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Il film Als Wir Traeumten (As we were dreaming)

Creato il 13 febbraio 2015 da Masedomani @ma_se_domani
Photo: Peter Hartwig © Rommel Film

Photo: Peter Hartwig © Rommel Film

In concorso alla Berlinale 2015 c’è anche un film tedesco sin nel profondo, Als Wir Traeumten (As we were dreaming).

Storia di un gruppo di amici che crescono in una Lipsia dei primi anni ’90, tra sbornie, scazzottate e atti di vandalismo. Vite senza senso con troppe speranze svanite e libertà che sembrano inutili. Il muro era appena caduto, gli effetti epocali che tutti conosciamo erano ancora lontani dal riverberare i loro effetti benefici sui più, motivo per cui Daniel, Mark, Rico, Pitbull e Paul, i nostri (anti)eroi, vedono infrangersi i loro sogni di bambini cresciuti nell’ex DDR indossando il foulard rosso, respirando ideali e credenze oramai anacronistiche.

Adattamento dell’omonimo romanzo di esordio scritto da Clemens Mayer, il film annovera un cast di giovani promesse ed è diretto da Andreas Dresen, nato a Gera, nonostante l’allure da opera indie a stelle e strisce. Una pellicola che prima di tutto è un racconto di crescita, al ritmo assordante della musica techno, e solo in seconda battuta, ad occhi più distaccati, si svela in quanto drammatica fotografia di esistenze senza speranza. Crescere a Lipsia subito dopo la caduta del Muro a voleva dire convivere col degrado, con nuove ferite e con la quotidiana perdita di un pezzo di innocenza. In un quartiere in pezzi, costretti a piccoli furti, e sottoposti alla legge della strada, i cinque amici ci ricordano situazioni che possiamo solo sperare non esistano più.

“Als Wir Traeumten” è diretto, crudo, non fa sconti nei pestaggi e nello squallore. È interessante ben più di quanto ci attendevamo e potenzialmente ha una sua identità e un messaggio dalla rinnovata presa, stanti la crisi economica e le tensioni sociali degli ultimi anni. Invece, purtroppo, si dilunga, gira in tondo, sbiadice come la sua fotografia e smette di graffiare. Anche la violenza diviene sterile. Solo la curiosità, data la bella confezione e una sorta di decisione che comunica chi sta dietro la macchina da presa, ci tiene in sala e sino all’ultimo ci fa sperare che la potenza del racconto buchi lo schermo.

Un film interessante, quindi, ma con cedimenti sparsi. Una volta in più, siamo difronte a un perfetto prodotto per la Competizione  principale di un festival internazionale come quello berlinese. Un lavoro a cui mancava un soffio per diventare da applausi convinti. E, di nuovo, si tratta di immagini che difficilmente verranno esportate e/o rimarranno relegate a circuiti tanto colti quanto di nicchia.

Vissia Menza


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