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Creato il 30 settembre 2010 da Indian

Lezioni condivise 45 – Principi e cortigiani
Durante gli anni della segreteria fiorentina, Machiavelli costruì la sua esperienza anche in campo militare, in particolare si rese conto dell’inutilità delle truppe mercenarie, in quanto non motivate da ideali, ne ebbe la prova con la ribellione di Pisa a Firenze, in occasione della discesa di Carlo VIII. Tuttavia i Medici, ritenutolo invischiato nel loro allontanamento dal potere fiorentino, una volta tornati lo emarginarono e lo esiliarono, a soli 44 anni.
Il suo stato d’animo relativo a questa evenienza è ben espresso nella famosa lettera al Vettori, di cui ho già parlato. In questa occasione metto a confronto “il principe” con il “cortigiano” di Baldassarre Castiglione.
Francesco Vettori, era magnifico oratori florentino apud summum pontificem, ovvero ambasciatore fiorentino presso lo stato pontificio. A lui Machiavelli descrive la sua vita in povertà nell’esilio di Sant’Andrea in Percussina, esprime apprezzamento per la vita del suo interlocutore e biasima la sua, introducendo il concetto di fortuna (in Machiavelli essa rappresenta il fato, dunque non ha sempre accezione positiva), la quale non va contrastata mentre agisce, ma quando lascia spazio all’intelligenza umana.
La lettera mostra il volto umano del nostro, affatto lontano dal cinismo del Principe. La giornata nella sua tenuta iniziava nel bosco, tra taglio di legna, caccia e letture, continuava nell’hostaria, dove aveva a che fare con i viandanti e con l’umile gente del posto, con cui litigava per vili questioni, consumava i pasti e giocava a carte, imbrogliando come un qualsiasi popolano. Il resoconto si sviluppa in modo piuttosto ironico e con una sorta di pessimismo antropologico, l’uomo è visto come ontologicamente malvagio.
Parlando della sera e del suo ritorno a casa, la lettera si fa lirica e colta: l’ingresso nel suo scrittoio, la dismissione delle vesti di ogni giorno, piene di fango e di erba, per vestire quelle idonee a stare in contatto con le antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui.
E subito parla al Vettori di questo suo opuscolo, De principatibus, dove discetta di cosa sono, di quante specie, come si acquistano e si mantengono, perché si perdono. E passa il tempo ad aggiungere e correggere.
Esprime il suo desiderio di tornare al suo ufficio, ma dubita di quale potrebbe essere l’accoglienza dello stato, che benchè habbia grandissimi fondamenti e gran securità, tamen egli è nuovo, e per questo sospettoso, chiede dunque rassicurazioni al Vettori che lo incita a tornare alla sua occupazione di ambasciatore, da lui vuole conoscere se è opportuno che mandi il libro a Giuliano De Medici, ancora vivo al momento della stesura della lettera, Die 10 Decembris 1513 e si dice disposto a servire i Medici con la sua esperienza, fosse anche inizialmente per voltolare un sasso.
Il Cortegiano, trattato di Baldassare Castiglione è scritto negli stessi anni in cui scrive Machiavelli, e appare di tutt’altro genere. Egli trasse ispirazione dalla sua esperienza presso la duchessa Elisabetta Gonzaga alla corte di Urbino. Si tratta di un dialogo in quattro libri, di cui il terzo tratta le regole per diventare una signora perfetta, mentre i rimanenti si occupano di come si diventa un vero cortigiano, usi e costumi ideali.
Il libro fu un successo, fu uno dei libri più venduti nel sedicesimo secolo, piacque anche a Francesco I di Francia che lo fece tradurre in francese.
Il libro resta un importante documento storico sulla vita della corte rinascimentale, sulla concretezza che ha sostituito la metafisica, sul pensiero filosofico; al trattato si sostituisce il manuale pratico.
Machiavelli e Castiglione in sostanza agiscono nello stesso contesto storico, con lo stesso empirismo, ma hanno mete differenti, da una parte lo stato, la messa in discussione del principe; dall’altra, l’effimera vita di corte, il piacere del principe.
Entrambi fanno valere il proprio discorso in senso universale: quello di Machiavelli non valeva solo per il principe, ma per ogni cittadino, quello di Castiglione non è rivolto solo al cortigiano, ma è un invito a diventare tutti cortigiani, ad esser piacevoli con gli altri.
Castiglione impersona nel Bembo, il filosofo metafisico del suo tempo, in Cesare Gonzaga, l’agire concreto e in Emilia il pensiero dell’autore.
Il dialogo si sviluppa con la formulazione di ipotesi, la loro discussione e la mediazione che le concilii, l’importanza del tatto, una sorta di ricerca della strada giusta, a tentoni, come si fa al buio.
E’ la stessa etimologia di saggio, saggiare qualcosa che non si conosce per prudenza, secondo l’interpretazione di Essays di Montaigne. L’assoluto cede il posto, a ipotesi e punti di vista.
Nel Cortigiano è importante la sprezzatura (opposto di affettazione), il dire che nasconda l’arte, cioè la naturalezza, il dissimulare la simulazione, acquisire l’arte di celare l’arte, lo sforzo deve apparire naturale. E’ l’arte dell’attore, che vide da una parte Diderot, sostenere l’assoluta freddezza dell’attore, dall’altra Stanislawskij, che sostenne il calarsi nel personaggio, scomparendo in esso.
“Stare a corte” significa “corteggiare”, “fare la corte”, ovvero seguire il principe intrattenendolo ovunque egli si rechi, facendo cerchia intorno al potere, insomma quello che oggi fanno gli accoliti del premier, seppur senza arte e con molta affettazione.
Il cortigiano dunque avalla un accentramento del potere, prelude all’assolutismo diffondendo l’arte della cortesia nella società, la prepara ad essere conciliante, producendo quel fenomeno che è l’urbanità, cui è opposta la villania, giacché il villano sta lontano dalla città e dalle buone maniere (La Bruyère).
Due approcci diversi, se vogliamo, al proprio tempo e all’uso delle capacità intellettuali, ma entrambi con una visione principocentrica, a mio avviso deteriore anche nel cinquecento.
Una riflessione si impone su chi e perché nel corso dei secoli ha scelto quali fossero i grandi della letteratura, con l’assoluta certezza che anche nel cinquecento ci fosse chi scriveva qualcosa di più interessante, soprattutto meno affettato e ipocrita. Tuttavia anche ai nostri giorni c’è chi vuole arrampicarsi sugli specchi per difendere capra e cavoli, per cui l’uomo forte e il suo servile epigono, trovano ancora sostenitori negli ambienti più insospettabili. Per questo, per il suo esercizio controculturale, la sua arte, la sua capacità di recuperare la letteratura sommersa, inseguo l’utopia che Dario Fo diventi Ministro della pubblica istruzione. Mi piacerebbe vedere altri manuali di letteratura e libri di Storia che raccontino i popoli, non soli i capricci dei “principi”.
(Letteratura italiana – 26.4.1996) MP

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