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I migliori film di stasera (sab. 22 mar. 2014) sulla tv in chiaro

Creato il 22 marzo 2014 da Luigilocatelli

13 film. Truffaut, Coppola, Milos Forman, King Vidor, Roger Avary, un doppio Tinto Brass, Ugo Liberatore. Due thriller anni Settanta. Un buon film del ‘peggior regista del mondo’ Uwe Boll.

Gli anni in tasca di François Truffaut, la7d, ore 23,25.

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Uno dei film meno visionati e conosciuti di Truffaut, dunque da acchiappare al volo in questa serata tv. Film del 1976, piccolo ma non minore, dedicato al mondo dei ragazzini in ideale continuità con il meraviglioso primo film del regista I quattrocento colpi. Siamo a Thiers, profonda provincia di Francia. Lo sguardo di Truffaut entra in una scuola (siamo alla fase terminale di un anno scolastico), scruta chi sta tra i banchi, mettendo a fuoco soprattutto la figura di Patrick. Lui e gli altri compagni, e gli insegnanti, e il mondo frastagliato degli adulti fuori. C’è la scoperta del cinema, cinema come sogno, rifugio, fuga e incantamento. Sotto la normalità si celano piccoli abissi, sofferenze, genitori lontani, assenti, quando non addirittura violenti. Complicità, affetti, qualche dramma sfiorato. Verso i suoi personaggi Truffaut ha un rispetto, un’empatia, una vicinanza che ricorda quella del migliore De Sica, qualcosa che rende questo film così lieve, bello e vibrante, pur nell’assenza di qualsiasi smanceria. Dopo la scuola, arriverà la vacanza in una colonia estiva, e per Patrick sarà il momento del primo amore.

Il padrino parte III, Rete 4, ore 21,30.
Considerato il lato debole della trilogia coppoliana. Parte terza e conclusiva che arriva assai tardivamente, nel 1990, a quasi due decenni dai leggendari episodi 1 e 2, con un Coppola forse riluttante, forse non così voglioso di tornare ai Corleone e di dover fare i conti con i propri demoni passati, essendo Il Padrino quella cosa che l’ha consacrato, immortalato, ma da cui ha rischiato anche di essere assorbito e divorato. Michael Corleone (Al Pacino, nel frattempo invecchiato sul trono del clan, molto diverso rispetto all’arrembante stagione del Padrino 2), è ormai in cerca di rispettabilità per sé, la sua famiglia, perfino la sua impresa criminale. Todo cambia, tutti invecchiano. Si impegna in beneficienza e sostegno dell’amata Sicilia, ma non tutto va come vorrebbe. Il figlio non ha nessuna voglia di entrare negli affari di famiglia e preferisce darsi al canto (lirico). Michael si ficca in un impiccio troppo grande anche per lui, una banca connessa al Vaticano, che lo porterà a scontrarsi con poteri occulti. Intanto, a New York si riapre la guerra tra clan. Memorabile la sequenza al Teatro Massimo, con un che del Gattopardo di Visconti (Michael Corleone come il principe di Salina?). Un film crepuscolare, con un senso di decadenza e fine imminente che non piacque molto al pubblico, e neanche ai critici se è per questo. Fu un quasi flop, forse non era più tempo di Padrino, o forse Coppola pagava il suo coraggio nel voler scrivere un vero nuovo capitolo della saga, nel non rifare il dèjà-vu. Oggi assai rivalutato e, visto accanto ai primi due, il loro perfetto esito e complemento. Con Diane Keaton/Kay tornata accanto a Michael/Al Pacino. Nella parte della figlia doveva esserci Winona Ryder, sostituita all’ultima momento da Sofia Coppola, allora solo rampolla illustre e non ancora regista in proprio. Andy Garcia è il picciotto con le palle in irresistibile ascesa. Al soggetto e alla sceneggiatura ancora Mario Puzo.

