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Il gioco turco tra Israele e Palestina

Creato il 26 luglio 2011 da Istanbulavrupa

Il gioco turco tra Israele e Palestina(pubblicato su FareItaliamag il 26 luglio 2011)

All’hotel Conrad di Istanbul, sabato 23 e domenica 24 luglio, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Mahmud Abbas, i ministri dell’interno, degli esteri e delle finanze, 90 rappresentanti diplomatici nei 4 angoli del mondo e funzionari di alto rango si sono riuniti per mettere a punto la strategia che – a settembre, alle Nazioni Unite a New York – nelle loro intenzioni dovrà portare al riconoscimento dello stato di Palestina e all’ammissione all’Onu come 194° membro. Per la verità, dalla riunione non è trapelato nulla di nuovo o di definitivo: solo che ci sarà un successivo incontro il 4 agosto a Doha, alla presenza di Egitto e Arabia saudita; ma le mosse da seguire sembrano ben delineate: nel caso gli Stati Uniti decidessero di porre il veto (l’ammissione viene sancita con la pronuncia a favore dei 2/3 dell’Assemblea generale su proposta del Consiglio di sicurezza, che può essere impedita dal voto contrario di uno dei 5 membri permanenti), si tenterebbe di far valere – direttamente in Assemblea generale – la risoluzione United for Peace che nel 1950 portò all’intervento internazionale in Corea. Quella risoluzione ha continuato a essere invocata in situazioni di minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale quando il Consiglio di sicurezza è stato bloccato dal veto delle grandi potenze, i diplomatici palestinesi cercheranno di far rientrare nella categoria anche il loro caso: e se ci riusciranno, potrebbero raggiungere senza eccessivi problemi i 129 voti necessari all’approvazione.

Abbas ha dichiarato in apertura dei lavori che non si tratta di “un atto unilaterale” e che il ricorso all’Onu è stato necessario a causa dell’intransigenza di Israele che rifiuta di fermare la colonizzazione della Cisgiordania e di trattare sulla base del confine del 1967: come in effetti suggerito da Obama. Netanyahu, ovviamente, ha idee diametralmente opposte: e cercherà per via diplomatica di scongiurare l’immediata indipendenza palestinese, che ritiene ammissibile solo alla fine dell’iter negoziale. La Turchia, unico alleato mediorientale di Israele fino all’alterco tra Peres ed Erdoğan a Davos (30 gennaio 2009) e soprattutto all’eccidio della Mavi Marmara (31 maggio 2010), non ha fatto solo da padrona di casa: e anzi, il premier e il ministro degli esteri Davutoğlu hanno sfruttato la riunione di Istanbul – con con la loro presenza – per confermare la linea dura nei confronti del governo di Tel Aviv. Davutoğlu ha offerto Istanbul come sede di nuovi summit diplomatici “fino a quando non sarà possibile tenerli a Gerusalemme Est capitale dello stato di Palestina”; Erdoğan ha reso omaggio ai “nove martiri della Mavi Marmara”, ha promesso il pieno appoggio turco ai palestinesi in sede Onu, ha ribadito una volta di più le tre condizioni per una piena normalizzazione dei rapporti diplomatici (l’ambasciatore è stato richiamato, da un anno l’ambasciata è gestita da un incaricato d’affari) con Israele: scuse formali, risarcimento per le vittime, fine del blocco di Gaza.

E nella conferenza stampa alla conclusione di un colloquio bilaterale col premier giordano al-Bakhit, anch’egli ospite sempre a Istanbul domenica 24, il leader dell’Akp ha esplicitamente parlato di un ‘piano B’ che scatterà se Israele rigetterà definitivamente le sue condizioni: e che prevede almeno la retrocessione dei rapporti diplomatici al livello di secondi segretari e una visita nella Striscia come tappa del previsto (ma non si sa bene quando) viaggio in Egitto. Nel frattempo, la pubblicazione del rapporto della commissione Onu che ha investigato sull’abbordaggio da parte dei commandos israeliani della nave turca diretta a Gaza: proprio per concedere ulteriore tempo alle due parti per trovare una soluzione di compromesso. Tempo, in realtà, necessario più che altro al governo israeliano, pericolosamente spaccato: con Netanyahu e Barak orientati ad accettare la richiesta di scuse formali – sul risarcimento sono tutti d’accordo, sulla fine del blocco tutti contrari – e Lieberman e Ya’alon che le denunciano come inutile e autolesionistico atto di debolezza. Chi prevarrà?



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