In sostanza, una buona disposizione degli elementi per Matteo Renzi e per la sua ambizione di riportare l’Italia ad esercitare un ruolo guida in Europa, almeno come linea politica. Ma questo sentiero che si va aprendo in Europa, paradossalmente minaccia la durata del governo presieduto dall’ex sindaco fiorentino, in quanto tra le riforme da mettere sul piatto per negoziare l’allentamento dei cordoni della borsa dell’UE, un posto centrale spetta alla giustizia, spina nel fianco per la credibilità internazionale dell’Italia, sia per l’eccessiva lunghezza dei processi, sia per le ambiguità legislative in tema di criminalità organizzata, corruzione e reati della pubblica amministrazione, sia per il cronico sovraffollamento delle carceri. Ma si è già capito che questo Parlamento non è in grado di produrre una riforma della giustizia equilibrata. L’asse con Berlusconi, inevitabile per Senato e Legge elettorale, non può sostenere anche la riforma della giustizia, sempre che Renzi non voglia rianimare un Movimento5stelle in profonda crisi d’idenità; lo stesso Ncd ha messo in chiaro che non metterà la firma su leggi non gradite da Berlusconi. Nell’impossibilità di fare una riforma che soddisfi l’Europa, Renzi non ha altra scelta che sfruttare al meglio i prossimi mesi per consolidare il consenso, con interventi tangibili sulle criticità emergenziali, e poi andare alle elezioni, magari utilizzando proprio la mancata riforma come casus belli. Il processo riformistico è arrivato a un punto in cui tutte le differenze e tutta l’inopportunità di questa strana doppia alleanza stanno emergendo; ha tenuto a galla l’Italia in un passaggio delicato, ma ora è tempo di scelte chiare e tempestive che solo una maggioranza vera può affrontare.