Il Maledetto United

Creato il 16 novembre 2013 da Mattia Allegrucci @Mattia_Alle
Dannazione, un film che parla di calcio! Devo vederlo per forza, anche se non mi interessa nulla dello sport in sé, perché è pur sempre un film di Tom Hooper, uno dei registi contemporanei più interessanti. Più o meno è stato questo il mio approccio (e credo quello di tutti coloro che si sono avvicinati al film pur non amando il gioco del pallone) a Il Maledetto United, finché poi non si comincia a notare che la macchina da presa sta più tempo sul viso dei protagonisti che dentro un campo da calcio. Questo è un film che inneggia allo sport ma che parla di personaggi: è una frase vecchia come il cinema, vero, ma è pur sempre la realtà e non si può parlare della pellicola senza tirare in ballo questo discorso scontatissimo, perché il cinema si fa con i personaggi e chi pensa che un pallone che rotola sia più interessante di un calciatore sudato e senza fiato che lo sta calciando probabilmente non è uno spettatore attento. L'esempio di cui sopra è tuttavia fuorviante, perché il protagonista è Brian Clough, considerato in Inghilterra come uno dei migliori allenatori, il quale fece sprofondare il Leads United in fondo alle classifiche per poi rifarsi con il Nottingham vincendo due Coppe dei Campioni una dietro l'altra. Un eccezionale Charlie Sheen presta il suo volto a Clough mentre il caratterista Timothy Spall è il suo allenatore in seconda Pete Taylor. Il "villain" di turno è l'apparentemente spocchioso precedente allenatore del Leads Don Revie, impersonato da Colm Meaney, motore scatenante di tutta la rabbia interiore provata dal protagonista e di tutti gli avvenimenti che vedrete sullo schermo qualora vi decidiate a fidarvi di queste parole e corriate a vedere Il Maledetto United. Non che non ci siano scene d'azione sportive, anzi, ma tutto ciò è messo in secondo piano perché il regista Tom Hooper si piazza su Clough e lo marca con la sua macchina da presa, tallonandolo di continuo ed evidenziando con un piano di regia intimissimo ogni suo stato d'animo, lasciandolo il più delle volte solo a riflettere, evidenziando il più possibile quel suo carattere irascibile e quel suo essere istintivo. La sceneggiatura di Peter Morgan (tratta dal romanzo di David Peace), poi, ha un ritmo ottimo e non annoia mai, riuscendo a trovare quel delicato equilibrio utile a raccontare la storia di un uomo che si sente sopra le parti e che non riesce a capire quando sia meglio fermarsi piuttosto che chiedere troppo sia dalle proprie capacità che dalla propria vita. Odiato-amato da tutti i co-protagonisti messi in scena, come da quasi tutto il popolo britannico, Brian Clough è un'icona della storia sportiva inglese, ed è fantastico lasciarsi incantare da questa messa in scena fredda e distaccata ma allo stesso tempo intima e particolare, dove i sentimenti vengono messi in primo piano e dove tutto ruota attorno al protagonista e alla sua comprensione dei propri errori e dei propri limiti. Non siete ancora convinti? Immaginate una partita di calcio che viene giocata sul campo mentre l'allenatore della squadra resta chiuso negli spogliatoi per scaramanzia: ecco, di fronte a questo bivio Hooper sceglie di stare assieme a Clough e non in mezzo ai giocatori. Un semplice (magari anche un po' facile) esempio di come si dovrebbe fare cinema ogni volta che si prende in mano una macchina da presa.


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