Magazine Cinema

“Il Consiglio d’Egitto”, film di Emidio Greco tratto dal romanzo di Leonardo Sciascia

Creato il 09 aprile 2014 da Alessiamocci

Emidio Greco rappresenta e ricostruisce con inconfondibile disincanto e ironia sottile la storia del “sentimento” degli uomini di fronte al potere: il regista ha inciso sulla pellicola “Il Consiglio d’Egitto” dal romanzo di Sciascia che meglio descrive e connota il carattere storicamente determinato della nozione di “potere” e nella sua storicità ne coglie la “ratio” per affrontare criticamente il concetto di rivoluzione, per comprenderne la forza e il limite.

“Il Consiglio d’Egitto”, film di Emidio Greco tratto dal romanzo di Leonardo SciasciaAlla voce fuori campo di Giancarlo Giannini è affidato il compito di accompagnare i personaggi con la rotondità della sua timbrica inconfondibile e intensa che introduce e marca i momenti più toccanti e particolari.

Sicilia, 1782 Il naufrago derelitto ambasciatore del Marocco alla corte di Napoli Abdallah Mohamed ben Olman viene raccolto sulle coste della Sicilia dopo un fortunale dal viceré di Palermo Domenico Caracciolo che affida a Don Giuseppe Vella (Silvio Orlando), frate cappellano dell’Ordine di Malta e “smorfiatore di sogni”, il compito di accompagnare l’ospite: egli è l’unico nella città a conoscere l’arabo. Monsignor Airoldi “amante delle cose siciliane e arabe” affianca Vella e intrattiene l’ospite in serate “che dolcemente trascorrono tra bellissime donne, incanti di luci, di sete, di specchi, toccante musica, soavissimo canto; e le delicatezze della tavola “.

Qui, il frate conosce gli sfarzi e i lussi di una vita che respira languida impigrita dalla sua opulenza. Benché considerato sprovveduto per giudizio unanime, Don Giuseppe Vella decide di essere il “protagonista della grande impostura” attraverso l’invenzione di una menzogna costruita ad arte: nel tradurre le parole dell’ambasciatore a cui è stato sottoposto un antico manoscritto arabo che in realtà narra solo alcuni episodi della vita del Profeta mai tradotto prima, mistifica e falsifica il significato delle parole travisandone il contenuto: il codice diventa così una preziosa raccolta di documenti riguardanti la Sicilia.

Monsignor Airoldi (Renato Carpentieri) affiderà all’abile simulatore l’arduo compito di tradurre il codice martiniano che diverrà così “Il Consiglio di Sicilia”, gli dimostrerà la sua benevolenza introducendolo nei salotti della nobiltà palermitana.

Tutto scorre al ritmo del lavoro certosino di manomissione e rimaneggiamento del codice: è necessario creare caratteri del tutto nuovi, che Vella poi chiamerà “mauro-siculi”, e impegnarsi in un lavoro letterario complesso: costruire l’intera storia della dominazione araba nell’isola. Fuori dalla sua stanza nella bella villa in campagna che Monsignore gli ha donato, le “caracciolate” – atti che prendono il nome dal viceré che agisce integerrimo – turbano i nobili che temono riforme inaudite, censimenti e nuove imposte.

“Il Consiglio d’Egitto”, film di Emidio Greco tratto dal romanzo di Leonardo SciasciaResa in tutta la sua forza simbolica è la scena cruciale dell’”esecuzione”, ovvero il rogo, dei libri che rappresentavano “tutta la dottrina giuridica feudale, tutto quel complesso di dottrine che la cultura siciliana aveva in più secoli, ingegnosamente, con artificio, elaborato per i baroni, a difesa dei loro privilegi”: l’ampia piazza vuota e i due personaggi che si incontrano preconizzano una tensione e una tragicità futura; l’avvocato Francesco Paolo Di Blasi si confronta con Vella ed esprime la sua convinzione che le cose debbano cambiare. In questa occasione Vella coglie, come una cane che segue la traccia, l’odore della sua personalissima vittoria sui nobili che da questo momento in poi cercheranno la sua benevolenza: ormai senza freni decide di inventare un intero codice in cui risulti che i signori abbiano spogliato la corona di feudi e ricchezze fondando la loro egemonia su un diritto che è menzogna; questo sarà “Il Consiglio d’Egitto“.

Per completare l’artificio Vella chiama da Malta il giovane monaco Camilleri (Carlo Vitale), un uomo venale che non comprende le donne che frequenta, ne demonizza l’essenza cui non sa però rinunciare, un insicuro: spesso sembra pentirsi dell’’impostura di cui è complice, ma prontamente Vella, ormai abate, ne mitiga il rimorso dimostrandogli quanto il lavoro dello storico stesso sia impostura: c’è più merito a inventare che a riportare.

