Magazine Cultura

Il gioco grande del potere, di Sandra Bonsanti

Da Funicelli
Da Gelli al caso Moro, da Gladio alle stragi di mafia.
Dalla prefazione dell'autrice: “Questo libro”
“Un perverso intreccio di potere e interessi ha insidiato la democrazia dagli anni Settanta a oggi –afferma – facendo perdere la visione d’insieme della società come idea di ‘bene comune’. Eppure c’è chi, anche in buona fede, è convinto che sia meglio non sapere come sono andate le cose… Costoro chiedono semplicemente di partecipare al ‘gioco’, il ‘gioco grande del potere’, per dirla con le parole di un magistrato, Giovanni Falcone”.

In Italia è come se esistessero due paesi: due paesi divisi da un muro. Non un muro fisico, come quello di Berlino (sebbene il muro di Berlino c'entri con la storia del nostro paese, ma per altri motivi). Ma un muro, non sufficientemente impermeabile che separa Stato da Anti stato.
Lo stato democratico, quello delle leggi uguali per tutti dove le scelte e le decisioni vengono prese dalla politica nelle sedi istituzionali, alla luce del sole.

Esiste però un altro stato, il suo duale: l'anti stato delle stanze buie delle logge segrete, come la P2 di Gelli. L'anti stato che ha usato la ragione di stato e la fedeltà atlantica come copertura per nascondere accordi con forze eversive, di quell'estrema destra fascista che non è mai stata sconfitta. Come un fiume carsico, l'estrema destra ha saputo rimanere nascosta sotto terra, per tornare in superficie quando il nostro paese affrontava snodi politici importanti.
Parlo dell'antistato che ha coltivato e poi protetto i rapporti con Ordine Nuovo, prima della bomba di Piazza Fontana, il dicembre del 1969. La bomba piazzata in una banca affollata un venerdì sera, per imprimere una svolta reazionaria, conservatrice, al nostro paese.

Per impedire che questo paese, che lo Stato riuscisse ad emanciparsi in senso progressista, magari portando al governo forze fresche.

È anche l'antistato che è sceso a patti con la mafia, al sud (ma ora anche nel resto del paese, anche qui al nord in Lombardia): l'antistato degli antipolitici che alle mafie si sono rivolti per prendere voti.
Che hanno usato la mafia come manovalanza per frenare e reprimere svolte riformiste nel sud del paese: la terra ai contadini, la fine del latifondo, la garanzia dei diritti fondamentali anche per i cittadini del sud.
L'antistato che ha permesso la strage di Portella della Ginestra, che ha fatto affari e preso voti con i mafiosi e che dopo l'omicidio dell'onorevole Salvo Lima (il rappresentante della corrente andreottiana in Sicilia, ritenuto il collegamento tra antistato e cosa nostra) ha scelto la strada della trattativa. Sacrificare le vite dei magistrati Falcone e Borsellino, delle loro scorte e di inermi cittadini, affinché nuovi accordi venissero trovati tra i nuovi vertici della mafia e i nuovi referenti di questa anti politica.

