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i nuovi format televisivi: non tutto da buttare

Creato il 01 febbraio 2011 da Duffy
(post scritto il 2 dicembre, e poi dimenticato in cantina)
Sono incappata in “Mi ha lasciato…cambio vita!”, un programma dove, a quanto vedo, persone che sono state a lasciate, vengono aiutate a sfogarsi, auto analizzarsi, e superare la frustrazione provata in una relazione negativa, di cui loro non hanno potuto determinare la fine.
Detto così sembra una cagata lacrimevole per disperati. Può essere.
Ma mi chiedo se, invece, che incappare io in questo programma, ci finisse una persona remissiva, frustrata, che sta sul divano, a ciucciarsi ciocche di capelli, sarebbe così inutile?
La pretesa di risolvere i problemi altrui è un’illusione, soprattutto se il tutto viene racchiuso in strettissimi tempi televisivi.
Partiamo, comunque, dal presupposto che non si può aiutare qualcuno che non vuole essere aiutato, né salvare che vuol morire.
Lo sa bene chi ha provato ad aiutare per anni un parente depresso, ha guardato un amico ordinare ogni sabato quelle due consumazioni di troppo, o evitatato la telefonata del genitore insicuro, o inutilmente attaccato al passato.
Puoi consigliarli- male, soprattutto se non te lo hanno chiesto-, spronarli – peggio-, assecondarli, alla fine accettarli e guardare con occhio disperato il loro insesorabile declino.
Se, invece, una persona cerca di suo risposte a cose che nella vita non le portano, le basteranno poche parole, indizi per dare una senso alle carte che ha in mano.
Ad esempio, più di quattro anni fa, oltre a trovarmi a svolgere un lavoro che odiavo, avevo la consapevolezza di farlo male, ma non capivo cosa sbagliavo.
Speravo, dalle scuole superiori, che qualcuno mi prendesse in disparte e mi dicesse cosa non andasse. Avrei potuto,finalmente, spiegare a qualcuno come mi sentivo, e capire come mi vedeva il mondo fuori di me, e da lì partire.
Alla fine ci volle la mia capa, che mi disse tutto ciò che non funzionava nel mio atteggiamento al lavoro, e che costringeva gli altri a compensare con più fatica del dovuto.
Io le dissi cosa provavo, come mi sentivo. Contestai solo un punto, inventato di sana pianta da chi le aveva riferito ogni mia mossa, mettendoci troppo del suo.
Fu dura. Ma mi permise di cambiare radicalmente, e di diventare una persona di cui fidarsi, che sapeva cosa fare,e che riusciva a portarlo a termine – a sue parole-.
Tutto cambiò, tranne la difficoltà a sopportare la gente. Come più volte mi chiese il mio compagno: “Perché ti sei cercata un lavoro che ti mette sempre di fronte ad uno dei tuoi demoni?” Perché voglio ucciderlo, probabilmente.
Cmq…
Ecco qui: quando uno vuole cambiare, basta un appiglio esterno, l’indizio per iniziare a risolvere un rebus che, visto da questi soli due occhi, sembra inistricabile.
Tornando ai programmi tv, un certo trend – quasi del tutto estero- di fare formazione e analisi, mi sembra ottimo.
E’ sicuramente pretenzioso pensare di cambiare la vita di una persona, o di una famiglia in poche ore, o in una settimana, ma è esemlpificativo.
Secondo me si sta puntando, in questi format, verso una giusta educazione, molto più utile del nozionismo da dopoguerra, o dello sterile elenco delle realtà possibili o auspicabili: la conoscenza e presa di coscienza dell’individuo.
La tv è tv.
Tutto sta nell’occhio di chi guarda: io guardo con attenzione, prendendo appunti mentalmente, programmi come SOSTata, che mi permettono, a costo quasi zero, di capire quanto una “non educazione” influisca su un essere in crescita, quanto sia inutile dare delle colpe a sé stessi da bambini, e quanto si impari su sé stessi d’adulti, sempre a rischio di sbagliare a nostra volta.
C’è buona tv, non ottima, non ancora pensata con il nostro singolo sguardo, ma per quello c’è internet.
Per il resto, se una persona ha bisogno di cogliere, spunti ci sono.
Per finire,evitate lezioni sul mangiare bene, o dimagrire con gusto.
Questi sono format con un forte stampo culturale, che mal si addicono alla nostra quotidianità.
E’ vero che dalla cultura anglofona abbiamo preso tutto, comprese molte cattive abitudini alimentari.
Ma, in linea di massima, abbiamo chiaro in testa cosa ostruisce le arterie, e non ci stupiamo di certo se ci dicono che non si può friggere tutto e rimanere in forma.
Questo vale anche per i molti programmi sullo stile, look e simili: non è per il solo fatto che una persona è gay, che ha buon gusto.
Vedo programmi in cui gente, vestita in modo improbabile, costringe donne insicure a mise eccentriche e dissonanti, che le fanno sentire a disagio.
Anche questo non fa parte della nostra cultura.
La spiegazione me la diede la mia amica Amy, quando viveva qua in Italia.
Mi parlò di come il maschio americano si senta sempre spinto a dimostrare la sua virilità, convivendo con un forte stereotipo di macho.
“Nessuno siede così, se non è gay.”, disse indicando il mio compagno, che teneva le gambe accavallate.
E mi spiegò anche che gli uomini, per mantenere questa apparenza e non sentirsi attaccabili, non si dedicano molto al loro aspetto esteriore, preferendo un abbigliamento sobrio e funzionale.
Gli uomini italiani, invece, possono imprecare mentre puliscono le loro belle scarpe, coordinate al completo, da una cacca di cane, e, più in generale, condividono con l’altra metà del Paese un certo occhio nello scegliere capi e accostamenti.
Non facciamo nostri handicap altrui, e diciamo a chi sente intoccabili le proprie opinioni: “La tua è una scelta di vita, non una missione. E hai un gusto di merda.”

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