Hair, la 7d, ore 21,20.
Il film che passa per essere il manifesto di celluloide dell’era hippie, del frikkettonismo un po’ strafatto e un po’ protestatario anni Sessanta. Con scene mirabolanti di danza (coreografate mi pare da Twila Tharp) e hit che non si cancelleranno mai, come Aquarius e Let the sunshine in, tra i tormentoni musicali della nostra vita. Film adorato dai nostalgici di quell’era e dai ragazzi che quell’era non hanno mai vissuto e ne hanno un’immagine mitologizzata, fors’anche idealizzata. Solo che le date non tornano. Intendo dire: Milos Forman gira Hair, tratto da un musical epocale ed omonimo di Broadway, nel 1978-1979, vale a dire in anni di molto successivi a quelli rappresentati e/o evocati nel film, assolutamente fuori tempo massimo. Difatti la commmedia musicale va in scena nel 1967, e quella è sì specchio perfetto dei tempi suoi, intercetta vibrazioni e sensazioni e utopie che vorticano nell’aria. Ma quello di Forman, dodici anni dopo (dodici!), è già un film in costume, è già ricostruzione nostalgica ex post di qualcosa che non c’è più, mentre intorno il mondo è cambiato e al posto di quella protesta ingenua ce n’è un’altra assai più politicizzata, dura, anche con frange armate, soprattutto in Europa. Ricordo che quando vidi Hair rimasi basito dalla sua assoluta inattualità, dal volerci spacciare per contemporaneo ciò che era vetusto e ormai consegnato alla storia, quasi archeologico, l’epopea hippie per l’appunto. Tanto che Hair non ebbe il travolgente successo che tutti si aspettavano. Ma oggi, moltissimi anni dopo, questa discronia non la si avverte più, nella percezione appiattita che abbiamo del passato possiamo senza problemi scambiare Hair come autentico prodotto dell’era hippie e godercelo – o far finta di godercelo – in quanto tale. Un ragazzo dell’Oklahoma che si è appena arruolato per il Vietnam sbarca a New York e in Central Park (dove altrimenti?) impatta un gruppo di hippie che incarnano un mondo opposto a quello che ha sempre conosciuto. Libertà vs disciplina, disordine e anarchia vs ordine, sfrenatezza dei sensi vs castità e repressione. Si spalancano porte su altri stili di vita e altri valori, tra molto sesso, viaggi allucinati all’Lsd e quant’altro. Milos Forman, pur lontano per formazione culturale e appartenenza generazionale, riesce miracolosamente a restituire con credibilità un simile connotatissimo manifesto giovanilista, grazie a quella sua vena di naturale anarchia e ribellismo spontaneo che l’ha sempre contraddistinto fin da Gli amori di una bionda. Da guardare oggi come il documento di un mondo galatticamente remoto.

L’angelo nero, Rete Capri, ore 21,00.
Un noir del 1946, dunque del periodo aureo del genere a Hollywood. Tratto da un romanzo di uno scrittore duro e teso come Cornell Woolrich. Diretto da un regista, Roy William Neill, noto soprattutto per gli Sherlock Holmes girati con Basil Rathbone e che dopo L’angelo nero se ne andrà poco più che cinquantenne. Plot abbastanza arruffato, che poi, come spesso capita nelle crime story, col procedere dell’azione si distende e si organizza narrativamente. Una donna si ritrova il marito in carcere ingiustamente accusato dell’omicidio di una fascinosa cantante da club. Si rivolgerà al marito di lei, un pianista talentuoso e assai tentato dall’alcol, convincendolo a indagare con lei su quella morte misteriosa. Emergerà ovviamente un mondo loschissimo, incarnato dall’ambiguo proprietario di night club Marko, che altri non se non l’immenso Peter Lorre del langhiano Mostro di Düsseldorf. Note swingate, eleganti volute di fumo di sigaretta, pistole che lampeggiano nel buio. Il noir come l’ha codificato e ce l’ha consegnato Hollywood. Con Dan Dureya, June Vincent e Broderick Crawford (il futuro boss politico di Tutti gli uomini del re e protagonista del felliniano Il bidone) quale poliziotto tosto.