La Storia procede mollemente nei salotti in cui vicendevolmente si corteggiano parlando de “Les bijoux indiscrets” di Diderot l’avvocato Di Blasi e la contessa di Regalpetra (Marine Delterme), personaggio femminile che incarna la virtù oziosa delle dame dedite al bel parlare, all’ostentazione di ricchezza ed eleganza e agli intrighi amorosi; tutto si ripete placido, anche le discussioni dei nobili che si aggirano come spettri altezzosi alla ricerca disperata di un protettore istituzionalmente valido che tuteli i loro privilegi.

La Storia scivola finché Vella stesso non si annoia: qui ritorna il tema tanto caro a Greco, che già ne “L’invenzione di Morel” aveva giocato sull’ambiguità dell’esistere e sulla necessità di svegliare le coscienze e la volontà intorpidita. L’impostore sceglie di annunciarsi colpevole confermando le tesi dei suoi scettici accusatori, dopo una serie di atti intrisi di una comicità quasi grottesca – come il fingersi malato e il farsi benedire moribondo, salvo poi guarire miracolosamente dopo poche ore – mentre Di Blasi, che preparava la rivoluzione, viene tradito, arrestato, torturato e condannato.

“Il Consiglio d’Egitto”, film di Emidio Greco tratto dal romanzo di Leonardo SciasciaEmidio Greco restituisce al romanzo di Sciascia tutta la sua tragicità e tensione riproducendo la scena in cui Camilleri viene interrogato da Grasselini (Yann Collette): il giudice del Regal Patrimonio indaga su Vella – convinto dell’impostura – e i due si affrontano in un vero e proprio duello: lo spazio dell’ampia sala perde significato, conta quello circoscritto in cui il giudice tende trappole al giovane monaco e gli fa confessare che “Il Consiglio d’Egitto” è una impostura.

Greco imbastisce la trama sul tessuto composito di una scenografia puntuale curata da Andrea Crisanti e dei costumi di Agnes Gyrmanthy che collocano precisamente l’azione nel Meridione di fine Settecento, carico di suggestioni splendenti e malinconiche fra vecchio e nuovo: tramonta l’epoca degli arazzi signorili, sorge il Lume della Ragione. Anche la fotografia di Marco Sperduti è pulita, luminosa e gioca sul chiaroscuro a sottolineare l’opposizione fra menzogna e verità, ragione e interesse.

E proprio il ragionare interessa al regista: per rappresentare il rigore e la forza del diritto, Greco sceglie Tommaso Ragno che, con la sua recitazione puntuale e raffinata, interpreta l’avvocato Francesco Paolo Di Blasi con il medesimo fascino e la medesima intensità indicati dallo stesso Sciascia nel romanzo. Il diritto è il filo rosso con l’altra opera fondamentale di Emidio Greco, “L’uomo Privato”: anche in quel caso, ma con diverse intenzioni e con una certa esasperazione del tutto nuova rispetto a “Il Consiglio d’Egitto”, Tommaso Ragno è interprete impeccabile di un uomo che vuole porre la ragione e il diritto stesso come fulcro della vita reale nel tentativo, quasi disperato, di evitare qualsiasi forma di coinvolgimento nella società traditrice e feroce.

“Il Consiglio d’Egitto”, film di Emidio Greco tratto dal romanzo di Leonardo SciasciaDi Blasi è quindi disegnato in tutta la sua psicologia: è un uomo che ha compreso la necessità di dovere costruire la libertà comune e per farlo è disposto a sacrificarsi. Un personaggio complesso per la sua profondità, che Tommaso Ragno arricchisce prestandogli uno sguardo diretto, puro – come quando al tramonto si ferma a pensare nella campagna siciliana – e una forza irresistibile nelle intenzioni quando esprime l’idea di uguaglianza e diritto stesso: anche il contadino, spiega ai nobili, ha il suo diritto ad essere uomo, esattamente come il ricco latifondista e, uguale in quanto uomo, merita di essere rispettato perché possa partecipare effettivamente alla ragione universale.

Tommaso Ragno mostra con eleganza la forza animatrice del personaggio, il “sentimento” alla base del concetto di uguaglianza che prepotentemente porta il giovane avvocato a concepire la rivoluzione.

