Il Divo: il Potere Logora Soltanto Chi Non Ce L’ha?

Creato il 13 maggio 2013 da Dietrolequinte @DlqMagazine

Mario Turco

Un dato che rende meglio degli altri l’eternità politica del defunto Giulio Andreotti: presente già nell’Assemblea Costituente, fu sempre eletto in Parlamento dalle successive elezioni fino al 1991, anno in cui fu nominato senatore a vita. L’inizio indica chiaramente che ci troviamo in un film di Paolo Sorrentino. La prima apparizione de Il divo è surreale: il suo viso trafitto dagli aghi dell’agopuntura, estremo rimedio cinese a cui si sottopone per lenire i suoi mal di testa. Il successivo prologo musicato e montato al ritmo di un’opera rock condensa tutto l’estro napoletano del regista. Vengono passati subito in rassegna, come a voler dichiarare la faziosità della tesi a cui si rifà la pellicola, i maggiori omicidi-misteri (il binomio marchiante-infamante) della Prima Repubblica: Pecorelli, Sindona, Calvi, Dalla Chiesa. Il vertiginoso ritmo visivo si accompagna allora a quello narrativo. Il lungometraggio non vuole informare come se fosse una blanda biografia, Andreotti è il politico per antonomasia e certi fatti vengono dati per assodati nella memoria storica dello spettatore. Si assiste così a un tentativo filmico che cerca di inglobare due approcci apparentemente inconciliabili. Da un lato non si rinuncia alla parte realistica della Storia, come evidenziato ad esempio dall’interpretazione di Toni Servillo la cui somiglianza con Andreotti nelle inquadrature intere è impressionante o dalle didascalie che rendono politicamente cronachistica la vicenda altrove umana. Dall’altro si persegue l’interpretazione allegorica e l’invenzione, come la scena del tic della luce (il senatore a vita aveva davvero paura del buio) e della cyclette. In alcune sequenze la sintesi è felicemente devastante, come in quella muta della prima passeggiata notturna di Andreotti in cui un’invettiva scritta sul muro non smuove la sua imperturbabilità. Sorrentino, che si è anche scritto il film da solo, ha svolto un imponente lavoro sulla letteratura che vige sul politico romano. Questa sua preparazione teorica corre spesso il rischio di trasformarsi in un mero catalogo delle battute più celebri del personaggio. Alla prima scena in chiesa appare ad esempio scontata la salacità montanelliana sul fatto che Andreotti andasse in Chiesa per parlare non con Dio ma con il prete.

Il funambolismo tipico di Sorrentino ci mette però poco a risollevarsi. Appena un minuto dopo ecco una delle scene più discusse ma sicuramente più originali dell’opera. I componenti della corrente andreottiana vengono introdotti secondo modalità da cinema gangster, alla Scorsese, ognuno con il proprio vezzo volgarmente peculiare e il proprio soprannome. Alla riunione dei componenti si respira un’aria di cospirazione imminente, con alcune ventate di una catastrofe prossima ventura. Il divo prende infatti le mosse dal settimo governo Andreotti, nato nel 1989 e travolto dallo scandalo Tangentopoli che spazzò via la Democrazia Cristiana. La pellicola di Sorrentino vive di sprazzi di inusitata bellezza e di altri vittime della sua enfasi apodittica. I momenti più riusciti sono paradossalmente quelli nei quali il regista napoletano non deve immaginare nulla ma interpretare. Il tormento dell’affare Moro, inevitabile, non viene rappresentato didascalicamente ma dentro la cornice straniante del Cremlino, in un grande letto russo sormontato da un quadro di Marx. Il contrasto di simboli così carichi (il grigio politico democristiano contrapposto all’indomabile teologo della rivoluzione operaia) ricalca in maniera effervescente le dure parole che Moro riservò ad Andreotti nei diari della sua prigionia. Durante quel rapimento egli era Presidente del Consiglio dei Ministri e insieme a Cossiga fu il principale fautore della linea della fermezza. Ciò dà istintivamente un’aura tragica al personaggio poiché spiega la somatizzazione dei suoi frequenti mal di testa con quel senso di rimorso. Sorrentino corre il rischio perfino di una personalizzazione umana della maschera del Potere, dimostrando finalmente una maturità artistica che lo fa uscire dai ritratti a tinte uniche. Quando invece egli deve inventare, i risultati, espunta la forma registica di cui è il miglior esponente italiano, sono più modesti. La sottile venatura erotica a cui vorrebbe alludere il personaggio di Fanny Ardant (stranamente assente dai titoli di testa) appare piuttosto veniale.

