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Il capitale umano: quelli che valgono poco

Creato il 17 gennaio 2014 da Salvatore1

Il capitale umano che dà il titolo all'inquietante film di Virzì è il nome che le assicurazioni danno alla formula che stabilisce il prezzo di un incidente in funzione della persona coinvolta, la sua età, la sua capacità di reddito, etc. E' facile scandalizzarsi di questo. I moralisti in cattiva fede si scandalizzano ogniqualvolta il mercato esibisce spavaldamente i suoi algoritmi. Un'operazione di verità quella del mercato; un'operazione futile il moralismo di chi accetta tutto dal mercato tranne la verità. Ci sarebbe caso mai da verificare la razionalità del mercato che stima il valore della ricerca che ci salva la vita assai meno del lavoro di chi ce la complica e imbruttisce: i gestori di slot machine, i cementificatori, gli inquinatori. Fortunatamente però il film di Virzì non indulge in moralismi. Non vedo cattivi nel film. Vedo stupidi e inconsapevoli. Virzì ha ambientato in Brianza la sua trasposizione del romanzo di Stephen Amidon che aveva come riferimento il Connecticut. Una Brianza livida e sconnessa quella “selezionata” da Virzì, con le ville inutilmente sovradimensionate disseminate nel territorio. Una Brianza da “usare” più che da vivere. Da usare per fare soldi. Cos'altro? Non è l'unica Brianza, come hanno osservato irritati alcuni brianzoli, ma è Brianza ed è metafora dei nostri tempi. Il film connette storie individuali coinvolte nel “casuale” omicidio ad opera di un conducente di Suv di un povero diavolo in bicicletta, dallo scarso valore ipotizzabile in termini di “capitale umano”. Fabrizio Bentivoglio è esemplare nella rappresentazione di un campione dei nostri tempi e dei nostri valori. Agente immobiliare, ritiene di aver capito tutto quello che merita di essere capito. Per fare il salto da una vita normale verso le gratificazioni del lusso serve il miracolo di un investimento riservato a pochi eletti. E gli eletti sono quelli che sanno acquisire la rete giusta di relazioni. Abbastanza giusto, no? E' ragionevole studiare, faticare, lavorare, se in un colpo solo, grazie all'amicizia giusta, si può partecipare alla moltiplicazione magica del pane e dei pesci? Allora meglio inserirsi per vie traverse nella vita del ricco finanziere, vuoi con la socializzazione del tennis, vuoi valorizzando il flirt nato fra la figlia e il figlio del drago. Fabrizio Gifuni è il drago della finanza. Elegante, sobrio come invece non sanno essere i neo- ricchi, investe sulla rovina dell'Italia. Perché non dovrebbe? Una scommessa come altre e che gli andrà bene. Anche se non riusciamo a capire quale uso farà della ricchezza. Comprendiamo meglio chi pagherà il disastro: i piccoli uomini che vanno in bici nella Brianza affollata di inutili Suv. La ricchezza del drago non dà felicità evidentemente al figlio che – orrore! - sarà sconfitto nel concorso da una nuova italiana rigorosamente nera. No, il sobrio Gifuni non farà polemiche, si limiterà a trasalire. La battaglia contro i neri che tolgono case, sussidi e successi ai purosangue italiani sarà condotta dal proletariato padano. Sapete, i finanzieri sono politicamente corretti – finché possono - e magari votano a sinistra. La Lega e la plebe vigilano per loro. Il figlio infelice e alcolista, coinvolto innocente nell'omicidio da Suv, è iperprotetto dalla madre. Una dolente Valeria Bruni Tedeschi (qui ben più che sorella di Carla) che è il peggio femminile: quello dell'impotenza e dell'indulgenza colpevole. L'indulgenza delle madri rassegnate a ricevere vaffa continui dai figli ben nutriti che nulla hanno fatto per meritare la ricchezza. Ma alla fine tutto si risolve. L'immobiliarista nel momento in cui l'investimento nella rovina dell'Italia sembra andare malissimo riavrà i suoi soldi grazie al ricatto: il capitale investito (con profitti promessi) in cambio della salvezza del figlio alcolista del finanziere. Peraltro il colpevole è un distratto giovane proletario, rivale in amore del giovane privilegiato. Come dire: lasciamo che siano i proletari a sporcarsi di sangue e a meritare la galera. La élite ha le mani pulite e la legge è indulgente con chi uccide senza usare le mani. Valeria Bruni non potrà realizzare il sogno della giovinezza, il teatro, ma pazienza. Vivrà solo un attimo di Eros devastante con l'attore “impegnato”, come un ritorno alla giovinezza e alla vita “normale” perduta, quella nella quale a momenti si sa perché si vive. Tutto bene quindi, tranne che per l'Italia e chi per caso andava in bici nella notte oscura della Brianza, uno che comunque valeva poco.

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