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Il dfficile campionato della Cgil

Da Brunougolini
E’ la parola che è echeggiata nelle cronache che raccontano la presentazione del prossimo congresso a Rimini della Cgil: ritorno alla contrattazione. E’ stata pronunciata da Guglielmo Epifani ma l’ho letta (con intenti diversi) anche in un articolo di un esponente della minoranza come Tiziano Rinaldini  (“se l’indebolimento della contrattazione collettiva e del ruolo delle categorie non viene contraddetto aspramente e se porta ad una chiusura di quella dialettica ne deriva una gravissima crisi della Cgil”).
Come tornare a contrattare? Tornano alla memoria certe affermazioni di Pierre Carniti. Dicevano più o meno:  “la contrattazione si afferma contrattando”. Mettendola in pratica. E’ quel che hanno tentato di fare numerose categorie rinnovando unitariamente i contratti. E’ la scelta che aveva deliberato a suo tempo l’organismo dirigente della Cgil: affidare appunto alle categorie il compito di uscire dall’assedio. I risultati sono stati letti in modo diverso: secondo Raffaele Bonanni (Cisl) (ma anche secondo la minoranza Cgil), tali risultati sarebbero fedeli al modello contrattuale nazionale (non siglato dalla Cgil).
Secondo la maggioranza Cgil no. E alcune categorie si rifanno al voto positivo espresso dai lavoratori interessati. Fatto sta che quegli accordi sono frutto di una “contrattazione” tra sindacati e con gli imprenditori. L’aveva tentata anche la Fiom proponendo un accordo ponte, solo salariale. Quella ipotesi, se accettata, avrebbe offerto oggi un quadro diverso. Non è andata in porto e non c’è stato un movimento di base, fatto di lotte e di accordi aziendali, capace di mutare nei fatti il “modello” separato. La crisi pesa e se ci sono state numerose intese sono tutte riferite a dolorosi tamponamenti della crisi. Non c’è stata nemmeno la possibilità, com’è avvenuto in altri tempi, di trasformare la crisi in occasione di cambiamento, attraverso contrattazioni evolutive. Qualcuno ricorda la capacità di suggerire aumenti di produttività offrendo il lavoro a gruppi, la polivalenza, il 6 per 6 nell'orario settimanale? Magari affrontando con battaglie politiche miopi corporativismi, abitudini sedimentate tra gli stessi operai?
Il sindacato non può trasformarsi in un partito politico, fare opposizione, strappare emendamenti e sperare che cada il governo e ci siano nuove elezioni che premino la sua coerenza. E’ resta vero che la contrattazione si afferma soprattutto se è unitaria e sostenuta dalla partecipazione consapevole dei lavoratori interessati. Così è avvenuto negli anni 60-70 e non negli anni 50. E’ vero che certe posizioni di Cisl e Uil, nonché l’offensiva del governo su nuove norme del lavoro, disegnano un sindacato legittimato dalle controparti  più che dal mondo del lavoro. E’ una partita difficile e pericolosa. Mi si perdoni però la banale metafora: non ci si può limitare ad assistere facendo il tifo e protestando. Bisogna giocare, saper giocare senza farsi sgambettare, cercando di fare qualche goal. Il campionato è lungo.

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