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Il cielo di tutti

Creato il 19 gennaio 2013 da Nicola Mente

Il cielo è blu. Il bambino che si nasconde dentro di noi traccia una linea in alto, sul foglio di carta. Nel blu ci si perde, nel blu si vola, il blu nasconde e alimenta paure, ammalia sguardi, delimita i confini. Il cielo è sempre più blu, cantava Rino Gaetano. Quando uscì questa canzone, nel 1975, l’Italia ne fischiettava il motivetto. Un’Italia estremamente cupa, immersa in pippe mentali grandi come un compromesso storico e tumultuose come una manifestazione a pugni chiusi e spranghe, si divertiva a canticchiare una melodia che sgombrava i pensieri, ma non del tutto. In pochi conoscevano chi fosse l’autore, e in fondo non aveva tanta importanza.

La carrellata di caratteri marcati ne faceva (ne fa, e ne farà) una dedica rivolta a chiunque. Nel settembre di quello stesso 1975, in un’intervista rilasciata al settimanale musicale Ciao 2001, lo stesso Gaetano chiariva: «Ci sono immagini tristi o inutili, ma mai liete, in quanto ho voluto sottolineare che al giorno d’oggi di cose allegre ce ne sono poche ed è per questo che io prendo in considerazione chi muore al lavoro, chi vuole l’aumento. Anche il verso “chi gioca a Sanremo” è triste e negativo, perché chi gioca a Sanremo non pensa a chi “vive in baracca”».

rino gaetano
Dunque, la carica negativa del pezzo è parecchio marcata. La voce roca e lamentosa, sapientemente inserita in un ritmo ossessivo e incalzante, gli spunti blues, dipingono un quadro d’insieme che nessuna fine analisi socio-politica saprebbe mai fare. Una canzone senza tempo, senza inizio e senza fine. Il pezzo da sparare nelle cuffie in metropolitana, per strada, o dalle casse di uno stereo durante una festa a casa, un raduno di piazza, addirittura inghiottita dai remix nelle notti in discoteca. L’universo, insomma. Un universo negativo, preso per inno alla speranza. Un cinismo fotografico atto a rendere il mondo una filastrocca. Che è una filastrocca maledettamente triste. D’altronde, l’avversativa “ma” che precede questo cielo che è sempre più blu stride, e parecchio. Ma come, nel cielo blu non si vola? Evidentemente no. Perché chi è assicurato, chi va in farmacia, chi è Napoleone sono a fianco sotto questo cielo. Insieme a chi scrive poesie e chi cambia la barca felice e contento, insieme a chi mangia patate e a chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo. Si può vivere in baracca, fare carriera, vedere Onassis, ma il cielo non solo è blu. Addirittura, diventa sempre più blu. Blu più blu del blu, a patto che stiano tutti sotto. Blu come le auto e l’amore, cantati in Nuntereggae più.  E allora, dov’è questa speranza?

Dopo la tardiva e reale esplosione della fama di Gaetano, avvenuta a tutti gli effetti con trent’anni di ritardo, i cieli blu sono per tutti “i cieli di Rino”. E chi spazza i cortili? Chi ruba, chi lotta? Chi va a Porta Pia? Chi lamenta un dolore? Dove va tutta questa gente, se i cieli diventano quelli di Rino? Vorranno forse dirci che quel cielo è frutto di pura invenzione? In fondo, nel 1975 Rino Gaetano era un ragazzo di venticinque anni sconosciuto ai più, che urlava di birre chiare, salmoni e mantecati. Avrebbe potuto inserire un cielo durante una visione mistica, e là sotto infilarci tutti. Eppure, ad ascoltare il pezzo, la sensazione d’appartenenza al cielo blu è evidente, per l’ascoltatore. Dalla mamma alla figlia, dal barista al manager d’azienda.

La questione diventa complessa. Se questa è una canzone dichiaratamente triste, se i cieli non sono soltanto quelli di Gaetano, perché è stata investita di questo significato onirico e zeppo di speranza? Forse, la confusione generata dagli scherzi di un giullare nonsense che sguazzava nell’etichetta, salvo poi uscirne e tirarti qualche schizzo addosso? D’altronde, Rino Gaetano in quel 1975 si stava già formando come cantautore “disimpegnato”, in anni in cui la fervente militanza era un dovere. Nessuno sapeva inserirlo in una logica politica, e si faticava assai anche sull’ideologia.

