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I guerrieri della palude silenziosa

Creato il 11 novembre 2014 da Nehovistecose

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Regia di Walter Hill

con Keith Carradine (soldato Spencer), Powers Boothe (caporale Hardin), Fred Ward (caporale Reece), Franklyn Seales (soldato Simms), T. K. Carter (soldato Cribbs), Lewis Smith (soldato Stuckey), Les Lannom (sergente Casper), Peter Coyote (sergente maggiore Poole), Alan Autry (soldato “Coach” Bowden), Brion James (il cajun con un braccio solo).

PAESE: USA 1981
GENERE: Thriller
DURATA: 102’

A causa di uno scherzo ai danni dei cajun, per nove soldati della guardia nazionale della Louisiana un’esercitazione di routine in una palude si trasforma in una tragica odissea di morte…

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Scritto da Hill con David Giler e Michael Kane è, come il precedente I guerrieri della notte, una rilettura in chiave moderna dell’Anabasi di Senofonte, questa volta (scrisse qualcuno) “in salsa cajun”. Ma tra i parenti stretti ci sono anche Cuore di tenebra di Conrad e, ovviamente, Un tranquillo weekend di paura. Sotto la scorza del film d’azione, infatti, Hill concepisce un discorso estremamente personale che, attraverso l’irrisione della rigida mentalità militare, sonda gli abissi della follia umana. I soldati, che di solito (per citare il sempreverde I guerrieri della notte) “giocano a fare la guerra”, si ritrovano a scontrarsi coi cajun in pieno stile Vietcong, e a soccombere nonostante attrezzatura ed addestramento migliori. Il selvaggio annienta il civilizzato, la natura, silenziosa e letale, assale l’uomo, fracassone ma innocuo. La nozione di profondo sud non è mai stata resa così bene. Visionario e virtuoso, Hill (che si divide i meriti con le straordinarie musiche blues di Ry Cooder e la fotografia di Andrew Laszlo) crea un atmosfera soffocante e opprimente, umidiccia e grigiastra, in cui i palazzoni e le strade de I guerrieri della notte sono sostituiti dagli alberi e dagli acquitrini. Chi – e sono molti – continua a liquidarlo come una sorta di remake “militare” del film precedente, tralascia alcuni particolari importanti, per non dire fondamentali: innanzitutto, qui non c’è un attimo di respiro, mentre in The Warriors il ritmo qua e la si affievolisce (a causa forse delle parentesi grottesche, qui assenti); inoltre, la scelta di non mostrare quasi mai il nemico, riprendendone soltanto la sagoma o le terribili tracce di morte, è una scelta che paga per quanto riguarda la tenuta della tensione (John Carpenter insegna).

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Ma che contribuisce anche a creare un’atmosfera malata e morbosa che mette i brividi: come film d’azione è perfetto, ma lo è anche come thriller, come horror, come film d’avventura, come report antropologico (e psicologico) sugli abomini umani. Le sequenze che restano nella mente sono parecchie. Memorabile quella finale, in cui alle immagini della festa nel villaggio cajun (cui giungono i militari superstiti, senza comprendere se possano ritenersi al sicuro o meno), la regia alterna le fortissime immagini dell’uccisione di due maialini, oscuro presagio di morte. Nemmeno il finale ammette che lo spettatore tiri un sospiro di sollievo. Il titolo originale riporta ironicamente il nome di un liquore prodotto nel sud degli Stati Uniti. Un film imperdibile, troppo presto dimenticato, troppo spesso sottovalutato. Una parabola di rara potenza simbolica.

Voto



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