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Il caso della Enrica Lexie. Ipotesi e riflessioni

Creato il 12 marzo 2013 da Geopoliticarivista @GeopoliticaR
Il caso della Enrica Lexie. Ipotesi e riflessioni

La petroliera privata e battente bandiera italiana Enrica Lexie era al largo della costa del Kerala il 15 febbraio 2012. La nave era in viaggio verso l’Egitto e aveva a bordo 34 persone, tra cui sei militari del Reggimento San Marco col compito di proteggere l’imbarcazione dagli assalti dei pirati. La nave avrebbe infatti dovuto percorrere una rotta passante per acque somale, dove il pericolo della pirateria è concreto e il San Marco ha tra i suoi compiti quello di difendere anche i mercantili italiani in queste condizioni. Intorno alle 16:30 locali, due militari italiani, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone (volgarmente chiamati “marò”, ma il termine più corretto sarebbe “sottufficiali” o nello specifico “fucilieri”), hanno sparato dalla petroliera ed ucciso due civili indiani che navigavano su un peschereccio poco distante: Ajesh Pinky (25 anni) e Selestian Valentine (45 anni). Il peschereccio indiano St. Antony aveva a bordo poche persone (ma sufficienti ad un atto di pirateria medio) ed era a 300 metri dalla nave italiana quando è stato colpito.

Spiega in una nota la Marina Italiana: “L’equipaggio ci ha riferito che l’atteggiamento del peschereccio era stato giudicato chiaramente ostile, tipico dei pirati. Le modalità di avvicinamento erano le stesse già seguite in operazione di abbordaggio, caratteristiche di quei mari. Un esempio su tutti: non hanno risposto ai segnali di avvertimento”. Il 19 febbraio Latorre e Girone sono arrestati con l’accusa di omicidio.

Pirateria

Lo stato del Kerala (Keralam in lingua malayalam) si affaccia sull’Oceano Indiano, dalla parte del Mare Arabico. Questo Stato dell’India meridionale è tra le principali destinazioni turistiche del Subcontinente, caratterizzato da uno dei tassi di alfabetizzazione più elevato (oltre il 90% della popolazione). Le acque che bagnano questo Stato non sono frequentate dai pirati. Analizzando la mappa fornita dalla Camera di Commercio Internazionale (che monitora la pirateria a livello mondiale) dell’anno 2012, si può notare come la zona sia tranquilla, soprattutto paragonata ad altre zone non troppo lontane.

Mappa degli atti di pirateria

Anche una nave greca, la Olympic Flair, sembra abbia denunciato atti di pirateria nella stessa zona e nello stesso momento. Questa denuncia però è stata smentita dalla Marina mercantile greca. Si sarebbe trattato di un sbaglio: le tracce radar di un’imbarcazione indiana sarebbero state confuse e lette erroneamente come atteggiamento ostile. Nello stesso luogo, invece, sono morti diversi pescatori a causa di un impatto tra il loro peschereccio e un mercantile straniero ad alto tonnellaggio1, come l’Enrica Lexie. Il fatto che non si fossero registrati casi di pirateria in quell’anno di per sé non significa che quanto ora è in analisi non sia stato un eccezionale caso di pirateria o di atteggiamento ostile da parte dei soggetti indiani.

Atti di pirateria nell'Oceano Indiano

Davanti le coste del Kerala, le navi dei pescatori sono migliaia. Per pescare è assegnata un’area apposita, ovviamente piena di pescatori, alcuni dei quali preferiscono, non legittimamente, pescare in altre acque, non assegnate alla pesca né al governo indiano. Lì lanciano le loro reti. I pescatori hanno l’abitudine, non legittima, di avvicinarsi alle grandi navi mercantili per far deviare la loro rotta se in quel punto hanno posto le loro reti da pesca che si potrebbero strappare al passaggio delle navi.

È verosimile che il peschereccio in questione avesse messo le sue reti oltre il legittimo, l’Enrica Lexie stesse passando proprio in quel punto e allora il peschereccio abbia puntato verso la nave per farla spostare. A bordo della nave italiana, vedendo un’imbarcazione che si avvicinava senza permesso e si intrometteva nella sua navigazione, l’azione sarebbe stata registrata come un atto ostile. All’atto ostile, però, deve seguire un avvertimento: sparare in acqua per mettere in fuga il peschereccio, per far capire di non avvicinarsi oltre. Di certo non si può credere che la nave italiana abbia aperto il fuoco contro un peschereccio senza una motivazione. In sintesi, il peschereccio avrebbe potuto avere un comportamento ritenuto ostile dalla petroliera la quale avrebbe dovuto sparare in acqua. Cosa può essere successo dopo?

Nessuno ha mai negato che dalla petroliera si sia sparato in acqua come avvertimento. Sarebbe impensabile pensare che dopo aver avvertito il peschereccio, questo si sia fermato e i militari abbiano continuato a sparare e ucciso dei civili, fermi e che collaboravano, senza motivo. La Marina Italiana afferma che il peschereccio non abbia risposto all’avvertimento. La petroliera potrebbe aver sparato senza che il peschereccio avvertisse gli spari (o li prendesse sul serio) continuando così a navigare.