Sandra Bonsanti per anni è stata per anni una delle poche giornalista che hanno voluto gettare uno squarcio di luce su questo anti stato.
I suoi articoli scritti per “Il mondo”, “Epoca”, “Panorama”, “La Stampa”, “Repubblica” e “Il Tirreno” hanno raccontato per primi agli italiani chi fossero Licio Gelli e la sua Loggia Propaganda 2.
Si è chiesta dei legami tra massoneria deviata ed estrema destra, Ordine Nuovo e P2: le stesse domande che costarono la vita al giudice Vittorio Occorsio, ucciso da un commando di Ordine Nuovo nel 1976.
Si è chiesta quali fossero i veri obiettivi di Gelli e della sua Loggia: come fosse stata possibile la sua rapida carriera negli anni '70, come fosse possibile che tanti uomini delle istituzioni (anzi, della parte negativa delle istituzioni) ne facessero parte. Generali, direttori dei servizi, politici, e poi giornalisti, banchieri, imprenditori (come per esempio Silvio Berlusconi, tessera 1816).
Quale fosse il vero obiettivo del Piano di Rinascita Democratica, un tentativo di golpe “democratico” (dopo il fallimento dei tentativi di Golpe da parte della destra politica): un golpe strisciante che tendeva a concentrare in poche mani le leve del potere, levando i contrappesi e i meccanismi di controlli previsti dalla Costituzione.
Quella Costituzione che sia i golpisti che i piduisti volevano riformare perché considerata come un panno liso. Meglio la repubblica presidenziale: così diceva Gelli (e Cosentino, l'estensore del documento, ma anche segretario generale della Camera, fin qui era arrivato Gelli!), ma così dicevano anche Craxi e altri presunti riformisti.
Controllo dell'informazione, assoggettamento della magistratura, svuotamento delle prerogative e dei poteri del Parlamento. Vi suona familiare tutto ciò?
Sandra Bonsanti ha saputo fare un parallelo tra quanto aveva raccontato nei suoi articoli (e quanto conservato nei suoi lunghi appunti tenuti nel corso degli anni) e quanto è successo negli anni recenti.
Gli anni del berlusconismo: di una politica erede cioè, del Piano di Rinascita (come ammesso anche dallo stesso Gelli) e delle idee dell'ex segretario socialista.

A partire dall'intervista col giudice della corte di Appello Spagnuolo (“Tutte le storie cominciano in Sicilia”), l'uomo che aveva il compito di difendere lo Stato, ma che invece difese più il suo rovescio (Spagnuolo partecipò ad una riunione con Gelli a villa Wanda assieme ad alti generali dei carabinieri, nel 1973), il libro è un lungo viaggio nel tempo.
Sandra Bonsanti racconta di Sindona e di Calvi, i due banchieri di Dio ma anche della mafia. Il primo suicida (o ucciso) nel carcere di Voghera, il secondo ucciso (seguendo un rituale di ispirazione massonica) sotto un ponte di Londra. Entrambi legati a Gelli, allo Ior, al mondo politico (Sindona ad Andreotti che lo definì salvatore della Lira, Calvi genericamente ai partiti di governo, per le tangenti che uscivano dalla sua banca per finire su conti all'estero). Entrambi morti, condannati alla pena più grave perché avevano tradito la fiducia dei loro interlocutori, perché ormai ritenuti non più utilizzabili, perché custodi di segreti imbarazzanti.
Del rapimento e dell'omicidio del presidente Moro (e della sua scorta): Moro prigioniero delle Br (che si ritenevano nella loro assurda ideologia i portatori dei valori traditi della resistenza) ma anche dell'antistato.
Dei due omicidi da parte delle Br: l'agente Gramato e il giudice Minervini. Fedeli servitori dello Stato, forse non lo stesso di cui il criminologo Senzani (dirigente delle stesse Br) era consulente.
Anche questo è successo in Italia.
Della scoperta della lista degli appartenenti alla P2, delle pressioni affinché non venissero divulgate, degli attacchi ai magistrati che le avevano scoperte (non ai piduisti, non a Gelli).
Di Cossiga e Andreotti, le due anime della Democrazia Cristiana. Il primo diventato presidente della Repubblica dopo una vita dentro lo stato e diventato (con la caduta del muro di Berlino) picconatore di quello stesso Stato di cui erano l'apice istituzionale. Gli attacchi ai giudici ragazzini, la difesa dei gladiatori, dei galantuomini della P2.
Il secondo, bloccato alla soglia del colle più alto dalle bombe di Capaci. Dopo una lunga carriera governativa (sette volte primo ministro): carriera chiacchierata, terminata però con la condanna per mafia (reato poi prescritto).
Cossiga e Andreotti: gli uomini dei segreti, degli accordi indicibili e delle sovrastrutture nascoste nelle pieghe delle istituzioni (da Gladio al Noto Servizio).

