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Creato il 22 settembre 2011 da Taxi Drivers @TaxiDriversRoma

I professionisti

Richard Brooks, nasce a Philadelphia nel 1912 da genitori ebrei immigrati dalla Russia. Negli anni ’30 si impone come giornalista sportivo e più in là come scrittore di noir, arrivando a pubblicare capisaldi del genere come Odio Implacabile, che poi diventerà una pellicola con Robert Mitchum. Come molti cineasti della sua generazione vivrà sulla pelle l’esperienza della seconda guerra mondiale combattendo in Europa per due anni. Si impone nel cinema nei primissimi anni cinquanta come sceneggiatore per pellicole low budget e “b” movies come Cobra Woman e White Savage, ma il suo talento non tarderà ad emergere scrivendo e collaborando agli script di film come I Gangsters di Robert Siodmak o Forza Bruta di Jules Dassin. Saranno proprio la struttura narrativa, la caratterizzazione dei personaggi e i dialoghi secchi a elevare i film di Brooks ben al di sopra della media. In un’intervista arrivò a dire: “Prima viene la parola poi tutto il resto.”

Debutta alla regia nel ’50, e cinque anni più tardi firma il primo dei suoi capolavori Il Seme della Violenza. Altri film notevoli sono La Gatta sul Tetto che Scotta, I Fratelli Karamazov, Il Figlio di Giuda e A Sangue Freddo. I western diretti da Brooks non sono molti, tre per l’esattezza, ma uno soprattutto brilla come una stella di sceriffo sotto il sole cocente. Datato 1966, anno d’uscita nelle sale anche di Duello a El Diablo di Ralph Nelson, e con un titolo che è un sunto perfetto degli “eroi” sporchi degli anni ’60. Che siano assassini, uomini di legge, criminali, cowboy, traditori, spietate ombre in cerca di vendetta sono sempre I Professionisti.

Bazin scriveva riguardo al western: “Nel concetto corrente, il western è epico per la condizione umana dei suoi eroi, per la leggendaria gamma delle loro gesta. Billy the Kid è invulnerabile come Achille e il suo revolver è infallibile. Il cowboy è un cavaliere.” Questo era vero per il cinema del decennio precedente, quando il libro “Le Western” andava in stampa nel 1957, ma a distanza di quasi dieci anni il coraggio eroico è sparito dietro una maschera di cinismo degna del periodo tumultuoso che stava attraversando gli Stati Uniti. Comunque, rispetto al nichilismo sanguinolento, per esempio de Il Mucchio Selvaggio, il film di Brooks ha ancora quell’eroismo mitologico a cui fa riferimento Bazin. Forse la differenza sostanziale è che se prima quell’atteggiamento pavido e eroicamente generoso era insito nel DNA dei luoghi e protagonisti del genere, a distanza di tempo i nuovi personaggi riescono a compiere gesta di eroismo nonostante quello che sono e il mondo in cui vivono.

Quattro uomini vengono ingaggiati da un ricco americano per scendere in Messico e recuperare la sua giovane e bella moglie, rapita da un ribelle rivoluzionario. I mercenari si ritroveranno davanti ad un capovolgimento della realtà e a dover affrontare il dolore della perdita di ciò in cui hanno creduto. Vale la pena soffermarsi un attimo su un cast che riunisce alcuni dei volti più iconici del periodo. Accanto a due mostri sacri del cinema mondiale come Burt lancaster e Lee Marvin troviamo il bronzeo Woody Stroode, il grandissimo caratterista Robert Ryan, nel ruolo di un sensibile cowboy che ha più fiducia nei cavalli che alleva che nel genere umano. Chiudono il cerchio Jack Palance, Ralph Bellamy e, infine, una giovanissima Claudia Cardinale nella sua prima trasferta americana, poco prima della consacrazione definitiva nel genere con C’era una Volta il West di Sergio Leone. Un film sulla amicizia virile, ma senza facili compiacimenti o cadute nel cameratismo spiccio che spesso si possono trovare in questa tematica. Brooks, con regia sapiente infonde alla pellicola un genuino senso dell’epico, prediligendo campi larghi, ma forse sono i dialoghi e i brevi monologhi a lasciare il segno, più di qualsiasi altra cosa. Come la frase detta, tra i denti, da Lancaster, mentre fissa il terreno polveroso: “Nothing’s harmless in this desert unless it’s dead”.

Eugenio Ercolani

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