La chiave, Cielo, ore 21,20.
Incredibile che lo passino in tv, e in prime time. Incredibile se si pensa all’aura maledetta e scandalosissima che si porta dietro dai tempi della sua apparizione su grande schermo (correva l’anno 1983, e fan trent’anni e passa). Film epocale, per più versi. Per il suo autore Tinto Brass, che schiantò il box office e si affermò come signore dell’erotismo nel famoso immaginario collettivo, e mica solo italiano. Per come inserì la rappresentazione del sesso, e il sesso esplicito o quasi, nel cinema medio-mainstream. Per il lancio di Stefania Sandrelli, una che veniva da Germi-Bertolucci-Scola-Pietrangeli, quale opulento simbolo del sesso nazionale e oggetto di ogni possibile sogno e voglia di possesso. Ispirato a un romanzo di Tanizaki, una storia morbosa assai ambientata nella Venezia, territorio brassiano per eccellenza, ai tempi del fascismo e dell’entrata in guerra dell’Italia. Protagonista la strana coppia formata dall’inglese direttore della Biennale (però!) e dall’albergatrice veneziana sua moglie. Lei legge il diario in cui lui racconta le proprie fantasie sessuali (dopo che lui ha lasciato in giro volutamente la chiave di dove l’aveva rinchiuso perché la moglie vi accedesse), lei comincia a scriverne uno suo. Il risultato è che si dan da fare entrambi, e insieme, per scatenare al massimo il proprio desiderio e le proprie voglie. Tormenti e piaceri, e si sfiora voluttuosamente il kitsch con scene ormai leggendarie come lei che fa pipì sul selciato. Trapela un senso di verità, comunque, perché Brass al sesso come via verso l’estasi crede davvero. Sandrelli assoluta dominatrice. Con lei Frank Finlay e Franco Branciaroli. Cameo di Ugo Tognazzi.

Le regole dell’attrazione, Mtv, ore 23,30.
Tratto da un romanzo di Bret Easton Ellis, tosto come un romanzo di Bret Easton Ellis. Un campus dove si fa molto sesso anonimo e violento, si consuma molta droga, ci si profonda in piccoli abissi. Nichilismo anni zero. Roger Avary, il regista, si porta dietro la fama di tarantiniano, anche perché ha collaborato alla sceneggiatura di Le iene e Pulp Fiction. Il suo è sì un cinema di scenografica violenza come quello di Quentin, però lui ha una bella identità di autore in proprio. Lo dimostra in questo crudele college movie, ma anche nel sanguinoso film-di-rapina Killing Zoe del 1994.

Senso ’45, Cielo, ore 0,20.
Tinto Brass rifà a modo suo, accentuando e espandendo fino al punto di esplosione il tasso di erotismo visibile, Senso di Visconti e il racconto di Camillo Boito che ne è all’origine. Caduta e abiezione di una signora rispettabile che, per amore e soprattutto per desiderio di un uomo più giovane di lei, non esita a mettere in gioco tutto quello che ha, affetti, posiziono sociale, onore. Tinto Brass sposta l’azione dalla Venezia ancora occupata dagli Austriaci ma prossima a passare all’Italia di Visconti-Boito, al Veneto (e alla Venezia) foschissimo della Repubblica di Salò allo stadio terminale. La moglie di un uomo molto in alto nella gerararchia fascista perde la testa per un ufficiale delle SS. Sarà una discesa all’inferno, fino alla vergogna. Il clima plumbeo e fantasmatico di Salò ben si addice a questa storia di perdita di sé, di fine di un mondo. Con Anna Galiena che se la deve cedere con il modello, insuperabile, di Alida Valli. Come ufficiale sexy delle SS e angiolone perverso un Gabriel Garko non ancora eroe delle soap televisive. Buon film, davvero.

Passaggio a Nord-Ovest, Rai Movie, ore 23,20.
Titolo proverbiale, leggendario davvero. Eppure il film non è poi così conosciuto, almeno da chi sta sotto i 50 anni, appartenendo all’età classica e ormai remota di Holywood ed essendo approdato poco nei palinsesti televisivi. Regia di King Vidor, uno che ha fatto un pezzo di storia del cinema, e non si esagera. Protagonista il roccioso Spencer Tracy, e il nome basti. Il passaggio a nord ovest è quello che il ranger Robert Rogers cerca per meglio condurre la guerra contro i francesi e i pellerossa loro alleati (siamo ai tempi della settecentesca guerra anglo-francese nelle colonie nord americane, difatti). Ma assurge subito a simbolo e, ebbene sì, a metafora (che si estenderà presto oltre lo stesso film, invadendo il linguaggio corrente) di un qualcosa a lungo vagheggiato e mai davvero raggiunto. Western di quando l’America non dubitava doi se stessi e dei propri valori fobdativi, e della propria storia, e credeva ancora al grande sogno della frontiera, anzi al sogno americano tout court. Fiammeggiante, vibrante, tumultuoso, come tutti i film di King Vidor.

