Il limbo dei Marò

Creato il 26 marzo 2014 da Casarrubea

I due marò italiani in India

Per capire pienamente la vicenda dei due Marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, bisogna partire dalla legge 02/11 n. 130, detta anche “legge La Russa”, che prende il nome dal suo promotore, l’ex ministro della Difesa, senatore Ignazio La Russa.
Ignazio La Russa, classe 1947, quello dello scandalo delle 19 Maserati al Ministero della Difesa; quello che, nel febbraio scorso, ha dichiarato a La Stampa: “Ero l’unico contro i militari sulle navi”; lo stesso che, con un atto di altruismo e di coraggio senza eguali, ha fatto irruzione a Palazzo Clerici a Milano, durante l’annuale festa indiana, gridando: “Vergogna per i Marò”. Il senatore La Russa, accompagnato dall’europarlamentare, Carlo Fidanza, lasciando una festa dove non era stato invitato, ha avuto anche il coraggio di dichiarare ai giornalisti presenti: “Alcuni imprenditori italiani ed elettori del centro destra presenti hanno accettato l’invito del console indiano solo per business. Gli affari non possono valere più della vita di due italiani!”

Il console Marish Parbhat e la sua gentile consorte sono rimasti interdetti dal blitz dell’ex ministro della Difesa italiana e, probabilmente, se sapessero come funziona il nostro Parlamento, avrebbero detto la stessa cosa che l’ex ministro degli Esteri, Emma Bonino, ha detto: “Quoque tu?”, ossia, “Proprio tu?…..Ignazio La Russa”.
La maggior parte degli italiani, invece, si chiede se, come Ministro del IV governo Berlusconi, ci fosse un clone di La Russa e non La Russa stesso che, oggi, siede in Senato sotto il simbolo di Fratelli d’Italia.
Questo interrogativo è legittimo considerando che questa legge imputabile solo ed esclusivamente all’ex Ministro La Russa e al governo Berlusconi, “ha costretto” Latorre e Girone ad un soggiorno obbligato in India dal 15 febbraio 2012, rischiando il carcere a vita.
La legge in questione è una “misura urgente” che permette l’imbarco dei NMP (Nuclei militari di protezione, di cui fanno parte i fucilieri della Marina della Brigata S. Marco e della Marina Militare Italiana) e delle altre Forze Armate (Arma dei CC; Esercito Italiano ed Aeronautica Militare) su navi mercantili e passeggeri italiane negli spazi marittimi internazionali a rischio pirateria. Ai NMP e alle Forze Armate sono attribuite le funzioni di ufficiali di polizia giudiziaria per quanto attiene ai reati di pirateria, previsti dagli artt. 1135/1136 del Codice di navigazione. Gli armatori devono provvedere al sostentamento dei militari imbarcati, pari a 500 euro al giorno per 4.577 giornate lavorative, che dovranno versare anticipatamente, entro 60 giorni, al Ministero delle Entrate. Questi soldi verranno impiegati dallo Stato Italiano per l’addestramento di altre unità militari antipirateria. L’Italia è l’unico Paese al Mondo ad aver legalizzato un uso così esteso delle proprie Forze Armate a bordo delle navi private esponendosi al rischio di incidenti diplomatici e problemi legali.
Alla luce dei fatti, che hanno visto come protagonisti i due Marò, la domanda sorge spontanea: “Perché lo Stato italiano deve garantire la tutela di mezzi privati, quando gli armatori potrebbero assumere, attraverso agenzie private, contractors, ossia, mercenari?”
Questo quesito trova una risposta assurda, se si analizza bene la legge 02/11 n. 130. Come ha dichiarato il giornalista Matteo Miavaldi: “La Marina ha messo a disposizione del servizio anti-pirateria 10 Nuclei ciascuno formato da 6 fucilieri. La legge non prevede la possibilità d’imbarcare contractors sulle navi italiane battenti bandiera italiana poiché il tutto dovrebbe essere prima disciplinato dal Tullps (Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza, datato 1934). Anche quando fosse dato il via libera per i contractors, l’attuale normativa prevede un diritto di prelazione a vantaggio della Marina Militare. L’armatore, che volesse avvalersi di professionalità nel campo della sicurezza sul suo mercantile, è costretto a rivolgersi in primis alla Marina e, solo se questa declinasse l’offerta, firmare un contratto con un’agenzia privata specializzata nel settore. Quindi la Marina Militare, organo dello Stato, in questo momento, agisce sul mercato della sicurezza navale in un regime di monopolio. La base logistica di Gibuti, golfo di Aden, a nord della Somalia, ci costa 430mila euro circa con l’aggiunta di una donazione di materiali vari al governo locale. La base serve per mantenere in guarnigione una settantina di Marò pronti per l’imbarco sulle petroliere italiane private”. ( per maggior approfondimenti, Matteo Miavaldi, “I due Marò. Tutto quello che non vi hanno detto”, ed. Alegre, 2013).
L’Enrica Lexie è dell’armatore Paolo D’Amico, presidente della Confederazione Italiana Armatori, e la spesa complessiva sostenuta dal Ministero della Difesa ammonta a 2.137.459.00 euro ma, effettivamente, i contributi versati dagli armatori per il sostentamento dei fucilieri a bordo delle loro navi, sono solo di 1.677.931.00 euro, che corrispondono alla copertura di 3.593 giorni lavorativi. Perché?
Il governo italiano, giustamente, che è così attento al problema dei contributi non pagati e all’evasione fiscale, non ha tenuto conto del mancato versamento di quasi metà dei contributi da parte degli armatori, che utilizzano uomini appartenenti alle Forze Armate del loro Paese, quando, a livello territoriale locale, si lamenta la carenza di organico.
