Jazz: 18 - Charlie Parker
Charles "Bird" Parker, Jr (1920-1955) sassofonista.
Uno dei padri fondatori e l'assoluto ispiratore del bebop.
Virtuoso del proprio strumento, che suonava con una tecnica che pochi sono riusciti ad egualiare, fu un personaggio dalla vita tormentata, segnata dalla dipendenza dalla droga e dall'alcool.
Parker ha rappresentato un'epoca, con il meglio e il peggio di uno stile di vita che uscendo dal campo musicale ha ispirato i poeti della beat generation e ha creato un modello che verrà purtroppo seguito da centinaia di artisti.
Uno stile di vita che vede l'artista bello e maledetto, alcolizzato, drogato, consumato dal suo stesso genio.
Uno stile di vita che ha visto morire tanti grandi musicisti e questo per almeno trent'anni, fino alla fine degli anni settanta.
I Grandi del Jazz: 18 - Charlie Parker
Parker debutta nel 1937.
Nel 1941 si trasferisce a New York dove entra nella big band di Jay McShann, cambia poi con quella di Earl Hines e alla fine con quella di Billy Eckstine, ma non è un uomo da orchestra,è indisciplinato, non rispetta gli orari e i ruoli.
Inizia così a frequentare i piccoli club della 52° strada dove incontra Dizzy Gillespie che aveva già iniziato a riscrivere le regole del jazz moderno.
A quell'epoca aveva già incominciato a sviluppare un suo personalissimo stile che influenzerà molti musicisti dell'epoca diventando un vero e proprio linguaggio che verrà in seguito chiamato Be Bop.
I Grandi del Jazz: 18 - Charlie Parker
La sua fama esplode nel 1945 proprio nei gruppi in cui suona con Gillespie: le incisioni di Billie's Bounce, KoKo, Now's The Time, Ornithology rappresentano una vera e propria rivoluzione segnando per sempre la storia del jazz.
Parker con il suo sax alto acquisisce una tecnica impareggiabile per fantasia e originalità, il suo nome inizia ad essere conosciuto anche dal grosso pubblico, diventa un mito per gli addetti ai lavori.
È un uomo brillante, colto, dotato di un naturale e mostruoso talento, un solista formidabile, esuberante, capace di improvvisare a velocità fantastica, di inventare splendide melodie, di commuovere con il suo lirismo, rappresenta per la comunità nera del suo tempo il raggiungimento di una pari dignità con i bianchi.
I Grandi del Jazz: 18 - Charlie Parker
E' da tutti riconosciuto come un genio e un genio della musica lo era davvero, ha riscritto e ha cambiato tutte regole del jazz e ha modificato il modo di suonarlo.
Spesso ci si chiede cosa avrebbe potuto raggiungere se il colore della sua pelle non l'avesse relegato nel ghetto fra alcool, droga e disperati, se avesse potuto studiare musica ed approfondire le sue intuizioni.
E' rimasto invece quel sassofonista selvaggio e geniale che dormiva spesso vestito, senza lavarsi, ridotto alla follia giovanissimo dall'abuso di eroina e dall'alcool.
Viveva alla giornata e spendeva tutto quello che guadagnava, sempre ricattato dagli spacciatori di cui si serviva.
I Grandi del Jazz: 18 - Charlie Parker
Inizia ad essere chiamato Bird, registra con Gillespie (nella foto accanto) brani storici e immortali.
Brani come Red Cross, basato sugli accordi di I Got Rhythm, Groovin'High, Dizzy Atmosphere e All the Things You Are, seguiti, a distanza di qualche mese, da Salt Peanuts, Shaw'Nuff, Lover Man (con Sarah Vaughan) e Hit House, altrettanti manifesti del nuovo jazz.
Sempre nel 1945 registra ancora con Gillespie Hallelujah, Congo Blues e Get Happy.
Nello stesso anno Koko, Bille's Bounce e Now's the Time,tre gemme nella discografia di Parker, per molti Koko è il suo capolavoro.
I Grandi del Jazz: 18 - Charlie Parker
L'attività intensa negli studi di incisione (nella foto accanto con Miles Davis) non significava affatto che la musica di Parker e di Gillespie era accettata da parte del pubblico, lo stesso loro ambiente non accettava quello che a tutti sembravano suoni in libertà.
Parker diventa personaggio, con lui entrano le droghe dure nel jazz, tanti musicisti iniziano ad emularlo sperando di arrivare a suonare come lui, ne moriranno tanti prima che l'eroina cessi di essere una moda e se ne capisca completamente l'estrema pericolosità.
Nel 1946 registra in una session che lo vede completamente stravolto, una versione di Lover Man che è entrata negli annali del jazz.
Una versione stridente, piena di amarezza e frustazione, una versione sbagliata che anni dopo vorrà ripetere ed eseguirà perfettamente, senza però quel momento di angoscia e di pathos che pervade tutta la prima esecuzione.
I Grandi del Jazz: 18 - Charlie Parker
Si trasferisce in California ma è sempre fatto e vive fuori dalla realtà, viene ricoverato in manicomio.
Ne esce e registra due pezzi bellissimi, Cool Blues e Bird's Next, basato ancora sulle armonie di I Got Rhythm, e poi Cheers, Carvin' the Bird, Stupendous, costruita sugli accordi di 'So Wonderful, e Relaxin' at Camarillo.
Torna a New York e forma un quintetto con un giovanissimo Miles Davis, registra brani come Bongo Bop, Dexterity, Bird of Paradise (sulle note di All the Things You Are), Scrapple from the Apple, Out of Nowhere, Klactoveesedstene e soprattutto Don't blame me e Embraceble you, due esempi da manuale di sensibile e originale utilizzo di un tema di ballad.
I Grandi del Jazz: 18 - Charlie Parker
Alla fine del 48 il gruppo si scioglie, finisce il be bop e si parla di cool jazz, un bop addolcito e arricchito, visto soprattutto con l'ottica dei bianchi.
Parker inizia a suonare con una orchestra di archi e questo con un buon successo commerciale, l'unico vero della sua breve carriera, registra April in Paris, Summertime, Everything Happens to Me e Just Friends, famosa per il suo splendido assolo.
Nel 1950 viene di nuovo ricoverato, le sue condizioni peggiorano, non è più il geniale musicista che tutti ammiravano, la droga lo ha consumato completamente.
Muore nel 1955
Il medico legale che esaminò la salma non fu in grado di stabilire le cause della morte e stimò a 53 anni l’età di Charlie Parker.
Ne aveva solo 35, la diagnosi ufficiale alla fine fu polmonite.
I Grandi del Jazz: 18 - Charlie Parker
Difficile inquadrare il suo stile.
Il suo apporto al jazz è assolutamente personale ed istintivo, come Armstrong cambia le regole, modifica il suono, imposta un modo diverso di fare musica, ma lo fa naturalmente, senza averlo prima costruito e pensato
La sua musica è in costante equilibrio fra coscienza e delirio, i suoi assoli particolari, specchio della sua tormentata esistenza.
Il suo improvvisare è il vero be bop, dopo di lui il jazz non sarà più lo stesso e qualsiasi musicista che oggi inzia a suonare il sax non può non tenerne conto.

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