Fiocca copiosa la neve, ovatta l’udito e illumina la vista. Entra in scena come protagonista inattesa e impetuosa, ruba il proscenio ai pipponi economici e ci trascina nella forza della Natura, alimentando l’inquietante e ossessivo immaginario da Day After, con cui si è costretti a convivere da tempo. La neve copre, la neve scopre. Il messaggio dalla Siberia è roba da parafrasi, non per dilettanti. Carta bianca con inchiostro invisibile ad occhio nudo.
L’album che ne esce, dopo accurata e minuziosa manodopera in camera oscura, illustra un paese in cui la periferia e il piccolo borgo periferico contano poco meno di un fico secco. Quel che conta è essere sotto la luce della ribalta, perché con il riflettore puntato non è più questione di centimetri, di grandezze, di reale sostanza. Sfogliando le pagine, nuotando nel bianco candor, t’accorgi che il fallimento è tutto nostro, ove il “nostro” è inteso come fatiscente “Cosa Comune”. E così accade che il privato efficiente prevarichi il pubblico fatiscente: «La neve? Spalatevela da soli» dice Alemanno, alle prese con la sua personale –che qui tutto è personale- diatriba con la Protezione Civile.

Quella “cosa pubblica” già prezioso sgabuzzino ove riporre tutte le domande senza risposta, un po’ come i Greci con i fulmini di Zeus. Quella “cosa pubblica” denigrata e scossa, che sfigura davanti all’iniziativa che non è vera e propria iniziativa individuale, ma “iniziativa corporativa a pagamento”. Gli abitanti del piccolo borgo che fanno collette per gli spalaneve, i romani che si attivano per conto proprio. Quella “cosa pubblica” che non funziona più, così dicono. E allora, meno male che c’è il privato. Vero, Mario?