Ma non ci sono solo personaggi rappresentativi dell'antistato in questo lungo racconto: la nostra Democrazia, lo Stato (con la S maiuscola) negli anni è stato difeso strenuamente da un gruppo di persone che si sono battute: sono Ugo La Malfa e Sandro Pertini (il presidente partigiano che non volle stringere nemmeno la mano a quelli della lista di Gelli), Nilde Iotti (il presidente della Commissione parlamentare sulla P2), Giorgio Ambrosoli (il commissario liquidatore della banca di Sindona che bon si lascio corrompere dalle pressioni) , Norberto Bobbio, il commissario di polizia Santillo, il primo ad intuire la pericolosità per lo Stato della loggia di Gelli.
Dice l'autrice: “poche minoranze intransigenti e memori. Poche persone, ma speciali. Poche comunità, ma fedeli. Pochi maestri, ma grandi maestri”


Di questo elenco di persone , che dovrebbe essere presente nel pantheon dei nostri partiti politici, scrive nella postfazione Gustavo Zagrebelsky “Un elenco, per ora, di sconfitti che ci domandano: chi crede davvero nello Stato? Se la politica non si rianima e se i suoi protagonisti – partiti, forze culturali e sociali – restano inerti, la partita è persa. Ma, si dirà, dove trovare le ragioni della riscossa democratica? La risposta è chiara: nella Costituzione”.La genesi del dualismo Stato anti Stato ha genesi antiche, racconta ancora l'autrice citando i lavori degli storici Nicola Tranfaglia e Giuseppe Casarrubea: nasce dalla fine della seconda guerra mondiale, gli accordi di Yalta, la santa trinità mafia-politica-Vaticano:
“Sempre è stata sollevata l'obiezione: ma se accusate Andreotti per tutte le trame della nostra storia e, soprattutto, per le sue amicizie mafiose, significa che questo paese, questa Repubblica è stata «sempre» nelle mani di magiosi ed eversori, dal momento che Andreotti è stato sempre al potere. E questa, sostengono, è una ricostruzione che non si può accettare, essendo il nostro un grande paese democratico ..
Allora mi viene da sorridere. Sì, questa Repubblica è stata sempre, sin dall'inizio, strattamente intrisa di fascismo e di elementi non democratici, percorsa da sintomi molto pericolosi. È vero, ce l'abbimao sempre fatta, o quasi sempre. Perché? Come è stato possibile? Stato e antistato, se nacquero insieme, furono anche una cosa sola?
Questo è un problema che continua a coinvolgermi , un problema che attiene la cronaca e gli individui che ho conosciuto e sui quali ho scritto, ma anche e soprattutto la storia. È la storia che potrà, sprero presto, darci quella verità che resti nel tempo c che spieghi quell'eccesso di sevilismo che fu profuso, sin da subito, nei confronti dell'alleato americano. Lo pretendeva lui o eravamo noi a offrirlo? Noi servi, loro padroni”.

Conclude l'autrice, con un velo di speranza:
Abbiamo avuto Andreotti e Sindona, ma anche Ugo La Malfa e Giorgio Ambrosoli. Abbiamo avuto Carmelo Spagnuolo e Cossiga e Gladio, ma anche Sandro Pertini. Abbiamo avuto Berlusconi e Dell'Utri, ma anche Falcone e Borsellino. Abbiamo avuto Licio Gelli ma anche Occorsio e Minervini e Tina Anselmi e Norberto Bobbio.
L'elenco potrebbe continuare ancora, ma non all'infinito. Abbiamo sempre avuto qualcuno, apparentemente isolato, apparentemente debole, che ha tenuto saldi i principi della democrazia.
Dunque lo Stato è esistito e resiste oltre l'antistato che è in lui. Per questo è ancor aoggi possibile distinguere e credere. Pur sapendo che sono nati insieme, che molto probabilmente sono stati anche «una cosa sola» che però torna a distinguersi e separarsi nel momento stesso in cui c'è chi si alza e ricorda ce c'è un'Italia migliore, libera e forte.
«Gente pacifica ma dura» aveva scritto Giovanni Ferrara. Gente che continuerà a fare sempre quello che può e «certo sarà più che nulla».

La presentazione del libro, da parte dell'autrice:

L'articolo su Micromega Bonsanti: l’Italia, uno stato di diritto continuamente minacciato.
Uno stralcio dal capitolo "Le larghe intese Gelli-Craxi".

La scheda del libro sul sito di Chiarelettere.
Il link per ordinare il libro su Ibs e Amazon.

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog