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Il film definitivo: Manborg (2011)

Creato il 07 gennaio 2014 da Silente
Il film definitivo: Manborg (2011)USA, 63 minutiRegia: Steven KostanskiSceneggiatura: Steven Kostanski, Jeremy Gillespie
Father’s Day, flick delirante e ultragore, sale alla ribalta, prima ancora forse della sua genuinità splatter, per essere addirittura un bel film da parte della Troma, che spalleggia e produce la prima vera, lunga opera di un collettivo canadese di fottuti flashati con il pallino degli anni 80, gli Astron-6. In realtà, questi sbarellati non hanno molto in comune con la creatura di Lloyd Kaufman, la loro non è una ricerca dell’eccesso, del kitsch e dell’esagerazione povera a tutti i costi in favore di un’ironia acidissima, bensì un progetto sensato e che merita tutto il vostro respect, perché rispolverare le atmosfere nere e sanguigne degli horror/sci-fi degli anni 80, ripresentandole con lo stesso gusto per l’umorismo, il taglio dei personaggi e soprattutto gli effetti speciali (con le dovute, comprensibili differenze di budget), è cosa fuori di testa che sulla carta potrebbe sembrare un modo come un altro per lanciare una nuova pseudo-moda per rivestire film di merda (vedi l’Asylum), ma che invece lascia a bocca aperta quando fate partire Manborg, perché Manborg, gente, è davvero il film definitivo per chi ama il genere.
È chiaro che bisogna presentarsi ben preparati, si parla di un prodotto minuscolo e dal budget ridicolo, non ha storia o struttura che possa competere con un film vero, non ha attori o spalle abbastanza grosse per provarci, non ha, a dirla tutta, neanche l’intenzione di assomigliarci (e il fatto che dura 63 minuti dice già parecchio di quanto agli Astron-6 interessi fare solo quel cazzo che vogliono), ma è opera che trasuda passione e talento a dismisura, è l’amore totalizzante verso un modo di fare cinema ormai perduto per sempre, è pura sostanza che cola da ogni secondo di questo brillante, assurdo, esagerato, stupido ma geniale omaggio/derisione a Terminator, Robocop, Fuga da NewYork e un qualsiasi film dove ci siano militari che sparano ai mostri. Scenari post-apocalittici, vampiri, nazi-zombi, moto volanti, arti marziali, robot, raggi laser, creature realizzate frame by frame come Ray Harryhousen insegnava e un cattivo che si chiama Count Dracoulon, insomma, roba che scotta, un delirio a cui è difficile credere perché non è prodotta da Sy-fy e sembra semplicemente quello che i folli giapponesi della Sushy Typhoon cercano invano di fare da quasi dieci anni, ovvero un film cult ma che funzioni e sia coinvolgente per tutta la sua durata
Ironia di grana grossa tra battute taglienti e tamarrate epocali, Manborg si muove frenetico e rapidissimo in poco più di sessanta minuti di fondali appiccicati e mosse di combattimento proto-Mortal Kombat, il tutto con un’impostazione registica allucinante e imprevedibile, che sfrutta l’assoluta assenza di mezzi per inventare, gente, inventare cosesenza sosta, da teste di plastilina che esplodono a mostri lovecraftiani che emergono dalle tenebre, da arene per gladiatori a missili sparati dal gomito di nagaiana memoria, mantenendo sempre un equilibrio incredibile tra il prendersi seriamente e lo stare sopra le righe e riuscendo oltretutto a dare credibilità scenica a ogni elemento, perché Steven Kostanski, che scrive, dirige, produce e crea gli f/x, è abilissimo nel diversificare il bestiario, nel dare giusta frenesia agli inseguimenti in moto, nel trasformare gli scontri in strambissime citazioni da coin-up e genuinamente nel fermarsi prima di rischiare di eccedere, tanto ha una mole impressionante di idee e spunti che in fondo non ha motivo per ripetersi.
Non è trash né stramba stupadiggine parodistica, non è cosa alla Troma anche se mostra tutti quegli elementi che potrebbero farlo passare per tale, chiaro che non si possa parlare di bellezza in senso assoluto, Manborg è troppo distante da termini comparativi ed è eccessivamente di nicchia per essere pienamente apprezzato, ma è davvero qualcosa di nuovo e di fresco, una virgola del cinema di genere che tutti dovrebbero vedere.

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