Al caso dei Marò Latorre e Girone si intreccia anche una grossa crisi diplomatica fra Italia e India e una controversia internazionale dove Nato e Onu si sono tirate fuori davanti alla richiesta dell’ex ministro degli Esteri, Emma Bonino, all’Alto Commissariato per i diritti umani. La motivazione di entrambi gli organi internazionali è stata chiara: “Si tratta di una questione bilaterale dove ci saranno conseguenze qualora i due fucilieri saranno accusati di terrorismo”.
Questa risposta, ha scatenato le ire del senatore forzista, Maurizio Gasparri (ex Ministro delle Comunicazioni del Berlusconi II, dal 2001 al 2006), che ha tuonato dicendo: “L’Onu conferma una volta di più la sua costosissima inutilità con il segretario generale, Ban Ki-Moon, una figura marginale e irrilevante nel contesto mondiale. L’Onu si conferma ancora una volta megafono di qualsiasi demenzialità planetaria” e incorrendo in un ulteriore incidente diplomatico.
Ci sono due fatti importanti da analizzare, il primo è che i due pescatori indiani, scambiati per pirati, sono stati uccisi “per sbaglio” da Latorre e Girone perché non risulta affatto che attentassero all’incolumità della Lexie. Invece, sulla questione se fossero o no in acque internazionali, ci sarebbe da aprire un capitolo perché il parere indiano è in contrasto con quello italiano. Il fatto fuori discussione è che il natante dei pescatori (per motivi ancora da chiarire) risultava solo “essere troppo vicino” alla petroliera Enrica Lexie, scortata dai due militari italiani.
Il secondo fatto che i due Marò abbiano peccato “di troppo zelo” è dimostrato dall’azione immediata di indennizzo da parte del governo italiano ai familiari delle vittime dei due pescatori indiani, che l’ex ministro della difesa, Giampaolo Di Paola, ha definito: “un atto di generosità slegato dal processo”. Questo “atto di generosità” costa ai cittadini italiani 300 mila euro prima ancora di un verdetto finale contro i due Marò. A dimostrazione che, quando vuole, il governo italiano i soldi li trova.
E’ chiaro che (ma questa cosa si vuole omettere per evitare pessime figure internazionali), i fucilieri Latorre e Girone non hanno assolutamente rispettato le procedure, che si devono tenere durante una missione. La prima fra tutte è proteggere la nave e il carico, evitando l’happy trigger (grilletto facile). Qualora i due pescatori indiani fossero stati dei pirati (ipotesi questa scartata nell’immediatezza del fatto consumato) non si è tenuto conto che non si tratta affatto di gruppi terroristici. Lo scopo dei pirati non è quello di uccidere e farsi uccidere, bensì quello di assaltare la nave per derubare l’equipaggio e, solo nel peggiore dei casi, in mancanza di un lauto bottino, prendere ostaggi.
Una regola base dell’International Code of Conduct è non sparare mai preventivamente per una responsabilità civile nei confronti dei terzi coinvolti, che includono anche l’equipaggio della nave. Prima di qualsiasi possibile attacco sono state testate una serie di precauzioni da prendere e che riguardano i comportamenti da tenere a bordo, elencati nell’International Maritime Organization (IMO). Una misura preventiva anti pirateria è, ad esempio, istallare del filo spinato sul ponte e, in caso di attacco da parte dei pirati, avvertire immediatamente i centri di comando pirateria dislocati nelle zone ritenute a rischio (zona a nord ovest dello stretto di Bab el-Mandeb e a nord dello Stretto di Hormuz nell’Oceano Indiano) e le autorità portuali. Queste procedure non sono state adottate sulla petroliera Lexie e “l’incidente” è stato comunicato molte ore dopo.
Riguardo la questione del ritorno a casa, ai Marò sarebbe servita solo un’istanza presentata dal governo italiano alla Corte Suprema indiana, che in India, è al di sopra dello stesso governo. Fu l’ex Ministro della Difesa Di Paola a procrastinare l’istanza, come ha dichiarato il capo della comunità indiana a Roma, Vinod Sahai, che si è occupato direttamente del caso dei Marò.
Il problema sostanziale, che il governo italiano non dice è che, se la vicenda La Torre e Girone non si risolverà “con onore” per l’Italia, le missioni antipirateria saranno in serio rischio perché bisognerebbe modificare una legge che non conviene alle casse dei politici! La questione, quindi, non è sbloccabile in tempi brevi e ha un risvolto puramente politico e cinico, se si considera che i due fucilieri italiani sono detenuti in un Paese straniero da quasi due anni. Inoltre, “la questione Marò”, con il nuovo governo Renzi, non è più sul tavole delle questioni prioritarie del nostro Paese.
Quindi, per il momento, pur essendo stati ricevuti, nel dicembre 2012, dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in un breve soggiorno studiato a tavolino per tranquillizzare l’opinione pubblica, i due Marò, per il governo italiano, restano “ospiti” dell’India.
Non servono a niente i continui “pellegrinaggi pubblicitari” dei nostri politici italiani, bensì agire tenendo conto delle procedure legislative di un altro Paese, che non ha bisogno né di pressioni né di “cardini unti” … . Anzi, l’atteggiamento “paesano” dei nostri politici ha scatenato maggiormente l’ira del governo indiano, indignato anche per la truffa degli elicotteri Agusta Westland, che sono costati all’India un anticipo di circa 280milioni di euro senza vedere l’ombra di un elicottero. Questa è comunque un’altra storia, che, per fortuna dei Marò, non c’entra con loro.
Erminia Borzì


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