Acque internazionali

Le acque si dividono in due tipologie. Possono essere acque territoriali, cioè dove vige la giurisdizione del paese più vicino, in questo caso l’India; ma nessuno ha dichiarato che l’avvenimento abbia preso luogo in acque territoriali. Altrimenti, le acque possono essere “internazionali”, propriamente dette, oppure “zone contigue”. Le zone contigue risultano sempre essere acque internazionali, cioè acque neutre dove nessuno Stato può essere giudicato più competente di un altro. Ciò nonostante, le acque della zona contigua sono affidate al paese più vicino, concedendogli di pescare e di svolgere altre attività, senza però renderle di sua giurisdizione. Il governo italiano ha sostenuto che l’Enrica Lexie si trovasse in acque internazionali, riportando quanto dichiarato dai militari italiani. Secondo le immagini satellitari raccolte dal Maritime Rescue Center di Mumbai, l’Enrica Lexie si trovava a meno di 21 miglia nautiche dalla costa, in zona contigua (ma sempre in acque internazionali quindi). Questo dato sembrerebbe verificato dai dati GPS della imbarcazione italiana. Non essendo avvenuto il fatto in acque territoriali, il paese più vicino, ossia l’India, non ha automaticamente diritto di far valere la propria legge.

Questo per quanto riguarda le acque: non sono né sotto la giurisdizione indiana né sotto quella di qualsiasi altro Stato ma sotto la giurisdizione internazionale. Quest’ultima prevede che il reato sia valutato a seconda della imbarcazione. Infatti, se il reato è commesso su una imbarcazione battente bandiera italiana, deve essere perseguito secondo la giurisdizione italiana. Altresì, se il reato è commesso su un’imbarcazione indiana, secondo quella indiana. Le due vittime sono morte a bordo del peschereccio indiano. Questo è stato visto come un particolare rilevante dacché è stato considerato dalle autorità indiane che il reato non si può definire commesso sulla imbarcazione italiana. La legge indiana, inoltre, ritiene che qualsiasi crimine commesso contro un cittadino indiano su una nave indiana deve essere giudicato in territorio indiano anche qualora gli accusati si fossero trovati in acque internazionali.

Le conseguenze

Il peschereccio riporta l’incidente alla guardia costiera del distretto di Kollam che contatta a sua volta l’Enrica Lexie. Dall’Enrica Lexie si afferma di essere stati attaccati da pirati. Dalla guardia costiera è chiesto loro di attraccare al porto di Kochi per raccontare l’avvenuto, non per essere processati né per essere arrestati. La Marina Italiana non fornisce prontamente indicazioni e Umberto Vitelli, capitano della Enrica Lexie, ritiene che spetti a lui decidere della sua nave privata (nonostante a bordo ci siano dei militari italiani). Il capitano asseconda allora le richieste delle autorità indiane ed entra in territorio indiano. Latorre e Girone vengono arrestati con l’accusa di omicidio.

Il 24 aprile, il governo italiano decide di compiere “una donazione”, “un atto di generosità slegato dal processo”: ai parenti delle vittime, durante lo svolgimento delle indagini, sono versate 10 milioni di rupie ciascuna, in totale quasi 300.000 euro (in India gli stipendi mensili possono aggirarsi intorno ai 200 euro). Dopo di ciò, le famiglie delle vittime ritirano la denuncia contro Latorre e Girone, lasciando solo lo Stato del Kerala dalla parte dell’accusa, col consenso dell’Alta Corte del Kerala (ma con le critiche della Corte Suprema di Delhi che dichiara come questa donazione vada “contro il sistema legale indiano e sia da ritenere inammissibile”). Ancora più importante, lo scorso 25 ottobre, il Senato italiano ha approvato definitivamente di permettere a 108 detenuti di origine indiana di scontare la pena nel loro paese e, allo stesso modo, di far rientrare in Italia 18 italiani detenuti in India2.

Il peschereccio indiano è stato subito distrutto e nessun italiano ha potuto analizzarlo. I corpi, sepolti il 17 febbraio 2012, non sono stati resi disponibili per un’autopsia da parte di personale italiano. La presenza di esperti italiani per la perizia balistica sulle armi recuperate sulla Enrica Lexie è stata respinta dal tribunale indiano di Kollam. In precedenza il tribunale aveva acconsentito alla presenza di esperti italiani durante i test, esperti che erano partiti con lo scopo di effettuare l’analisi ma, una volta arrivati, Paolo Fratini e Luca Flebus non hanno avuto il permesso effettivo di essere presenti ai test tecnici. Hanno potuto assistere solo ai test di fuoco ma a patto che non dovessero “interferire nei test, verificarli o rivelarli”. Non è utilizzabile la scatola nera della Enrica Lexie (scatola nera meglio detta Voyage Data Recorder). La scatola nera cancella automaticamente i propri dati ogni dodici ore. In questi casi, l’armatore avrebbe dovuto salvarne una copia eccezionalmente ma non lo ha fatto.

Alla fine, i due militari sono rientrati in Italia con un permesso concesso dal governo indiano per le elezioni del governo italiano svoltesi il 24 febbraio 2013. Sorprendetemente, l’11 marzo la Farnesina ha dichiarato che i due militari non rientreranno in India. Il governo indiano respinge la decisione dellla Farnesina e il giorno stesso si è appellato all’ONU. Le motivazioni della scelta della Farnesina sono due. Innanzittutto, “l’Italia ha sempre ritenuto che la condotta delle Autorità indiane violasse gli obblighi di diritto internazionale … in particolare il principio dell’immunità dalla giurisdizione degli organi dello Stato straniero e le regole della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare”. Inoltre, l’Italia avrebbe precedentemente proposto formalmente al governo indiano “un dialogo bilaterale per la ricerca di una soluzione diplomatica del caso, come suggerito dalla stessa Corte, là dove richiamava l’ipotesi di una cooperazione tra Stati nella lotta alla pirateria, secondo quanto prevede la citata Convenzione UNCLOS”. A questa proposta di dialogo, il governo indiano non avrebbe mai dato risposta e il governo (uscente) italiano ha deciso di abbandonare la strada percorsa fino ad allora e far restare i due militari in Italia.


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