Così, mentre il compagno De Gregori, in concerto al Palalido di Milano, subiva processi sommari dal Movimento, Rino procedeva come un curioso essere nonsense su cui nessuno osava avventarsi, non per rispetto ma per indifferenza e incomprensione: «L’associazione antropologica mondiale, comunamente detta società, è un insieme di esseri che si aspettano al varco armati di coraggio e tanta buona volontà. La verità è che ognuno di noi vuole la sua coppa di gelato più ghiacciata delle altre e colui che ti ammazza raramente si preoccupa delle tue scarpe nuove».

rino gaetano
Proprio perché assolutamente avulso da ogni logica, Gaetano scampava ai processi sommari, come una scheggia impazzita: solitamente, la fede cieca incensa e condanna chi ha una collocazione, chi ha dei contorni precisi, classificabili come amici o nemici. I confini non esistevano, nell’essenza di Gaetano. Un’essenza che si evince dalle parole dello stesso De Gregori: «Era fisicamente diverso da noi, non aveva l’aplomb da universitari che avevamo noi, nonostante cercassimo di fare i freakettoni. C’era poi l’aspetto zingaresco di Rino, era una specie di scheggia impazzita, aveva un grandissimo talento, una fantasia smisurata. Ricordo il suo sguardo beffardo, provocatorio, ma anche la grande dolcezza. Le sue canzoni avevano l’aspetto formale del nonsense, ma avevano contenuto, facevano pensare. Rino sapeva cosa sono le canzoni e come si scrivono. Era un uomo del Sud e questo si percepiva, lo dico in senso positivo».

rino gaetano
Correva l’anno 1975, e l’Italia cambiava, tra un lacrimogeno e un proiettile. Anni pesanti per la discografia, quelli: si affacciava il colpo di stato delle case discografiche sull’avanguardia cantautorale. La militanza sognatrice del sessantotto aveva pasciuto la generazione settantasettina, quella che non sognava e digrignava i denti. Così tra i vini d’osteria dei primi Settanta cominciavano a girare anche molti soldi: le voci intellettuali parevano sempre più vivere una grossa crisi d’identità, tra illusioni cantate e realtà ben lontane dai versi composti. Il risultato fu che ben presto i versi s’adeguarono, di conseguenza. Rino invece avanzava a fari spenti, dopo gli esordi al Folkstudio: di lì a poco, sarebbero usciti versi come «Pci Nuntereggaepiù», arricchite da sfottò come lo scimmiottamento di Berlinguer nello stesso pezzo (Nuntereggae più appunto, uscito nel 1978), tramite voci sotto traccia con cadenza sarda: «Mi sia consentito dire, il nostro è un partito serio».

rino gaetano
La denuncia sociale di Gaetano è in realtà una cronistoria: «Io cerco di scrivere canzoni ispirandomi ai discorsi che si possono fare sui tram, in mezzo alla gente, dove ti rendi subito conto dell’andazzo sociale. Non voglio dare insegnamenti, voglio soltanto fare il cronista». La cronistoria dipinta, la didascalia di una foto di classe, sotto il cielo che diventa sempre più blu. Nessun insegnamento, nessuna educazione all’illusione: «Pretendere di dare alla gente attraverso una canzone qualcosa che sia più del sorriso –spiegava lo stesso Gaetano in un’intervista rilasciata a Nicola Sisto-  seppur amaro, qualcosa che avvii un processo concreto, è pura illusione. Questa è la tesi di molti cantautori ed anche la mia: in Italia una cosa che ha sempre funzionato è l’ironia, la satira (anche se nessuno si è mai riconosciuto in quei personaggi che ne sono stati oggetto), il “non se ne può più semplificato e senza drammatici seguiti”». Col drammatico che non è séguito, ma edulcorato nel testo, senza lasciar spazio all’azione, ma alla riflessione sul metatesto tramite cori e controcori («le tue virtù, le tue virtù»). Una riflessione inconscia, senza telecomando, che solca anni e decenni. Perché è forse questa assenza di tempo a rendere automatici gli impulsi all’ascolto di “Ma il cielo è sempre più blu”. Un’esegesi non voluta che parte spontaneamente ed è spesso monca. Un’analisi che pare non fidarsi di ciò che viene raccontato e distribuito in mensa, ma che vive un’incompletezza portata a trascinarsi senza fine. Uno stornello eterno, che non conosce limiti, nonostante quella linea sia in alto sul foglio e opprima, a mo’ di cappa. Sempre più blu.


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