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Il Dio del talento

Creato il 19 marzo 2014 da Propostalavoro @propostalavoro

Il Dio del talentoLa nostra società ha un'ossessione per il talento. Non solo ammiriamo i talentuosi, ma siamo sempre più spinti a marginalizzare chi ha voglia di fare pur non avendo una naturale inclinazione, quelli che, cioè, si sforzano e imparano.

È vero, non è una novità che nello sport, nella musica, nello spettacolo e nell'arte a risaltare siano le personalità geniali, ma l'impressione è che questa venerazione per i geni innati stia diventando trasversale e vada ad invadere ogni aspetto della nostra società.

Quali sono i programmi più seguiti in televisione e su internet? Pochi anni fa i reality (quei contenitori di gente comune che fanno cose comuni), ma ora la parte del leone la fanno i talent: spettacoli in cui persone comuni mettono in mostra il proprio talento, la propria innata capacità che può diventare, e ci si aspetta che diventi, una vera professione.

L'intento è di per sé ineccepibile, mostrare che ognuno può mettere a frutto le proprie abilità, ma la morale dello spettacolo (perché la morale in televisione non è scomparsa, è solo diventata una cattiva morale) è tremenda: non c'è più spazio per chi vuole imparare.

Il talent insegna la selezione. Molti si presentano per partecipare, pochi sono ammessi a intraprendere un percorso, uno solo vince. Il pubblico prende le parti di uno o di un gruppo di concorrenti, ma nessuno è invogliato a chiedersi perché non si insegna a tutti ad arrivare al livello eccellente di chi alla fine dello show ritirerà il premio e la gloria. La selezione è pericolosa: premia, ma lascia tutti gli altri indietro. Detto a bruciapelo: è la fine che vogliamo far fare alla nostra istruzione? Molti i chiamati ma pochi gli eletti? Numero chiuso perché il lavoro per tutti non c'è?

Il talent nasce per cantanti, sportivi e ballerini, e può essere, ma ora anche manager e cuochi, ci vogliono dire, o nascono col talento o non l'avranno mai. Come se impegno, sforzo, fatica e apprendimento fossero solo gabbie in cui è imprigionato il genio innato, quello che, una volta liberatosi dall'indegna concorrenza, finalmente felice per essere giunto al successo per il quale era da sempre destinato, può finalmente dirsi soddisfatto, lui, libero e solo tra gli applausi del pubblico sognante.


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