L’attore offre una interpretazione commovente e intensa nelle scene della tortura e della morte. Quando Di Blasi si trova ad affrontare la solitudine dopo aver sopportato le torture più inaudite, incapace di resistere in piedi dopo la corda, richiama alla memoria (del personaggio, ma inevitabilmente anche a quella dello spettatore) il mondo che cammina distratto senza apprezzare la sua stessa esistenza: ha appena conosciuto il momento in cui la mente, martoriata nel corpo, non sa morire, sente atroce la sconfitta e tuttavia è costretta ad accettarla. Il corpo resiste, ma l’anima “è fuori” e coglie l’essenza dell’acqua, della neve, del camminare stesso: la centralità del concetto di uomo si ripropone nel volto che ha preso le pieghe della disperazione più profonda: a dispetto di tutte le sue idee e convinzioni, Di Blasi ha visto e vedrà l’uomo mutarsi in fantasma maligno.

“Il Consiglio d’Egitto”, film di Emidio Greco tratto dal romanzo di Leonardo SciasciaTommaso Ragno incarna con impeccabile razionalità lo slancio appassionato e la decisione di chi vuole liberare dagli ordini precostituiti lo Stato ma che, purtroppo, rimane incastrato nella sua utopia, perché il tempo e la circostanza non sono propizi. Ecco perché, quando il boia chiede perdono all’avvocato, questi gli risponde di pensare alla propria libertà: non si può ancora essere siciliani come credeva, non si è ancora pronti a rinnegare la differenza, la soverchieria. L’avvocato risponde al boia rassicurandolo: l’utopia non può vincere adesso e il bene comune non può essere difeso da tutti allo stesso modo e nello stesso momento, ciascuno deve pensare alla propria individualità e, sebbene questo non comporti uguaglianza e giustizia, questo è l’unico modo che rimane ai deboli per sopravvivere.

Silvio Orlando interpreta con efficacia il personaggio che per certi versi è l’opposto dell’avvocato Di Blasi: l’abate che gioca con la mistificazione, facendosi interprete di quel rifiuto della verità che vuole la menzogna come realtà e Storia stessa, diventa archetipo di menti sottili capaci di soverchiare le imposture del passato solo con un’altra impostura, mentre ordisce la “parodia di un crimine, declinando a proprio modo l’impostura che è nella vita“. Giuseppe Vella, il rappresentante di una certa sicilianità, ammira profondamente la forza della rivoluzione del giovane avvocato che vaneggia la Repubblica in Sicilia e ne comprende anche la necessità.

Difficile dire se il vero sconfitto sia proprio Vella: la sua fantasia beffarda ha costruito una “utile” impostura, ma si è fermato nel palesarsi. Di Blasi muore, ma non la sua utopia, non la sua idea, perché ha resistito, perché è stato l’eroe della conoscenza e della Ragione.

Oltre l’ottima interpretazione – come quella affidata a Leopoldo Trieste – dei personaggi minori, definiti ciascuno con le proprie diverse sfumature psicologiche e caratteriali, oltre le musiche di Luis Bacalov, che contribuiscono a creare un’atmosfera densa di suggestioni e tensioni, ciò che rende l’opera di Greco ancora più pregevole è l’indirizzo fortemente critico e politico che ha dato alla sua “storia esemplare sul potere che si muove in periodo storico ricostruito e definito con precisione, ma universalmente valida“: Greco riflette sull’idea che a fondamento della legittimità del potere ci sia una storia costruita su un “pregiudizio” politico, un diritto incancrenito nella sua impostura e sulla sconfitta, parziale, ma inevitabile di chi si oppone alle manipolazioni della Storia, all’arbitrio del potente nell’utopia e nell’illusione di riuscire ad estirparne, con un unico strappo lacerante, le radici e le ragioni costitutive.

Questa riflessione, però, non implica una semplice rinuncia, una resa incondizionata all’ordine precostituito che pare non si possa sovvertire, ma lascia intendere il superamento dell’utopia stessa: Greco è spettatore della morte di Di Blasi, ma ne è soprattutto partecipe, perché sceglie di riprenderla con le forme che Sciascia gli ha suggerito per celebrare la ragione che sorregge quel “sentimento” necessario di rivoluzione.

L’opera di Emidio Greco ha rappresentato l’Italia al Festival di Cannes nel 2002, nello stesso anno ha vinto il Nastro D’Argento per la scenografia ed ha ricevuto una nomination al Montreal World Film Festival ed è stata riconosciuta di Interesse Culturale Nazionale, realizzata con il contributo della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento dello Spettacolo.

 

Written by Irene Gianeselli

 

 


Potrebbero interessarti anche :

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Possono interessarti anche questi articoli :