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Il 95° anniversario dell'Ottobre: Chagall e la Rivoluzione

Creato il 07 novembre 2012 da Candida
Il 95° anniversario dell'Ottobre: Chagall e la RivoluzioneOggi è il 7 novembre ed è l'anniversario della Rivoluzione d'Ottobre (la sfasatura tra ottobre e novembre è dovuta al calendario giuliano che misura il tempo della Russia prerivoluzionaria. La Rivoluzione è avvenuta il 25 ottobre 1917). Insomma, ottobre, novembre: le cose non sono mai quello che sembrano.Marc Chagall lo sapeva bene e così ecco qua cosa scrive di quei giorni memorabili nella sua La mia vita (trad.M. Mauri, con lievi modifiche, edizioni SE).
I soldati fuggivano dal fronte. La guerra, le munizioni, le pulci, tutto viene abbondonato nelle trincee.
I soldati, in preda al panico, rompevano i finestrini dei vagoni, prendevano d'assalto i treni distrutti, e, pigiati, come aringhe, filavano verso le città, verso le capitali.
La libertà ruggiva nelle loro bocche. Le bestiemme fischiavano.
Neanch'io resto al mio posto. Lascio l'ufficio, il calamaio e tutte le scartoffie registrate. Addio!
Anch'io, come gli altri abbandono il fronte.
La libertà e la fine della guerra.
Libertà. Libertà di tutto.
E scoppia, alfine, la rivoluzione di febbraio.
Il mio primo sentimento è che non avrò più guai con "passaportista".
/.../
Qualcosa stava per nascere.
Vivevo come in uno svenimento.
Non ho nemmeno udito Kerenskij. Era all'apogeo della gloria. La mano sul petto, come Napoleone, lo sguardo anche. Dorme nel letto imperiale.
Al ministero K.D. subentra quello dei semidemocratici. Dopo di loro, i democratici. Ci si univa. Scacco.
In seguito il generale Kornilov volle salvare la Russia. I disertori attaccavano tutti i nodi ferroviari.
"Torniamo ai nostri focolari!"
Si era nel mese di giugno. Gli esery [socialrivoluzionari] erano in voga. Cernov teneva, al circolo, discorsi.
"Assemblea costituente, assemblea costituente!"
Sulla piazza Znamenskij, davanti al grande monumento di Alessandro III, si cominciava a sussurrare:
"Lenin è arrivato"
"Chi è costui?"
"Lenin da Ginevra?"
"Proprio lui."
"E' qui."
"Possibile?"
"Abbasso! Cacciatelo via! Viva il governo provvisorio! Tutto il potere all'assemblea costituente!"
/.../
La Russia si copriva di ghiacci
Lenin l'ha rovesciata di sotto in su, come io rovescio i miei quadri. La signora Kčessinskij è partita. Lenin tiene un comizio.
Sono tutti presenti. Già rosseggiano le lettere R.S.F.S.R. Nelle fabbriche il lavoro si fermava.
Gli orizzonti si svelavano.
Spazio e vuoto.
Niente pane. I caratteri neri sui manifesti mattutini mi straziavano il cuore.
Colpo di Stato. Lenin, presidente del Sovnarkom. Lunačarskij, presidente del Narkompros.
C'è anche Trockij. E Zinov'ev pure. Urickij controlla gli ingressi dell'assemblea costituente.
Sono tutti là e io... a Vitebsk.
Io posso fare a meno di mangiare per diversi giorni e restarmene seduto presso un mulino a osservare il ponte, i mendicanti, i disgraziati gravati di fardelli.
Posso attardarmi davanti ai bagni e vedere i soldati e le loro donne uscire con i rami di betulla in mano.
Posso andare a zonzo in riva al fiume, vicino al camposanto.
Posso dimenticarti, Vladimir Il'ič Lenin, e così pure Trockij...
E invece, anziché starmene in pace a dipingere i miei quadri, ho fondato una Scuola di Belle Arti e ne sono divenuto direttore, presidente e tutto ciò che volete.
"Che fortuna!"
"Che pazzia!" pensava mia moglie.
Il narkom Lunačarskij, sorridendo, mi riceve al Cremlino nel suo ufficio.
L'ho conosciuto una volta a Parigi, un po' prima della guerra. Faceva il giornalista. E' venuto nel mio studio alla "Ruche".
Occhiali, barbetta, maschera di fauno.
E' venuto a vedere i miei quadri per farne un articolo su un giornale.
Ho sentito dire che è marxista. Ma la mia conoscenza del marxismo si limitava a sapere che Marx era ebreo e che portava una lunga barba bianca. Mi rendevo conto che la mia arte non si sposava con lui.
Dicevo a Lunačarskij:
"Soprattutto non chiedetemi perché ho dipinto in blu o verde e perché si vede un vitello nel ventre di una vacca. Del resto, sono d'accordo: se Marx è così saggio, che torni al mondo e ve lo spieghi."
/.../
Ho l'impressione che di quella visita abbia conservato, e per sempre, un pessimo ricordo.
Ed ecco che ora mi riconferma solennemente nelle mie nuove funzioni.
Rientro a Vitebsk la vigilia del primo anniversario della rivoluzione d'Ottobre.
La mia città, al pari delle altre, si prepara a festeggiare decorando le sue strade con grandi manifesti.
Nella nostra città c'erano non pochi imbianchini.
Li ho riuniti tutti, giovani e vecchi, e ho detto loro:
"Ascoltate: voi e i vostri figli sarete tutti allievi della mia scuola.
Chiudete le vostre botteghe di insegne e scarabocchi. Tutte le vostre ordinazioni verranno trasmesse alla nostra scuola e ve le distribuirete tra di voi."
Tutti quegli imbianchini, i vecchi barbuti insieme ai loro apprendisti, si sono messi a copiare le mie vacche e i miei cavalli.
E il 25 ottobre, in tutta la città, dondolavano le mie bestie multicolori, gonfie di rivoluzione.
Gli operai marciavano cantando l'Internazionale.
Vedendoli sorridere ero certo ch'essi mi capivano.
I capi, i comunisti, sembravano meno soddisfatti.
Perché la vacca è verde e perché il cavallo s'invola nel cielo, perché?
Che rapporto c'è con Marx e Lenin?
Ci si precipitava a ordinare ai giovani scultori dei busti di Lenin e di Marx in cemento.
Temo che si siano sciolti sotto la pioggia di Vitebsk.
Povera città!

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