Il lungometraggio prosegue secondo una piana linea temporale. Si arriva così all’omicidio di Salvo Lima, plenipotenziario siciliano della corrente che assicurava ad Andreotti un cospicuo numero di voti mafiosi, mostrato questa volta attraverso un canonico montaggio alternato che ne assegna la responsabilità in maniera inequivocabile. Il Divo Giulio mantiene anche adesso la sua maschera di cinismo ironico, salvo gettarla al momento della votazione che avrebbe dovuto portarlo al Quirinale nel 1992. Qui Sorrentino si diverte a dipingerlo come vittima del più famoso dei suoi aforismi. Il Potere cerca sempre ancora più potere e logora chi non ne ottiene la misura desiderata. Significativa a tale proposito la scena della mancata elezione al Quirinale ove il regista costruisce una mirabile tensione abdicando momentaneamente alla sua liftata macchina da presa montata sovente su carrelli e stringendo con la cinepresa a mano su volti sudati e scomposti. Fu la Storia a sovrapporsi ai sogni di gloria del politico che, come scrive Marcello Veneziani, guidò l’Italia durante le vacanze della Storia. Andreotti non ha lasciato nessuna riforma significativa, nessuna teologia politica, a lui è legata indissolubilmente l’immagine dell’esercizio del Potere come unica teleologia. Egli vive infatti la strage di Capaci come un intoppo politico e il dramma civile della nazione viene visto con il solito sguardo obliquo dagli schermi di una tv. Tangentopoli azzerò un’intera classe dirigente e la sua corrente ma egli non ne fu lambito in prima persona, come sottolineerà Eugenio Scalfari durante lo splendido monologo sul caso. È proprio un caso che Andreotti sia in qualche modo stato tirato in ballo nei più grandi scandali del Paese? Il politico romano risponde di non credere al caso umano ma alla Provvidenza. L’idea di un progetto divino è però ancora più terribile e di certo non lo assolve da accuse conclamate.

Dopo una prima parte così scoppiettante e pregna, la pellicola si avvita un po’ sul processo per mafia. Vengono presentate con dovizia da cinema d’inchiesta le maggiori testimonianze dei pentiti. Sorrentino qui, forte di sentenze passate in giudicato, mostra la cronistoria del rapporto intessuto con la mafia: dai vari omicidi di cui Andreotti era a conoscenza ma che non ostacolò, all’affiliazione tramite pungitura sino al famoso bacio con Salvatore Riina. Il regista sceglie di osare ancora dipingendo la scena di realismo (il bacio non fu naturalmente in bocca ma un semplice saluto sulla guancia) grottesco (le espressioni di Servillo, la musica romantica). Il divo chiude il suo j’accuse con una scena bellissima. Più che l’autorizzazione a procedere che il Parlamento concesse dopo averla negata in precedenti ventisei occasioni, la legittimazione di quelle infamità arriva dall’indefessa moglie di Andreotti che guarda il marito rabbrividita, con in sottofondo I migliori anni della nostra vita, chiedendosi se davvero conosce l’uomo che le sta stringendo la mano. La risposta le arriva e ci arriva dalla successiva confessione (forse sognata da Livia?): il Potere ammette tutte le sue responsabilità per la metafisica strategia della sopravvivenza. Così perfino Belzebù sembra crollare. Le parole di Moro continuano a tormentarlo, le notti si fanno insonni, la moglie lo apostrofa dandogli del mediocre. Tutto intorno a lui si sfalda. I componenti della corrente vengono arrestati per tangenti, perfino l’uomo più potente d’Italia viene costretto all’umiliazione del confronto con Balduccio Di Maggio, come un indagato qualsiasi. Sarà una profezia mancata. Presto Andreotti riacquista il suo solito aplomb e regala la battuta migliore del lungometraggio quando a Cossiga svela il suo più intimo segreto: l’amore che in gioventù ha nutrito per Mary Gassman, sorella di Vittorio. Il film si chiude con un ultimo primo piano sul viso livido del Divo alla sbarra al tribunale di Palermo. L’occhio del Potere luccica rivelando infine la sua umanità. Sorrentino stesso teme forse di essere stato troppo indulgente ed aggiunge l’esito giudiziario del processo. Peccato. Senza, l’opera avrebbe acquistato in grandiosità epica.


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