Nero Veneziano, Iris, ore 1,10.
Un nero-horror-demoniaco del ’77 firmato Ugo Liberatore, che dieci anni prima con Bora Bora aveva messo a segno un clamoroso successo di pubblico, dando il via al fortunato genere dell’erotico con tormenti esistenziali (e talvolta con venature d’impegno politico). Stavolta siamo a Venezia, città perfetta per storie di visioni e ghosts come questa. In un’atmosfera torbido-lagunare con un che di A Venezia un dicembre rosso shocking, due fratelli  – lei giovane donna, lui ragazzino cieco (è il reuccio del lacrima-movie Renato Cestiè) – si ritrovan soli ad affrontare delle gran brutte cose. È che lui, non vedente, vede e sente il demonio. Debitore di Rosemary’s Baby, L’esorcista e Il presagio. Con Rena Niehaus.

Coco Chanel & Igor Strawinski, La Effe, ore 22,05.
Incredibilmente Jan Kounen, già regista dell’ultra pulp Dobermann con la coppia Bellucci-Cassel, si converte nel 2009 al period drama raccontandoci la storia vera e di vero amore tra due colossi del Novecento, Coco Chanel e un Igor Stravinsky a Parigi in fuga dal bolscevismo. Lui è il grandissimo (lo adoro) Mads Mikkelsen, lei è Anna Mouglalis, una delle più belle donne del cinema di oggi. Vederla nel film di Garrel dato a Venezia 2013, La Jalousie, per credere.

Neda vive!, La effe, ore 1,05.
Documentario realizzato dal filmmaker Antony Thomas per l’HBO intorno a Neda Agha-Soltan, la studentessa iraniana uccisa dalla polizia nel giugno 2009 durante una manifestazione anti-regime a Teheran. Morte filmata e fotografata dai manifestanti e postata in rete, trasformando Neda in simbolo e martire di quella rivoluzione mancata. Occasione, anche, per ripensare a quella stagione di proteste di piazza – a innescarle fu l’esito di elezioni ampiamente pilotate – che sembravano poter cambiare faccia all’Iran, e invece no. Successe tutto prima delle primavere arabe, di cui furono in qualche modo il modello, e sembrano secoli fa.

Rampage, Rai 4, ore 0,35.

Rampage 3
Qualcuno un giorno ha definito Uwe Bol il peggior regista del mondo, e al poveretto il marchio d’infamia è rimasto addosso. Non è riuscito a libverarsene nemmeno con questo film del 2009, parecchio interessante. Un ragazzo si costruisce un’amatura da guerriero e via per le strade di una small town a sparare, a uccidere chi gli capita sotto tiro. Qualcosa tra Elephant di Gus Van Sant e i molti casi di cronaca nera e cupa, però con l’ipertrofia della violenza e il segno sporco del cinemaccio di Boll. In gran parte girato in soggettiva, quasi a forzare la nostra identificazione con l’assassino.

Nel buio del terrore, top crime, ore 1,03.
Ah, come nel parlaron male (anno 1971) i critici seri, veri e severi. Figurarsi, una produzione spagnola con qualche capitale italiano che si immergeva, sprofondando senza tema e senza vergogna, nelle zone basse del filmaccio de-genere. Qui siamo nel giallo erotico, seguendo la via maestra indicata da Dario Argento e soprattutto da Umberto Lenzi con i suoi lounge-thriller. Con un plot abbastanza confuso. Al centro una donna ricca e lussuriosa che si innamora di una ragazza venuta dal popolo. Si insinua intanto anche un pittore, ed è triangolo. Ci saranno morti ammazzati, fino al disvelamento della verità. B-movie, certo, ma da assaporare per come restituisce l’air du temps e per quel trucidume così fascinosamente Seventies, e anche per il cast, fantastico: Marisa Mell, Sylva Koscina, Stephen Boyd, Fernando Rey.


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